La ritirata intanto intrapresa nel più rigido inverno, sotto pioggie continue, traverso laberinti senza sole e senza orme di sterminate foreste, fu una delle più disastrose che Garibaldi abbia mai veduto. E poichè egli ne fu insieme testimonio e narratore, e la pittura ch’egli ne fa, malgrado la rozzezza del pennello e il disordine della composizione, o forse appunto per questo, ci appare piena di verità e di vita, così la lasceremo narrare a lui stesso:

«Noi conducevamo per tutta provvista alcune vacche al laccio, non trovandosi animali negli ardui sentieri che dovevamo percorrere. Per le pioggie quasi perenni in quelle montagne, gonfi oltremodo erano i fiumi, e molti bagagli si perdevano, trasportati dalla corrente nel passaggio. Marciavasi con pioggia e senza alimenti; accampavasi senza alimenti e con pioggia. Tra un fiume e l’altro coloro che rimasti erano colle vacche ebbero carne, gli altri nulla. La fanteria specialmente pativa, mancandole pure il miserando pasto della carne di cavallo. Furonvi scene da inorridire. Molte donne, secondo l’uso del paese, seguivano la truppa, e con esse i bambini. Pochi bambini uscirono dalla foresta. Alcuni erano stati raccolti da’ cavalieri, che pochi tra i fortunati avevano potuto salvare il cavallo e con esso una creatura abbandonata dalla madre, morta o morente di fame, di fatica, di freddo. Anita abbrividiva all’idea di perdere il nostro Menotti, che salvammo per un miracolo. Nel più arduo della strada e nel passo de’ fiumi io portava il mio povero figlio di tre mesi in un fazzoletto a tracolla, procurando di riscaldarlo coll’alito. D’una dozzina d’animali tra cavalli e muli, che servivano per cavalcatura e pel mio equipaggio, e che con noi erano entrati nella selva, con due soli cavalli ero rimasto e due muli; il resto era caduto per stanchezza. Le guide per colmo di sciagura avevano sbagliato la strada, e questo fu uno dei motivi per cui più difficilmente varcammo quella terribile foresta delle Antas.[47] Siccome si procedeva avanti senza trovar mai il fine di quella maledetta piccada,[48] io rimasi nella selva coi due muli pure stanchi, coll’intenzione di salvarli facendoli avanzare a poco a poco ed alimentandoli con foglie di taquara.[49] Mandai Anita con un domestico e col bambino, perchè cercassero l’uscita del bosco ed alimento per ambi. I due cavalli che ci rimanevano, cavalcati alternativamente dalla coraggiosa, salvaronmi il tutto. Essa giunse fuori della piccada, e per fortuna trovò alcuni de’ miei soldati con un fuoco acceso, cosa non facile per la pioggia continua e per la povera condizione a cui eravamo ridotti.

»I miei compagni, a cui era riuscito asciugare alcuni de’ cenciosi loro panni, presero il bambino, l’involsero, lo riscaldarono e lo tornarono in vita, quando la povera madre già poco ne sperava. Con amorevole sollecitudine si diedero que’ buoni militi a cercare pure dell’alimento, con cui ambedue si riconfortarono. Io faticai invano per salvare i due animali, e terminai per abbandonarli spossati, e già molto deteriorato io stesso, varcai il resto della selva a piedi. Al nono giorno della nostra entrata nella piccada appena trovavasi fuori la coda della nostra divisione, e pochissimi cavalli d’ufficiali eransi potuti salvare. Il nemico, che ci aveva preceduti fuggendo, aveva lasciato nella stessa foresta delle Antas alcuni pezzi d’artiglieria, di cui non ci occupammo per mancanza di mezzi di trasporto, e rimasero perciò sepolti in quelle spelonche chi sa per quanto tempo. I temporali sembravano stanziati in quella selva, poichè usciti ne’ campi dell’altopiano, Cima di Serra o Vaccaria, vi trovammo il buon tempo. Il tempo buono ed alcuni animali bovini, trovati in que’ dintorni, ci fecero alquanto dimenticare le fatiche passate. Nel dipartimento di Vaccaria permanemmo alcuni giorni per aspettare la divisione di Bento Gonçales, che vi giungeva frazionata ed assai malconcia. L’infaticabile Moringue, informato della ritirata nostra, erasi messo ad inseguire la retroguardia di quella divisione, incomodandola in ogni modo, coadiuvato dai montanari, sempre accanitamente ostili ai Repubblicani. Tutto ciò diede a Labattue il tempo sufficiente per ritirarsi e congiungersi all’esercito imperiale. Giunsevi però quasi senza gente per gli stessi inconvenienti incontrati da noi. Ebbe di più il nemico uno di quelli straordinari accidenti, che racconto per la strana sua natura. Dovendo Labattue attraversare sul suo cammino i due boschi, conosciuti col nome di Mattos[50] Portoghese e Castillano, trovavansi in quelli alcune delle tribù indigene, delle più selvagge che si conoscano nel Brasile. Esse, sapendo del passaggio degl’Imperiali, li assalirono in varie imboscate, e li danneggiarono non poco.

»Ci fecero queste sapere in seguito che erano amiche ai Repubblicani, e veramente non c’incomodarono affatto al passaggio nostro. Vedemmo passando i foges[51] ma nessuno coperto. In quei medesimi giorni comparì fuori della foresta una donna, rubata nella sua giovinezza dai selvaggi, e che in quell’occasione approfittò della vicinanza nostra per salvarsi: era questa poverina nel più deplorabile stato. Intanto, non avendo più nemici da fuggire, nè da perseguire in quelle alte regioni, procedemmo nella nostra marcia con lentezza, mancanti quasi totalmente di cavalli, ed obbligati a domar puledri cammin facendo. Il corpo de’ lancieri liberti, rimasto smontato per intiero, fu obbligato di rifarsi con puledri. Era bel vedere allora, quasi ogni giorno, una moltitudine di quei giovani e robusti negri, domatori tutti esperti, arrampicarsi sul dorso di selvaggi corsieri e tempestare per la campagna, e il bruto fare ogni sforzo per isvincolarsi e gettar lontano il carco di un tiranno, e l’uomo, ammirabile di destrezza, di forza, di coraggio, ingambarsi siccome tanaglia, battere, spingere, e stancare alfine il superbo figlio del deserto. In quella parte dell’America il puledro, giunto appena dal campo, s’inlaccia, s’insella, s’imbriglia, e lo cavalca il domatore. In pochi giorni è capace di ricevere il morso. I più renitenti riescono buoni cavalli come qualunque altro in poco tempo, salvo poche eccezioni. Ma difficilmente riescono ben domati dai soldati, massime nelle marce, ove non si può avere comodo nè cura per ben domarli.

»Passati i Mattos Portoghese e Castillano, scendemmo nella provincia di Missione, dirigendoci sopra Cruz-Alta, capoluogo di quella piccola città su d’un altopiano, ben costrutta ed in bella posizione, siccome bella è tutta quella parte dello Stato di Rio Grande. Da Cruz-Alita marciammo a San Gabriel, ove si stabilì il quartier generale, e si costrussero baracconi per accampare l’esercito.

»Sei anni d’una vita di disagi[52] e di avventure non mi avevano sgomentato quando ero solo; ma l’avere una famigliuola, l’essere così lontano da tutte le mie relazioni antiche e da’ parenti, di cui non sapevo nulla da anni, mi fecero nascere il desiderio di avvicinarmi ad un punto onde sapere alcuna cosa, massime de’ genitori, il cui affetto avevo potuto dimenticare un momento, ma che vivamente pur sempre esisteva nell’anima mia. Poi nulla sapevo dell’Italia! Poi abbisognava migliorare la condizione della mia cara e del bambino. Mi decisi adunque di passare a Montevideo, almeno temporariamente, e ne chiesi il permesso al Presidente, come pure di fare una piccola truppa di buoi per le spese.»

Ed eccolo così truppiere o conduttore di buoi. Ottenuto facilmente dal Ministro della guerra di fare una razzía di quanto bestiame selvatico gli cadesse nelle mani (poichè siamo in paese, dove la proprietà dell’animale errante è di chi lo toglie), gli vien fatto di radunarne all’estancia del Coral de Pedras novecento capi, e con questa enorme mandria s’incammina, scendendo il corso dell’Uruguay, per Montevideo. Ma nel traversare il Rio Negro comincia a perdere una gran quantità di buoi; poi un’altra buona parte gliela frodano i Capataz, sicchè fatta la rassegna s’avvede che non gliene restano più di cinquecento; onde minacciato dalla probabilità di perdere anche il rimanente, si decide a macellarli per venderne le cuoia: magro negozio pur quello, poichè non arrivò ad intascare che un centinaio di scudi, appena bastevoli alle necessità del lungo viaggio.

A San Gabriele però ha una felice ventura; incontrato Francesco Anzani, di cui più volte gli era suonato all’orecchio il nome, come d’uno dei più valorosi Italiani che abitassero l’America, si esalta al racconto delle sue avventure; ammira la nobiltà del suo animo, si innamora del suo carattere, e gli fa nel suo cuore il posto che il Rossetti aveva occupato. L’Anzani dal canto suo si compiace di quel giovane bello, prode, entusiasta, e ne presentisce l’alto destino; i due eroi poco prima estranei, sono in un’ora amici: continuano il viaggio assieme; assieme dividono il pane, il letto, le vesti: l’Anzani ha una camicia sola, ma due paia di pantaloni; Garibaldi invece un sol pantalone in cenci e due camicie, e barattano a vicenda la camicia ed il pantalone superflui. Al Salto dell’Uruguay però sono costretti a dividersi, ma per riunirsi fra breve. Garibaldi continua il viaggio e al cominciare del 1842 rientra con Anita in Montevideo, dove il mutato governo gli sta garante d’un asilo sicuro, e in breve gli si aprirà un campo più vasto di nuovi cimenti e di nuove glorie.

Capitolo Terzo. DA MONTEVIDEO AL RITORNO IN ITALIA.
[1842-1848.]

I.