Ma Garibaldi aveva appena cominciato ad assaporare le gioie di padre, che uno dei tanti accidenti onde componevasi la sua vicenda quotidiana, venne a mettere a serio pericolo tanto la sua, quanto la vita di sua moglie e di suo figlio, minacciando distruggere in un colpo solo il nido della sua felicità.

Essendosi egli recato a Settembrina, villaggio distante da San Simon alcune giornate di cammino, per provvedersi di biancheria e di vesti per sua moglie e suo figlio ridotti quasi ignudi, e avendo occupato nel viaggio, attraverso un paese maremmano e paludoso, maggior tempo di quello che aveva pensato, al suo ritorno alla fattoria non trovò più nè Anita, nè Menotti, nè alcuno. Quali si fossero la sorpresa, l’affanno, qui potremmo dire anche lo spavento di Garibaldi, l’immaginerà chi ha cuore. Non tardò, è vero, a scoprire tosto la cagione della scomparsa de’ suoi cari e l’asilo in cui si erano rifugiati; ma finchè non li ebbe riveduti ed abbracciati non ebbe pace.

Ecco pertanto come il caso era succeduto. Quello stesso colonnello Moringue che l’aveva sorpreso al Galpon di Chargucada, riportando, perenne ricordo del guerrigliero italiano, un braccio fracassato, campeggiava sempre nei dintorni di Los Patos, e appunto in quei giorni era piombato addosso, con astuzia più felice, ad un posto di cavalleggieri repubblicani comandati da un certo Massimo, e facilmente massacrati i soldati e il capitano, s’era spinto con una forte colonna di cavalli nei dintorni di San Simon, spargendo il terrore in tutta la contrada.

Ora i quaranta uomini lasciati da Garibaldi a presidio della fattoria, erano troppo scarsi di numero per resistere ad un nemico tanto più forte, e lontano il solo capo che poteva guidarli alla disperata difesa, stimarono non restasse loro altro scampo che fuggire e inselvarsi nelle foreste vicine fino al dileguarsi del nembo. E naturalmente anco Anita dovette fuggire con loro.

Ecco dunque la novella madre, puerpera appena da dodici giorni, costretta a balzar in groppa al cavallo e in una notte tempestosa, coperta della semplice camicia, col suo figliuolo traverso la sella, gettarsi alla ventura per macchie e burroni, esposta ad ogni guisa di stenti e di pericoli, noncurante di sè, ma trepida della vita del caro suo portato, tremante anche per la sorte di suo marito che forse correva rischio peggiore. Fortuna volle invece che Garibaldi la scoprisse, con tutta la sua scorta, al margine di un bosco, e che tutta la famiglia di San Simon, un istante dispersa, potesse ricongiungersi incolume nell’asilo da poco abbandonato. Non vi potè per altro dimorare a lungo; chè Garibaldi, non sapremmo dire se per ordine della Repubblica o di volontà sua, attirato sempre dall’idea di armar in guerra le sue canoe, che gli rappresentavano in embrione un simulacro di flotta, s’era trapiantato sulla riva del Capivari, quel fiume, emissario del Los Patos, sul quale aveva eseguito il famoso trasbordo dei lancioni; e colà si era dato, forse in attesa di meglio, a trasportar gente e corrispondenze dalla riva orientale del lago all’occidentale; operazione che, fatta sotto il tiro delle squadre imperiali, sempre signoreggianti le acque della laguna, non doveva essere priva nemmeno essa di emozioni e di pericoli.

XV.

Intanto però le cose della Repubblica precipitavano a rovina. Fallito l’assalto di San Josè e costretti a levarne l’assedio; divelti perciò da ogni base d’operazione; stremati, più ancora che dalle sconfitte, dalle defezioni, dalle discordie, dalle malattie; stretti sempre più nella cerchia di ferro dagli eserciti imperiali, dei quali per colmo d’improvvida alterezza avevano rifiutati i non disonorevoli patti, ai Repubblicani non restava più ormai altro scampo che ritirarsi senza frammettere indugio nei distretti montuosi e silvestri del centro e del settentrione, in mezzo ai quali, se non ristaurar le sorti e riafferrare la vittoria, era almeno possibile prolungare l’agonia e differire la catastrofe.

Concentrati tutti i piccoli distaccamenti sparsi nei dintorni, la ritirata cominciò. Era l’inverno del 1841. Il generale Canavarro, al quale era andato a riunirsi anche Garibaldi, doveva formar la testa della colonna e aprire la marcia, forzando innanzi a sè i passi delle Serre che il generale dell’impero Labattue (francese d’origine) minacciava sbarrargli; il generale Bento Gonçales doveva chiudere la colonna guardandone, quanto era possibile, i fianchi e le spalle.

Fin però dalle prime mosse l’esercito rivoluzionario e più ancora il cuore di Garibaldi erano stati funestati da dolorosissimo lutto. Il Rossetti, che marciava colla guarnigione di Settembrina all’estrema retroguardia, sorpreso dall’infaticabile Moringue, ferito e caduto da cavallo, avendo preferito alla resa la morte, era stato brutalmente trucidato.

La perdita era per la causa repubblicana gravissima, ma per Garibaldi irreparabile; con il Rossetti spirava il fratello del suo cuore, colui che nella gerarchia de’ suoi amici teneva il primo posto. Però il suo dolore fu pari al suo amore e il compianto di Patroclo degno d’Achille. Pure una cosa è tuttavia notabile, come nella passionata elegia che egli consacrò alla memoria dell’estinto amico l’immagine che più campeggia sia ancora l’Italia. Più che il prediletto de’ suoi amici, diresti ch’egli pianga il forte cittadino, e ch’egli non senta la propria sventura se non nella grandezza della sventura toccata all’Italia: tanto vero che in codesti uomini fatali gli affetti individuali, per quanto grandi, vengon sempre secondi, e che essi non amano davvero se non l’indipendenza per cui vivono e combattono.