Allora oppresso da ambascia mortale, più come automa spinto da un involontario impulso che come uomo guidato dall’amore della vita, Garibaldi s’avvia lento e triste verso la spiaggia. Quando toccatala appena vede boccheggiare sull’onde, agitando le braccia con gesti disperati, l’altro suo amico Edoardo Mutru. Il Nizzardo era a terra, al sicuro, affranto da una lotta disperata di più ore; pure il pensiero della salvezza de’ suoi lo domina sempre, torna a slanciarsi in mare, arriva in pochi passi presso l’amico agonizzante, gli porge un boccaporto; ma nel punto in cui il povero Mutru tenta allungare le braccia ed afferrarlo, l’ultima lena gli vien meno e l’onda lo arrotola, lo capovolge e lo ingoia per sempre. Era l’ultimo sforzo, di cui anche Garibaldi poteva essere capace. Raggiunta di nuovo la riva, fatta la triste rassegna de’ naufraghi, sedici erano periti: quattordici soli erano salvi, e tra di essi, mortale certezza al cuore del nostro patriotta, nemmeno uno italiano. «Carniglia, Mutru, Staderini, Navone, Giovanni, un altro di cui non rammento il nome (scrive dolorosamente Garibaldi), erano tutti morti. Forti e buoni nuotatori perirono. Alcuni giovanotti americani che non sapevano nuotare erano salvi. Pare incredibile, ma è vero. Io vaneggiava: mi pareva il mondo un deserto.[44]»

E tuttavia anche la vita de’ superstiti pendeva ad un filo. Balestrati su una spiaggia deserta, fradici fino alla midolla, assiderati dalla lunga immersione, privi da molte ore d’alcun ristoro, spossati dalla lotta disperata contro la tempesta, se un pronto soccorso non sopravveniva sarebbero morti certamente di freddo e d’inedia sul palmo di costa in cui l’onda li aveva gettati. Per fortuna il soccorso venne; e fu un consiglio. «Corriamo,» suggerì una voce, «corriamo:» assentirono tutti. E quei quattordici naufraghi, ignudi e tremanti, raccolto l’estremo delle loro forze si diedero a correre macchinalmente sulla sabbia della riva fin che ebbero lena. Fu la loro salvezza. Al tornar del calore tornava la vita, almeno quel tanto di vita che era loro necessario per potersi trascinare alla prima casa abitata, dove pervennero infatti e trovarono ogni maniera d’ospitali conforti.

XII.

Ma ben altre prove lo aspettavano. Quel generale Canavarro che doveva operare per terra, accolto come liberatore dagli abitanti della città di Laguna, ed ivi piantato il governo repubblicano, di cui fu eletto segretario il Rossetti, s’apparecchiò a marciare avanti ed a riprendere anche sul mare le ostilità. Di queste affidò la piena balía a Garibaldi, ammiraglio nato di quelle guerre, il quale, raccolta nelle acque della laguna[45] un’altra flottiglia, ossia due golette, una col nome storico di Rio Pardo da lui comandata, l’altra con quello di Cassapara comandata dal Griggs, e il vecchio Seival sotto il governo dell’italiano Lorenzo, si slanciò una notte, malgrado la crociera imperiale, nell’Oceano.

Da principio le sorti della piccola flottiglia repubblicana corsero prospere: all’altezza dell’isola di Santos sfuggì alla caccia d’una corvetta imperiale, presso all’isola di Abrigo catturò due sumaques brasiliane cariche di riso ed un’altra più tardi. Ma alcuni giorni dopo, perduta in una oscura notte di tempesta la Cassapara, ridotta la squadriglia ai soli Rio Pardo e Seival e affrontata all’altezza di Santa Caterina da un grosso patacco brasiliano, sostenne bensì per alcun tempo il combattimento, ma una cannonata nemica avendo smontato un pezzo del Seival e forata la sua chiglia, per giunta le sumaques impaurite avendo ammainata la bandiera, Garibaldi fu costretto a cercar rifugio nel porto di Imbituba.

Colà un vento avverso di mezzoggiorno lo teneva quasi prigioniero, e allora la squadra brasiliana, forte di tre grossi bastimenti, prese ella l’offensiva. Inutile dire che il nostro capitano s’apparecchiò a riceverla da par suo. Collocò il cannone smontato dal Seival dietro una batteria gabbionata, sopra il promontorio che proteggeva la baia dalla parte di levante; imbossò il Rio Pardo traverso il porto e attese l’attacco. Le bordate degl’Imperiali erano spesse e terribili, i cannonieri dei Repubblicani si studiavano a compensare la poca forza dei loro pezzi colla giustezza dei tiri e coll’intrepidezza; ma, come accade sempre nei combattimenti disuguali, ogni perdita che facevano gli assaliti era rovinosa e decisiva; le perdite degli assalitori, per quanto grandi, quasi insensibili. Oramai il Rio Pardo era stremato; la sua coperta era ingombra di cadaveri; i suoi fianchi, la sua alberatura, laceri e mutilati. Solo il pezzo della batteria di terra continuava la difesa e teneva in rispetto il nemico. Da un istante all’altro Garibaldi s’attendeva l’arrembaggio ed in cuor suo quasi lo pregustava. Ma a un certo punto, che è, che non è, i colpi dal mare diradano, il fuoco va via via cessando, la squadra nemica si ritira. Fu detto che la cagione dell’improvvida ritirata fosse la morte del comandante di uno dei legni brasiliani, ma nessuno l’accertò. Garibaldi restò una volta ancora con forze disuguali, e per il solo ostinato coraggio suo e de’ suoi, padrone del campo; e girato sul far della sera il vento, potè la notte medesima, tardi scoperto e invano inseguito, rientrare sicuro e vittorioso nella laguna di Santa Caterina.

XIII.

I vincitori di Imbituba non furono soltanto uomini. Fin dal cominciare della zuffa si sarebbe potuto vedere sulla tolda del Rio Pardo una donna, la quale impavida al fuoco, sprezzante la morte, ora soccorrendo i feriti, ora incorando i combattenti, ora sparando ella medesima il suo bravo colpo di carabina, porgeva a tutti un singolare spettacolo d’intrepidezza e di gagliardía virile. Era Anita. Si trattasse d’uno di quegli amori di ventura e di capriccio tanto frequenti al nostro eroe, e dir si potrebbe a tutti gli eroi, o vi scivoleremmo sopra o ne taceremmo affatto. Ma di questa donna che fu la più durevole e fors’anco l’unica passione vera di Garibaldi, la di cui istoria è tanto immedesimata in quella dell’uomo del suo cuore, che molti gesti e trionfi di lui rimarrebbero incompiuti e inesplicabili senza la presenza e partecipazione di lei, e la cui vita fu tutta un romanzo d’amore, di fede e di eroismo, e la morte una tragica catastrofe d’eroico poema; di questa donna, dico, strana forse di costumi, ma ingenua di cuore, volgare di sangue, ma nobilissima d’animo, la storia non potrebbe tacere senza smezzare Garibaldi stesso. Quanto egli fosse sensibile al fáscino potente dell’eterno femminile, lo vedemmo nella capanna del Capataz innanzi alla donna poetessa. E non sarebbe stato eroe altrimenti. Come non si potrebbe concepire Achille senza Briseide, Rolando senza la bella Alda, il Cid senza Chimene e Ruggiero senza Bradamante; così non si concepirebbe Garibaldi senza la donna. Le avventure delle armi traggono seco quelle dell’amore; e il sangue ricco, la salute fiorente, il gusto della vita sciolta e perigliosa che fanno il soldato, fanno l’amante paladino.

Bello, giovane, ardente, gagliardo, facilmente amava ed era facilmente amato. Romantico in azione, figlio armato di Byron e di Walter Scott, amare occultamente una vergine violentata da padre crudele, una sposa vittima di marito brutale, consacrarle un eterno amore e portarne seco l’immagine

Tra il furor delle tempeste,