Non trascorreva il mese adunque che i due amici erano già sulla strada di Rio Grande. Fecero il viaggio a cavallo, anzi ad escotero, maniera singolarissima di viaggiare laggiù e che, a detta di Garibaldi, vince in velocità le più celebri poste del vecchio mondo. Branchi di cavalli sono talmente assuefatti a vivere assieme, che, quando uno è preso e montato da un cavaliere, tutto il branco lo segue; sicchè il viaggiatore affrettato, quando la sua cavalcatura è stanca, non ha che a buttare la sella e montare sul primo cavallo del branco che gli capita alle mani, e così di cavallo in cavallo fino al termine del viaggio: questo è l’escotero.

In tal modo, traverso un paese pittoresco ed ospitale, che il nostro eroe non rifinisce mai di magnificare, i due Italiani giunsero a Piratinin, villaggio meglio che città del Rio Grande, sorgente a poca distanza dalla sponda occidentale della laguna de los Patos (delle Anitre), e dove il presidente Bento Gonçales, dopo la perdita di Porto Allegre, aveva trapiantata la capitale della sua nomade repubblichetta.

Festose furono le accoglienze e lieto era il soggiorno di Piratinin; ma udito che il Presidente campeggiava sul San Gonzales contro una divisione dell’esercito imperiale, comandata da un tal Silva Tavares, Garibaldi non volle tollerare dimora, e lo raggiunse subito al campo.

Era quella la prima volta che il Nizzardo vedeva il campione dell’indipendenza riograndese, e ne toccò una impressione incancellabile. Veneranda la testa per gli anni e la canizie; alto e snello di corpo; pittoresca la foggia del vestire; nell’esercizio del cavalcare espertissimo; prode di mano, intrepido di cuore; sobrio fino a non conoscere altro cibo che un po’ di carne arrostita, nè altra bevanda che l’acqua pura delle sorgenti; cortese, cavalleresco, famigliare, il Gonçales rappresentava agli occhi di Garibaldi il modello dell’eroe popolare; e nessuno meraviglierà se i principali lineamenti di siffatto tipo si stamperanno così profondamente nell’animo del gran Nizzardo, da rinascere un giorno ne’ suoi costumi e nelle sue gesta come rinascono le fattezze del padre in quelle d’un figliuolo. In un punto solo l’Italiano differiva dal Riograndese; che questi fu tanto sfortunato nelle sue imprese, quanto sarà fortunato quello: «Il che mi ha fatto sempre credere (soggiunge il nostro eroe) essere la fortuna non per poco negli eventi della guerra.» E la confessione ci parrà tanto più onesta e preziosa nella bocca di un uomo che, nell’ebbrezza di tanti trionfi, poteva essere di sovente trascinato a scambiare per conquiste del proprio genio i favori della sorte, ed essere facilmente ingrato alla Dea che lo aveva siffattamente beneficato.

Rimasta senza effetto, per la ritirata delle truppe imperiali, la spedizione del Gonçales, questi tornò con tutti i suoi a Piratinin, e Garibaldi naturalmente fu nel numero. Colà però il governo del Gonçales pensò subito a trar profitto del giovane italiano, che aveva già dato tante prove di valore e devozione alla causa repubblicana, e avendo sperimentata principalmente la sua perizia nelle cose di mare, gli commise l’organizzazione e il comando della piccola flotta riograndese. Era per Garibaldi un regno. Don Giovanni d’Austria che riceveva il comando della flotta cristiana; Nelson che guidava il naviglio inglese a disperdere la marina napoleonica, non esultarono forse di una gioia sì superba come il marinaio nizzardo nel sentirsi comandante dei due lancioni destinati a far la guerra all’Impero brasiliano sulla laguna delle Anitre. Però non frappose indugio di sorta; coll’opera de’ suoi antichi marinai venuti a raggiungerlo da Montevideo, tra’ quali il fedele Carniglia, e d’alcuni carpentieri indigeni, preparando, segando, fucinando sul luogo stesso il legname, i ferramenti, perfino i chiodi, costruì in men di due mesi due lancioni della portata da 15 a 20 tonnellate; li varò nel Camacua, confluente della laguna; li armò di due cannoncini di bronzo, e, tra neri, europei e mulatti, di settanta uomini d’equipaggio; e preso egli stesso il comando del più grosso, detto il Rio Pardo, affidò il governo del minore, battezzato il Repubblicano, all’americano John Griggs, e si slanciò nella laguna contro la squadra imperiale forte di trenta navigli da guerra e di un battello a vapore.

Qui comincia la vera vita eroica di Garibaldi. Finora di questa epopea noi non abbiamo veduto, a dir così, che il proemio, ora viene il poema, ora s’apre quel volume di prodezze favolose, di virtù temerarie, di errori fortunati e di fortune insolenti che a grado a grado sollevarono il nome del mozzo nizzardo dalla oscura arena di Piratinin all’onore d’una scena europea e quasi mondiale, e ne fecero una delle più fantastiche e meravigliose figure della storia moderna. Narrarle tutte ad una ad una col minuto intreccio dei loro particolari, non sapremmo; oltredichè sarebbe soverchio e superfluo insieme: superfluo, perchè Garibaldi stesso nelle sue Memorie ne parla a distesa; soverchio, perchè il più delle volte si rassomigliano e si ripetono; e accrescono bensì la mole dei fatti, ma non aggiungono alcun nuovo tratto alla fisonomia dell’eroe, nè suscitano alcuna nuova sensazione nell’animo del lettore. Diremo però le principali, le eccezionali, le caratteristiche, quelle che più scolpiscono l’uomo ed il tempo, l’attore e la scena.

Combattere per terra e per mare; oggi sottrarsi alla caccia d’una flotta venti volte superiore, domani affrontare con un pugno d’uomini nugoli di cavalieri; oggi lanciarsi all’arrembaggio d’un vascello nemico e predarlo, domani lottare disperatamente contro l’uragano e scampar per miracolo da un naufragio; essere al tempo stesso marinaio, cavaliere, calafato, boaro; vivere alla ventura e in perpetuo allarme; ambire, vincitore, unico premio alla vittoria, i sorrisi delle belle ed ottenerli; conseguire, vinto, l’ammirazione di tutti i generosi e meritarla; trovarsi ad ogni istante a faccia a faccia colla morte e sentirsi beato; non possedere che una striscia di terra su cui posare il capo, ed una tavola di barca su cui piantare il piede, e ciò non ostante avere il corpo fiorente di salute e l’anima piena di fantasie giovanili e di sogni d’amore, questa fu la vita di Garibaldi per oltre quattro anni, questa fu la prima scuola del futuro duce dei Mille.

Lungo la sponda occidentale del Los Patos correvano larghi e continui banchi di sabbia, che erano diga insuperabile alle grosse navi imperiali, e via di scampo e di rifugio ai due piccoli legni repubblicani. Però, quando Garibaldi si vedeva minacciato dalla squadra nemica o aveva bisogno di vettovagliarsi o di restaurare i suoi lancioni, non aveva, com’egli diceva, che a far l’anitra; spingere, cioè, i lancioni sui banchi, e saltando coi suoi nell’acqua, tirarli a terra a forza di braccia.

Una volta adunque che i nostri Garibaldini, nulla vieta di chiamarli fin d’allora così, avevano «fatto l’anitra» e preso terra sui possessi medesimi del Presidente, precisamente nei dintorni d’un saladero (specie di capannone per salarvi le carni) detto il Galpon de Chargucada, e proprio nel momento in cui, rassicurati dai rapporti degli esploratori, se ne stavano abbandonatamente, quali terminando il loro rancio, quali a tagliar legne o a raccomodar vele e sartie, odono risuonare sul loro capo un terribile squillo di carica e di deguillo, o, come tradurremmo noi, di sgozzamento. Erano gl’Imperiali: era un grosso corpo di cavalieri, capitanati da un certo colonnello Moringue, famoso, assicurano, per furberia e coraggio, che sbucando a un tratto dal fitto sipario di nebbia che li aveva sino allora nascosti, si precipitavano sull’accampamento repubblicano e minacciavano sterminarlo. La sorpresa dell’inaspettato assalto fu tanta, la furia degli assalitori era tale, che Garibaldi, il quale se ne stava tranquillamente centellando il suo mate,[42] e il cuoco, che gli era seduto dappresso, ebbero appena il tempo di balzare in piedi e di rifugiarsi nel Galpon; anzi uno dei cavalieri nemici giunse sì presso a Garibaldi stesso, che, mentre questi entrava nella porta del Galpon, riesciva a forargli il poncio con un colpo di lancia. Tuttavia i due Italiani furono ancora in tempo a sbarrare la porta del capannone, e poichè fortuna volle che tutte le armi degli accampati fossero cariche e schierate in ordine intorno alla porta stessa, poterono anche aprire istantaneamente contro il nemico un fuoco micidiale. Garibaldi sparava e il cuoco riporgeva le armi e le ricaricava, e ogni colpo feriva giusto e atterrava un nemico. Intanto alcuni Garibaldini sparsi nei dintorni, chiamati dalle trombe e dalle fucilate, accorrevano in soccorso dei loro compagni, e rasenti le muraglie, strisciando tra le macchie, sfidando il fuoco degl’Imperiali, riuscivano a penetrare nel Galpon. Via via arrivarono Carniglia, Ignazio Bilbao biscaglino, Edoardo Mutru nizzardo, Raffaello e Procopio, l’uno mulatto l’altro nero, Francesco Sylva spagnuolo ed altri cinque, di cui Garibaldi stesso lamenta di non ricordare il nome. Così i difensori del Galpon diventarono tredici, e apparivano cento. La disperazione somministrava le armi e il furore; ma una disperazione fredda, calcolatrice, impavida, che pareva rendere più acuto l’occhio, più fermo il polso dei difensori, e faceva nello stormo degli assalitori irreparabili vuoti. Il Galpon era stato in pochi istanti coperto di feritoie, e da ogni feritoia partiva la morte. A un certo punto gli assalitori, stanchi di vedersi decimati senza potere offendere, immaginarono d’incendiare il Galpon. Salirono perciò sul tetto, lo scoperchiarono e si diedero a gettare sull’improvvisata cittadella fasci di legne accese. Fu quello pei difensori il momento più terribile; molti di loro, colpiti da quella breccia aperta nell’alto, caddero mortalmente feriti. Pure non smarrirono un istante l’animo invitto: guidati da Garibaldi, mentre gli uni attendevano a spegnere il nascente incendio, gli altri puntavano, freddi e calmi, contro ogni nemico che s’affacciasse dal tetto e lo fulminavano. La difesa si protrasse così ancora per qualche tempo, ma venne un punto in cui gli assaliti si contarono, e non erano più che tre. Cinque erano morti, cinque gravemente feriti. Gli Imperiali, quantunque decimati, superavano ancora il centinaio, e la rabbia dell’inattesa resistenza li rendeva ancora più feroci. Oramai non restava più ai difensori che l’ultima ragione della baionetta e una morte gloriosa. In quel punto Garibaldi, trovando nel sublime delirio dell’imminente agonia un impensato stratagemma, intuona in faccia ai nemici esterrefatti l’inno di Riego:

Soldados, la patria