Fra le stragi del Pirata,

strapparla a’ suoi oppressori e rapirla in una notte burrascosa sulla groppa del suo cavallo, farne l’amazzone del suo campo e la sultana della propria nave, era il suo sogno, la sua poesia, la forma ideale con cui egli concepiva l’amore. Così si spiega il romanzo d’Anita; ma si spiega anche come questo romanzo dovesse avere parecchie prefazioni.

Poco dopo il suo arrivo sul Camacua, accolto ospitalmente in casa da una delle sorelle del Presidente, v’incontra una Manuella, bellissima vergine, dice lui, ma destinata sposa ad un figlio del Presidente: perciò appunto se ne infiamma fulmineamente; diventa il suo cavaliere, il suo navalestro, il suo tacito amante; gli consacra mentalmente le sue fatiche, le sue prodezze, la sua vita; sogna, sospira, si adorna, si pavoneggia per lei; e quando torna vittorioso dal combattimento del Galpon, e saputo che la fanciulla aveva chiesto tutto il giorno sue nuove, e tremato e impallidito più volte per la sua vita, esclama «che quest’annunzio gli era stato anche più dolce della vittoria;» e ancora dodici anni dopo, associando nella sua mente i ricordi di Manuella e di Anita, esclamava: «Bellissima figlia del continente, tu destinata donna ad un altro!... A me riserbava la sorte altra brasiliana.... ch’io piango oggi e piangerò tutta la vita.... Dolce madre de’ miei figli, mi conobbe nella sventura, naufrago!... Più che il mio merito, la vincolarono a me le mie sciagure, e me la sacrarono per la vita!»

Scampato dal naufragio dell’Atlantico, Garibaldi raggiunse a Laguna il generale Canavarro, a cui gli abitanti stessi rovesciato, al suo avvicinarsi, il governo imperiale, avevano aperte le porte. Anche Garibaldi, quindi, trovata una città amica là dove aveva temuto trovarne una ostile, vi fu ricevuto con ogni maniera di festose accoglienze e onorato immediatamente del comando della goletta Itaparika, forte di sette cannoni. Era però mesto e abbattuto. La perdita di tanti cari compagni, specialmente del Carniglia e del Mutru, l’aveva piombato in una profonda tristezza. Si sentiva solo sulla terra: un vuoto immenso pesava sul suo cuore: la vita gli pareva insopportabile. Fu allora che gli balenò alla mente per la prima volta l’idea del matrimonio. Fino a quel giorno la vita coniugale gli era parsa tanto disadatta e contraria all’esistenza nomade e avventuriera toccatagli in sorte, che l’aveva riguardata sempre come un evento impossibile; ma dopo il naufragio dei lancioni la corrente de’ suoi pensieri mutò: sentiva il bisogno di surrogare in qualche modo gli amici perduti, di trovare un’anima fedele ed amante che dividesse con lui le battaglie del destino e gli rendesse men dura la solitudine dell’esiglio. Aveva il Rossetti, è vero, amato da lui come un fratello; ma il Rossetti per i doveri del suo ufficio era costretto a stargli lontano e tornavano rarissime le occasioni in cui potesse vederlo. Oltre a ciò, l’amicizia d’un uomo, per quanto forte, non gli bastava più; era il cuore d’una donna che gli abbisognava, d’una donna tutta, soltanto, indissolubilmente sua: e quando la trovò, se la prese.

Una sera se ne stava con questi pensieri contemplando dal suo bordo la riva, quando notò sul molo vicino un gruppo di donne e di fanciulle. In sulle prime le loro figure passavano e ripassavano in confuso innanzi a’ suoi occhi; poi a poco a poco il suo sguardo, forse il suo cuore, ne fissò una e s’arrestò a contemplarla. Era una giovane nella pienezza dell’età e della forza, dotata di una irregolare, ma virile bellezza: l’ideale femminile che Garibaldi cercava. Però prima d’averle parlato e d’averla udita parlare, per il solo effetto di quella invisibile e magica scintilla donde è sempre nato l’amore, il Nizzardo l’amò. Ed ella pure doveva aver notata la bionda e leonina testa del marinaio straniero che da giorni la spiava: ella pure aveva sentito il fáscino di quello sguardo e il tocco di quella scintilla, e dato nel suo segreto il cuore a colui che gli offriva il suo. Però un’altra sera Garibaldi non si contenne più; formò il suo disegno, scese a terra e s’avviò difilato verso la casa della giovane. Il suo cuore batteva violentemente, ma chiudeva una risoluzione incrollabile. Sulla soglia incontrò un uomo, il quale forse per la conoscenza che aveva fatto del prode Italiano, forse obbedendo alle costumanze di quel paese, lo invitò ad entrare ed a prendere con lui una tazza di caffè. Garibaldi, dice egli stesso, «sarebbe entrato anche senz’essere invitato.» L’invito gli agevolò la parte che s’era proposta. Appena in casa, colto il momento propizio, s’avvicinò alla giovane e le susurrò, calmo e formidabile insieme: «Fanciulla, tu sarai mia.» Ella non rispose che un cenno, ma conteneva un patto d’amore infrangibile.

Egli tornò, non visto, alcune sere dopo, la prese, più che non la rapì, sotto il suo braccio, la fece salire, come a talamo inviolabile, il bordo del suo Rio Pardo, la pose sotto la tutela formidabile de’ suoi cannoni e de’ suoi marinai, e in faccia al cielo e al mare la giurò sua sposa.

Ella si chiamava Anita Riberas ed era nativa di Merinos, villaggio di quel medesimo distretto di Laguna. L’uomo che Garibaldi incontrò sulla soglia era suo padre, e chi lo disse suo marito errò. Anita era bensì fidanzata per volere del padre ad un uomo che non amava; ma non era, come fu creduto, maritata. Cedendo al fato d’amore, lacerò il cuore del padre, non ruppe fede ad alcun altro uomo. «Se vi fu colpa (esclama Garibaldi) fu tutta mia. Se l’anima d’un innocente ha patito, io solo devo risponderne, e ne ho risposto. Ella è morta e suo padre è vendicato. Là presso le bocche dell’Eridano, il giorno in cui sperando disputarla alla morte, serrai convulsamente i suoi polsi per contarne gli ultimi battiti; raccoglieva sulle mie labbra il suo respiro fuggitivo; stringeva un cadavere. In quel giorno conobbi tutta la grandezza del mio fallo.[46]»

XIV.

Quando Garibaldi rientrò a Laguna, le cose dei Repubblicani cominciavano a volgere alla peggio. I Riograndesi non avevano saputo cattivarsi l’affetto della provincia sorella. Il regime violento e dispotico del generale Canavarro; il contegno duro ed oltraggioso de’ suoi luogotenenti; i maltrattamenti, le vessazioni, le rapine delle sue soldatesche, avevano seminato in poco tempo nell’animo dei Sancaterinesi cagioni di malcontento da mutare il primo loro entusiasmo per la causa repubblicana in aperta avversione; anzi la piccola città d’Imeruy, posta sul lago dello stesso nome, aveva dato per la prima il segnale della rivolta, e, scagliatasi in armi contro il piccolo presidio, risollevate le insegne dell’Impero.

E ciò mentre l’esercito imperiale, rinforzato di nuove truppe, marciava in più colonne, grosso e agguerrito, contro la capitale della provincia, e secondato dalla squadra sempre signora della costa, quindi degli sbocchi del lago, investiva di fronte e di fianco il debole esercito repubblicano, e minacciava di troncargli ogni scampo.