E il Governo non volle incontrarla; e quantunque il ministro della guerra Vidal non fosse molto propizio alla flotta, che giudicava inutilmente onerosa, nè, a quanto pare, molto amico del marinaio italiano, tuttavia non seppe resistere al voto pubblico, e si decise ad offrirgli, prima il comando della corvetta Costitucion, e poi di due altri legni, il Pereira ed il Procida, che componevano infatti la parte più attiva della squadra repubblicana.
Garibaldi in sulle prime esitò, e diremmo quasi, rifiutò. Non tanto forse perchè si sentisse stanco di avventure, o lo sgomentassero le amarezze che la permalosità de’ suoi nascenti rivali gli preparava, quanto perchè gli era rimasta nell’anima la dolce illusione che il giorno della riscossa d’Italia non fosse lontano; ed egli voleva tenersi affatto libero d’impegni per poter accorrere in di lei aiuto alla prima chiamata. Poichè non conviene dimenticarsi che sotto il poncio del filibustiere batteva sempre il cuore dell’Italiano; che l’Italia era la mèta suprema di tutti i suoi passi e la molla segreta d’ogni sua azione; che insomma i campi d’America non erano a lui che palestra temporanea dove esercitar il braccio e addestrare il cuore per le battaglie, sperate non lontane, della patria sua.
Tuttavia la pertinace insistenza degli amici, i reiterati inviti del Governo, le istanze che da ogni parte gli venivano, finirono col vincere la sua riluttanza. Anzitutto il signor Stefano Antonini, armatore italiano stabilito a Montevideo, gli aveva fatto formale promessa che al primo cenno d’insurrezione in Italia gli avrebbe fornito il bastimento col quale recarvisi; e questo argomento valse per tutti. Oltre di questo, egli stesso s’era venuto a poco a poco persuadendo, che se v’era causa giusta da difendere era quella di Montevideo; se tirannia esosa da abbattere, quella del Rosas; se impresa degna della fede d’un paladino e del braccio d’un eroe, quella onde il popolo lo voleva suo campione. Quel che i Gabinetti diplomatici nella volontaria loro cecità fingevano non comprendere, egli l’aveva inteso chiaramente: sulla Plata non si combatteva soltanto per la libertà d’una piccola Repubblica, ma per le ragioni dell’umanità tutta quanta, e nessun uomo di cuore aveva il diritto di dire: questa guerra non mi riguarda. Ai suoi occhi la questione era semplicissima: si trattava di liberare la terra da un mostro, e chiunque aveva cuore doveva tentarlo. Libere la grande Francia, la illustre Inghilterra, la vecchia Europa e la giovine America di tollerare in pace e all’uopo di carezzare la belva in sembiante umano, che da dodici anni desolava le due rive della Plata; a Garibaldi siffatta libertà era negata. La sua nobiltà lo obbligava, il sangue eroico che gli scorreva nelle vene, lo sforzava a camminare dritto sul mostro ed a misurarsi con lui; Ercole doveva affrontar l’idra, e Teseo non poteva sfuggire al drago.
Infine quale seduzione più imperiosa per un Italiano, che la lusinga di far rivivere sui campi glorificati dalle battaglie dell’indipendenza ispano-americana il nome quasi spento in Europa della patria sua; quale tentazione più potente per l’eroe, al cui orecchio risuonavano ad ogni istante le favolose prodezze degli Artigas, degli Alvear, dei Saint-Martin, dei Lavalleja, che la speranza di rinnovare i medesimi prodigi e mescolarsi nelle pagine della storia al loro stuolo glorioso!
IX.
Accettò quindi, e quando prese il comando della Costitucion trovò la situazione militare della Repubblica a questi termini.
L’Uruguay aveva in campo due corpi d’esercito forti, tutt’al più, di undici o dodicimila combattenti: uno dei quali accampato intorno a San Josè di Canelones sorvegliava insieme la riva sinistra della Plata e gli approcci della capitale; mentre l’altro, il più forte, campeggiava nel Corrientes sotto gli ordini del Ribera, occupato, non sapremmo dire se a contemplare od a fronteggiare i corpi dell’Urquiza e dell’Echague che gli manovravano dattorno e lo tenevano a bada.
Nel campo degl’invasori invece, l’Oribe occupava già i dintorni di Boyada, e stava per operare la sua congiunzione coll’Echague e l’Urquiza, mentre la squadra del Brown padroneggiava la Plata dalla foce a Martin Garcia e teneva pressochè bloccata tutta la riva orientale. Ora, quale delle parti belligeranti fosse in peggiori condizioni, ognuno lo vede. Mentre l’esercito orientale era spezzato in due tronchi, separati tra di loro da uno spazio di circa trecento leghe, e inetti così a difendersi da sè soli come a soccorrersi; l’esercito del Rosas, appoggiato alla base del Paranà, poteva quando che sia marciar unito e compatto al suo obbiettivo, e manovrando a suo agio nel largo intervallo che divideva i due corpi inimici, assalirli ad uno ad uno e schiacciarli a sua posta.
E tuttavia un tale stato di cose, per sè stesso già pericolosissimo, fu da un nuovo sproposito del Ministro della guerra reso irreparabile. Anzichè provvedere, come insegnava la più volgare esperienza militare, al pronto concentramento delle forze, il generale Vidal pensa a disperderle anche più, ordinando a Garibaldi di lasciare colla sua squadra la Plata, e rimontando il Paranà andare a suscitare e rianimare quella insurrezione di Corrientes, che si annunciava sempre e non si vedeva mai.
Siffatto ordine parve così insensato a Garibaldi stesso, che vi sospettò sotto poco meno che un tradimento. Per eseguirlo doveva fare seicento miglia d’ardua e pericolosa navigazione, per mezzo ad ostacoli e nemici d’ogni sorta; aprirsi una via nell’Estuario sotto il fuoco incrociato della squadra argentina, doppia della sua, e quello delle batterie di Martin Garcia, isola che guarda il confluente dell’Uruguay e del Paranà nella Plata; risalire quindi il Paranà, le cui rive erano in mano dei nemici, prive di scali, d’approdi e di punti di riposo; e finalmente, quando tutto questo gli fosse riuscito, gettarsi con pochi uomini allo sbaraglio in una provincia lontana, che non gli poteva prestare soccorso alcuno.