E gli eventi lo chiarirono ben tosto. Nella primavera del 1825 trentatrè animosi Orientali, soldati quasi tutti dell’Artigas e capitanati da Juan Antonio Lavalleja,[64] giurata solennemente la liberazione della patria loro, irrompono nella Banda Orientale; che infiammata dal loro generoso ardimento si solleva tutta quanta sui loro passi, e incomincia contro il nuovo straniero una di quelle tremende campagne di guerrillas onde quei paesi vanno famosi. Il Brasile rinfaccia al Governo di Buenos-Ayres d’aver promossa ed aiutata la ribellione; ma questo, lungi dallo scusarsi, abbraccia manifestamente la causa orientale e si prepara a sostenerla coll’armi. La guerra allora non è più soltanto fra l’Impero e gl’insorti d’una sua provincia, ma tra esso e tutti i popoli della Plata, ridesti novellamente all’antico sentimento della loro fratellanza, riuniti ancora sotto il vessillo dei loro giorni gloriosi: O Libertad o Muerte. Ormai la lotta è impegnata per terra e per mare. Alla forte armata dell’Impero, l’Argentina non può opporre che una piccola squadra di tre legni; ma la comanda uno dei più intrepidi marini dell’Inghilterra, l’ammiraglio Brown. Contro il numeroso e agguerrito esercito brasiliano, i Confederati della Plata non possono mettere in campo che milizie improvvisate e bande indisciplinate; ma le guidano il Rondeau, l’Alvear, il Ribera, l’Oribe, il Lavalleja: tutti i prodi della prima guerra d’indipendenza, e il valore bilancia il numero e la forza.
Però dopo una varia vicenda di combattimenti terrestri e navali, di fortune e di rovesci, di prodezze e di carnificine, il Brown sconfigge la flotta brasiliana e si impadronisce dell’isola di Martin Garcia, la più forte stazione navale della Plata; l’Alvear distrugge l’esercito spagnuolo sui campi d’Ituzaingo (20 febbraio 1827); onde il Brasile ê costretto a chiedere la pace, e dopo un intrico di lunghi e insidiosi negoziati a sottoscrivere il trattato di Rio Janeiro, del 25 agosto 1828, mercè il quale la Repubblica argentina e l’Impero del Brasile riconoscevano mutuamente, sotto la garanzia della Francia e dell’Inghilterra, la indipendenza della Banda Orientale, obbligandosi entrambe a difenderla in caso di necessità.
Ecco dunque la Banda Orientale liberata un’altra volta, e vorremmo poter dire per sempre. Ratificato e riconosciuto dalle Potenze il trattato di Rio Janeiro; votata la Costituzione del 24 maggio 1830, per la quale el Estado oriental de l’Uruguay adopta para su gobierno la forma rapresentativa republicana e due Camere con un presidente rieleggibile ogni quattro anni, venne eletto primo presidente, non senza contrasti, quel Fruttuoso Ribera, che abbiamo veduto primeggiare sulla scena dell’Uruguay fino dal 1811, il cui nome rivedremo mescolato di nuovo ad altre lotte non lontane. Per intenderle però ci conviene ripassare per alcuni istanti sull’altra riva della Plata.
V.
Anche l’organizzazione dello Stato Argentino era stata difficile e laboriosa, nè era compita ancora. Quei due partiti, Unitario e Federalista, che vedemmo apparire fin dai giorni dell’Artigas, non avevano posato mai, e, sotto un certo rispetto, può dirsi che vivano tuttora. E ciò perchè non il caso li aveva formati o il capriccio degli uomini, ma le condizioni stesse del paese. Gli Unitari volevano l’unità e l’indivisibilità di tutti gli Stati della Plata, sotto un governo forte ed accentrato, ma liberale e civile insieme. I Federalisti volevano bensì l’unione, ma fondata sull’autonomia dei singoli Stati, rispettosa delle costumanze antiche e delle consuetudini locali; vincolata soltanto più di nome che di fatto all’autorità centrale della metropoli. Era in sostanza la lotta delle campagne contro le città, dei gauchos contro i ciudadanos, e disse bene un Argentino: «della civiltà contro la barbarie.[65]»
Certamente questi due partiti fra alcune cose giuste ne volevano entrambi una impossibile. L’unità assoluta d’uno Stato per tante guise disforme, congiunta ad un governo largamente liberale e civile in un paese in gran parte barbarico, era un’utopia; dal canto opposto l’unione senza la forza e il potere unificatore, il fascio senza il legame, era un assurdo. Ma impossibilità, utopíe, assurdità portavano tutte in sè stesse una fatale giustificazione; erano il frutto delle viscere stesse del paese. Nè i cittadini di Buenos-Ayres o di Santa-Fè potevano rassegnarsi ad un regime politico idoneo ai gauchos del Gran-Chaco, ed agli estancieros del Corrientes, più che questi potessero adattarsi alle costumanze ed alle leggi di quelli. Però gli uomini politici che si fecero interpreti e rappresentanti di queste due opposte tendenze, le esagerarono forse e le sfruttarono anche a profitto de’ loro personali interessi; ma in fondo subirono l’influsso dell’ambiente in cui essi medesimi respiravano, e obbedivano a necessità storiche e geografiche che non era in loro arbitrio modificare d’un colpo.
Seguire pertanto i due partiti in tutti gli accidenti della loro acerrima lotta sarebbe lungo e increscioso insieme. In generale può dirsi che, eccettuato il breve periodo dell’invasione dell’Artigas nell’Argentina, la prevalenza restò alla parte unitaria.
Era forse la meno pratica, ma certamente la più nobile, la più colta e civile. Fin dal 1820 n’aveva prese le redini il Rivadavia, uomo di larga mente e di puri costumi e che, educato in Europa al culto delle idee liberali e delle istituzioni civili, sperava poterne inoculare nella sua patria i principii. E fu questo, dicono, il suo errore, ma un nobile errore che fruttò all’Argentina la libertà di stampa, la libertà individuale, le prime scuole, le prime banche, le prime franchigie agli emigranti e coloni; infine quella Costituzione del 24 dicembre 1826, unitaria nell’origine e nello spirito, all’ombra della quale la Repubblica Argentina vive ancora. Ma il partito unitario aveva governato fin troppo. Nel 1827 le campagne mosse dai loro principali caudillos, capitanate dal Quiroga, il più famoso gaucho malo dell’Aroja, insorgono, in nome della perfetta libertà ed eguaglianza di tutte le provincie, contro l’autorità del Rivadavia e lo costringono ad abdicare.
Gli succede naturalmente un governo federale, e a presidente della Repubblica viene eletto il colonnello Dorrego, in voce di federalista moderato. S’intende però che nemmeno siffatto governo ebbe lunga vita. Il colonnello argentino Lavalle si mette (nel 1829) a capo d’un pronunciamento militare, sconfigge il Dorrego, e coltolo prigione lo fa, con atrocità inutile, fucilare; ma il sangue frutta sangue, il cadavere del Dorrego si rizza oramai come una barriera insormontabile fra i due partiti, e nemmeno il Lavalle può godere a lungo del suo trionfo. Infatti prima che quel medesimo anno finisca, Don Juan Manuel Rosas, rimaso fino allora in fondo della scena, radunate le milizie delle campagne ond’era capo, ritorna contro il Lavalle, lo mette in rotta al Puente-Marquez, entra in Buenos-Ayres, assume con mano di ferro la somma del potere, si fa eleggere presidente della Repubblica (1830) e diviene in poco d’ora padrone dello Stato.