A questo punto però la storia così dell’Uruguay come dell’Argentina immiserisce in tanti conflitti di fazioni e litigi di persone e puntigli d’ambizioni, da confondere e stancare gli stessi storici dei due paesi.

Nella «Giunta governativa» argentina un partito Moreno demagogico s’accapiglia col partito Saavedra autoritario o monarchico che sia,[61] e le loro dissensioni penetrano nell’esercito che campeggia nell’alto Perù e ne cagionano la rotta; intanto quattromila Portoghesi, clandestinamente assoldati dalla principessa Carlotta di Borbone, invadono l’Uruguay e marciano su Montevideo in soccorso degli assediati. L’Artigas, offeso che il comando in capo dell’esercito d’operazione sia stato affidato al Rondeau, abbandona con tutti i suoi l’assedio e si rivolge a combattere per conto suo i Portoghesi. A Buenos-Ayres il Saavedra è deposto e i partiti si succedono ai partiti, i governi ai governi; tuttavia il Rondeau rinforzato da nuove truppe continua vigorosamente a battere Montevideo, sinchè il vicerè di Spagna, Elios, perduta la speranza del soccorso portoghese, si rassegna a cedere la piazza, sottoscrivendo una capitolazione (novembre 1811) per la quale gli Spagnuoli dovevano sgombrare l’Uruguay, che veniva in tal modo a restar libero e padrone dei propri destini. Nessuno però mantiene i patti; nè i Portoghesi si ritirano dall’Uruguay, nè l’Artigas cessa dallo scaramucciar contro di loro, e per legittima conseguenza nemmeno il vicerè spagnuolo Vigodet, succeduto ad Elios, consente ad abbandonare Montevideo. Invano il Governo di Buenos-Ayres intima all’Artigas di sospendere le ostilità; ai Portoghesi ed agli Spagnuoli di sgombrare; le armi soltanto potranno decidere ancora la lite. Ecco perciò Buenos-Ayres infaticabile nel proseguire il suo disegno d’unificazione, levare e spedire nuove milizie, le une per combattere i Portoghesi e contenere insieme il ribelle caudillo uruguayano, le altre per ricominciare l’investimento di Montevideo.

Fortunatamente però i Portoghesi, allarmati dalle forze soverchianti spedite loro incontro, si decidono a ripassare l’Uruguay senza battaglia, e l’Artigas consente di riunire le sue bande rivoluzionarie all’esercito argentino e a riprendere con esso l’assedio della tante volte contrastata fortezza. Ma qui tutto non finisce, nè tutto si chiarisce ancora, per la semplice ragione che nè i voltafaccia, nè i puntigli, nè le pretensioni dell’Artigas finivano mai, nè quel qualsiasi concetto che lo guidava era pur anco riuscito a farsi strada per mezzo alle tenebre del suo grosso cervello ed a prendere forma concreta ed intelligibile così ai suoi seguaci come a’ suoi avversari. Era cortezza di mente, volubilità di carattere o dissimulazione profonda d’arcani disegni? Era soltanto, come fu detto, la meschina invidia dei generali a lui superiori che guidava la sua condotta balzana; o non era anche un presentimento istintivo, un sospetto oscuro, ma patriottico, che aiutando egli il Governo di Buenos-Ayres a liberare la patria sua dagli Spagnuoli, contribuiva a metterla nelle mani degli Argentini? Noi abbiamo indarno chiesto agli storici della Plata la soluzione di questo doppio problema: forse essi medesimi lo cercarono invano; forse nessuno potrà trovarla mai; forse nemmen l’Artigas avrebbe saputo darla. Certo è questo solo (certo e strano ad un tempo), che l’Artigas diserta una seconda volta dal campo degli assedianti, e va a continuare per conto suo la guerra nelle native campagne; poi, a un tratto, quando ode che il generale Alvear è finalmente riuscito ad impadronirsi di Montevideo e a dare così l’ultimo colpo alla signoria spagnuola sulla Plata, ricompare sulla scena, si presenta arditamente al generale argentino, e in nome dell’indipendenza dell’Uruguay gli intima di sgomberarne la capitale, che a lui solo, Uruguayano, spetta di occupare.

Naturalmente il Governo di Buenos-Ayres non poteva accomodarsi ad una pretesa sì temeraria, e s’apprestò a rintuzzare coll’armi l’audace guerrillero. Ma questi non era più solo o accompagnato da poche masnade di gauchos e di contrabbandieri: lo scortava ormai un seguito di oltre dodicimila combattenti; lo spalleggiava tutto l’Uruguay. Oltre di che, ogni oscurità era ormai dileguata dal suo pensiero; quello ch’egli volesse era finalmente manifesto: la piena ed assoluta indipendenza della Banda Orientale da qualsiasi dominazione americana od europea, spagnuola, portoghese od argentina che fosse. E questa idea poteva essere, considerato il tempo e le circostanze, uno sproposito, ma era l’aspirazione più antica, il sogno più costante degli Uruguayani; il solo concetto che rispondesse alle tradizioni ed alle necessità della patria loro, e sarebbe vano discuterlo.

L’antico contrabbandiere pertanto gridato liberatore fa valanga; il suo luogotenente Fruttuoso Ribera sconfigge a Guajabò l’esercito argentino; lo stesso Artigas entrato in Montevideo proclama l’indipendenza della Banda Orientale e vi stabilisce il suo governo; indi, presa a sua volta l’offensiva, invade per il Nord l’Argentina, penetra fin nella provincia di Buenos-Ayres e col concorso del partito federalista argentino, riuscito ad insediarsi al potere, si fa riconoscere capo o Protector di una Confederazione, nella quale, secondo il suo disegno, dovevano entrare non solo la Banda Orientale, ma tutte le provincie e i popoli dei due margini del Parana, compresi Santa-Fè e Cordova.[62]

Ma simile in questo ad un altro eroe di nostra conoscenza, il guerrillero uruguayano era tanto atto a combattere, quanto inetto a governare. Mentre le sedizioni militari e le fazioni civili funestavano le provincie dell’Argentina, l’Uruguay cade in preda all’anarchia. Il bestiale Ortoguez, governatore di Montevideo, disonora con feroci supplizi e selvaggie rappresaglie la nascente libertà orientale, e soltanto il suo successore Ribera riesce a porre un confine a tanta immanità; le provincie in balía alle fazioni provano tutti gli strazi della guerra civile, e la Confederazione dell’Artigas si sfascia appena composta. E allora i Brasiliani (1816) non mai dimentichi dell’antica loro terra promessa, approfittano di quell’anarchia, se ne formano anzi un diritto, e col tradizionale pretesto di ristabilire l’ordine e la pace, invadono quella Banda Orientale che era el blanco á que hacen su tiro desde principios del siclo XVI.[63]

Così l’anno stesso in cui tutti gli Stati componenti le antiche colonie spagnuole suggellavano nel Congresso di Tucuman il patto della loro comune indipendenza, solo l’Uruguay era minacciato di perderla per sempre. Accorre alle difese l’Artigas; guidati dal suo esempio, il Ribera, l’Oribe, il Lavalleja (importa ricordare questi nomi) oppongono su tutti i punti del territorio una disperata resistenza, ma indarno; i Portoghesi sono già sotto le mura di Montevideo. L’Artigas allora chiede il soccorso del Governo di Buenos-Ayres, il quale tornato in mano degli unitari lo concedè a condizione che sia riconosciuta la sua autorità e supremazia. Ma il Protettore della Banda Orientale rifiuta il patto, chi vuole per ispirazione di genio, chi crede per grettezza di spirito e vacuità d’intelletto. Per gli unitari infatti e per gli schietti nemici d’ogni signoria straniera, la risoluzione dell’Artigas fu peggio che un errore, una colpa; per i federali e per quelli che al predominio degli abborriti Porteños (così son chiamati a Montevideo quei di Buenos-Ayres) anteponevano qualsivoglia dominazione, un miracolo d’antiveggenza politica, l’idea madre della futura indipendenza orientale.

Noi staremmo cogli unitari, quantunque sappiamo che è assai facile l’errare applicando agli avvenimenti d’un paese e d’un tempo interamente diversi le idee del proprio. Ne avvenne però questo, che i Brasiliani prima che finisse il 1819 erano padroni di quasi tutto lo Stato orientale; che l’Artigas dopo una eroica campagna di quattro anni, osteggiato da’ suoi luogotenenti, era costretto a cercare un asilo nel Paraguay; che finalmente nel 1821 l’Uruguay era incorporato definitivamente al Brasile col nome di Stato Cisplatino, sì che dopo tanti anni di lotta esso non aveva ottenuto che di mutare la sua catena.

IV.

Tuttavia la dominazione brasiliana sulla Plata, quantunque riconosciuta in sulle prime dai cabildi (consigli) delle varie città, e dagli stessi antichi luogotenenti dell’Artigas, non durò lungamente tranquilla. La trasformazione del Brasile da regno in impero indipendente (1822) anzichè accrescere la sua autorità e la sua forza, parve turbarle e sminuirle. Obbligato a difendersi dalle congiure interne e persino dalle sedizioni de’ suoi stessi governatori, ed a schermirsi insieme dalle intimazioni di Buenos-Ayres, che afforzato dal voto degli stessi Orientali reclamava la loro riunione allo Stato avito, il Brasile non godette certamente le beatitudini della possidenza. Regnò nonostante qualche tempo ancora, se non amato, temuto; quando nel 1824 un importante avvenimento precipitò la rovina della sua breve conquista. Il 9 dicembre 1824 i riuniti eserciti repubblicani della Colombia e del Perù sotto il comando del generale Suchrè disfanno nei piani di Agacuchos l’ultimo esercito spagnuolo e annientano per sempre la signoria iberica nell’America del Sud. Ora la solenne vittoria fu non solamente decisiva per la Spagna e le sue colonie, ma esercitò altresì sulle sorti della Banda Orientale e de’ suoi recenti dominatori un’influenza capitale. La battaglia d’Agacuchos partorì, per tacere dei maggiori, questi tre effetti: collo spezzare gli ultimi frammenti del giogo che opprimeva l’America spagnuola fece sentire all’Uruguay più acuto il dolore, più ardente la vergogna di quello che il Brasile gli aveva imposto; assicurando la indipendenza allo Stato Argentino gli offrì nel tempo stesso l’occasione, gli agevolò il modo di provvedere all’emancipazione dell’altra riva della Plata; isolando finalmente il Brasile in una cerchia di Stati autonomi e bellicosi, lo pose ben presto nella necessità di scegliere fra una guerra implacabile e rovinosa, e la rinuncia d’una preda che gli costava tanto.