Nos llama a la lid:
Coriemos, coriemos
La patria a salvar.
E i due compagni tengon bordone, e i feriti cui resta un filo di voce ancora accompagnano, e tanto è l’effetto di quelle patriottiche note elevate da quel coro d’eroici morenti, che gl’imperiali, tra stupiti e commossi, ristanno alcun poco interdetti e sospendono per alcuni istanti l’assalto. Fu la salvezza degli assediati: che in quel medesimo punto il negro Procopio essendo riuscito a fracassare con una ben aggiustata palla il braccio del colonnello Moringue, i suoi cavalieri si turbano e si scompigliano, il colonnello stesso ordina la ritirata, e in poco d’ora il Galpon è libero e tutto il piano circostante sgombro di nemici. Era quello il primo combattimento di terra che Garibaldi sosteneva. Per cinque ore tredici uomini ressero all’assalto di centocinquanta agguerriti cavalieri, comandati da uno dei più valorosi e astuti capitani del Brasile.
Due anni dopo il capitano Lelièvre con centoventitrè uomini difendeva la Torre di Mazagran contro dodicimila beduini; ma Mazagran era una fortezza e il Galpon di Chargucada una bicocca.
Le «anitre» erano tornate all’acqua. Il governo di Piratinin, visto come l’assedio posto a Porto Allegre si trascinasse troppo per le lunghe e non promettesse alcun prospero fine, deliberò di dar la mano ai rivoluzionari della finitima provincia di Santa Caterina, ove si erano già manifestati molti segni di ribellione all’Impero, e poteva, una volta soccorsa, mettere l’esercito di Don Pedros tra due fuochi e seriamente minacciarlo. Ordinò quindi una doppia spedizione auxiliadora. Il general Canavarro dovea agire per terra ed il capitan-tenente Garibaldi per mare. Ma agire per mare era una parola. La Repubblica aveva bensì aggiunti al Rio Pardo ed al Republicano che tenevano la laguna altri due più grossi lancioni, uno dei quali (dell’altro non si trova scritto il nome) era chiamato il Seival; ma sull’Oceano essa non possedeva nè porti, nè flotta, e la laguna del Los Patos era separata dall’Atlantico da oltre venticinque leghe di terra e le sue foci erano tutte in mano degl’Imperiali. Come fare adunque? Caricare due lancioni sopra carri e trasportarli dalla laguna in mare: fu questo il suggerimento di Garibaldi e fu senza indugio accettato. Presi pertanto il vecchio Rio Pardo ed il nuovo Seival, e commesso ad un abile carradore dei dintorni la costruzione di due lunghi carri sostenuti da quattro altissime ruote, si mise all’opera. Da un’insenata a greco della laguna sgorga entro un burrone un torrentello detto il Capivari, il quale dopo un corso di oltre venti leghe andava a finire colle sue povere acque in un altro lago chiamato Taramanday, che a sua volta sboccava per mezzo a vorticosi frangenti nell’Atlantico. Ora Garibaldi scelse per il trasporto dei suoi lancioni queste due vie. Fatti entrare i carri nel Capivari fin presso al suo sbocco dalla laguna, vi fece scorrer sopra, senza grandi sforzi, i due lancioni: attaccò a ciascun carro venticinque paia di buoi: discese, non dice in quanti giorni, tutto il letto del fiume: giunse, con meraviglia degli abitanti accorrenti a quell’insolito spettacolo, fino alle sponde del Taramanday, ivi scaricò i due legni, li gettò in acqua, li armò e li allestì d’ogni occorrente e drizzò la prua verso l’Oceano. Il più pareva fatto, ed era il meno.[43]
Il fondo di foce del Taramanday è bassissimo e soltanto nelle ore d’alta marea praticabile; oltre a ciò, la costa dell’Atlantico in quel punto scopertissima e per le correnti alluvionali che la solcano e gli spessi marosi che la flagellano, oltremodo ardua e perigliosa. A Garibaldi quindi e a’ suoi arditi compagni si convenne attendere fin quasi a sera il ritorno dell’alto flusso; ma quando questo arrivò e si prepararono a tentarne il passaggio, s’avvidero che l’acqua non bastava ancora. Era dunque giocoforza ricominciare da capo; faticare e sudare ancora, manovrare di destrezza e di coraggio, balzare di nuovo in acqua, spingere e trascinare di nuovo i bastimenti a forza di remi e di braccia, scivolare nel buio della notte tra le secche e i frangenti; dare una battaglia all’Oceano anche prima di potervi entrare.
E la battaglia prima delle tre ore del mattino era vinta, e Garibaldi poteva dire che eran quelli i primi bastimenti che superassero quelle sirti fin allora intentate; ma l’Oceano se ne vendicherà. Non appena infatti i lancioni ebbero salpata l’áncora, un fortunale di mezzogiorno si scatenò con tanto furore, che il capitano, posto tra il pericolo imminente e quasi certo di veder i suoi legni andar sommersi al primo colpo di vento e l’altro ancor lontano ed incerto di cader prigioniero nelle mani degl’Imperiali, scelse tuttavia questo e comandò di accostar terra il più presto, comunque, dovunque. Ma anche per questa manovra era tardi. Il Seival, comandato dal Griggs, come il più forte e il più snello potè ancora reggere all’urto e afferrare, sebben sconquassato, la costa. Il Rio Pardo, più piccolo e più carico, dopo avere lungamente e valorosamente lottato, battuto di fianco da un’ondata più furibonda delle altre andò capovolto sotto i flutti e non si risollevò mai più.
Allora apparve uno spettacolo terribile. Garibaldi, buttato come tutti gli altri in preda alle onde, non ebbe nell’istante del disastro che un solo pensiero: provvedere alla salvezza de’ suoi compagni. Gagliardissimo nuotatore, andava da un naufrago all’altro, a questi porgendo la mano, a quelli stendendo un boccaporto o un remo, a tutti recando un aiuto ed un consiglio; ma invano.
Luigi Carniglia fu il primo a perire sotto i suoi occhi. Il destino volle che nel momento del naufragio egli portasse indosso un pesante giacchettone di calmuck, che serrandogli fortemente le membra gli impediva di nuotare. Si tenne egli aggrappato ai sartiami dello sbattuto bastimento finchè gli bastò la forza; ma venutagli meno si mise a gridare al soccorso. L’intese Garibaldi e accorse in due lanci; e mentre si reggeva egli pure con una mano al bastimento, coll’altra tratto di tasca un coltello si diede a tagliare, febbricitante, il collo ed il dosso della tenace giacchetta; e già questa cadeva a lembi, già il bravo timoniere ricuperava il fiato ed il moto, quando una furiosa ondata percuote e divide d’un colpo i due amici, manda in brani il bastimento e sommerge tutti. Ritornò a galla stordito, ma lottante ancora Garibaldi; il suo fido Carniglia, colui che gli aveva salvata la vita sulla Plata, non vi tornò mai più.