Intanto però che il Rosas s’apprestava a fornire d’armi e d’armati l’Oribe per una spedizione nell’Uruguay, era egli stesso bloccato in Buenos-Ayres dalla squadra francese dell’ammiraglio Leblanc, e minacciato al tempo medesimo dall’altra Banda della Plata da una crociata federalista. La capitanava quello stesso Lavalle che il Rosas aveva sconfitto e costretto ad andare in bando nel 1830; l’avevano promossa tutti gli Argentini esuli con lui a Montevideo; l’aiutava di sottomano il presidente Ribera; eran pronte a parteciparvi alcune provincie argentine, principalmente il Corrientes e l’Entre-Rios; la sosteneva infine lo stesso incaricato di Francia, che sperava con tal mezzo forzare il Rosas a dar ragione ai reclami che aveva fin allora invano presentati.
In sulle prime il Lavalle sbarcato con centotrenta uomini nell’Entre-Rios ebbe qualche fortuna; ma il Rosas non si smarrì per questo d’animo, e mentre teneva testa risolutamente all’invasione inviava l’Echague (quello stesso governatore d’Entre-Rios ch’era stato benigno a Garibaldi) ad invadere con settemila uomini la Banda Orientale che l’Oribe assaliva e sollevava per altre vie. Ma il Ribera, che in quella guerra diretta oramai più contro la tirannide dell’Argentino che contro l’Oribe aveva con sè tutta la grande maggioranza del paese, mette in rotta a Chagancia, 29 decembre 1839, l’esercito dell’Echague, sbaraglia e fuga in altri combattimenti l’Oribe, sbratta di nemici tutto il territorio orientale, ma resta quasi due anni improvvidamente inoperoso.[71]
In questo frattempo il Lavalle, rinforzato di nuove bande, copertamente spalleggiato dalla flottiglia francese aveva aperto nel marzo 1840 una nuova campagna, e dopo battuto in più scontri l’Echague, e lasciandosi sui fianchi il Campo di Santo Lugares, dove il Rosas si era concentrato con tutte le sue forze, s’avanza arditamente contro Buenos-Ayres. La città, a dir vero, era difesa da poche truppe, chiusa dal mare dai Francesi, abitata da una popolazione impaziente di scuotere il giogo ignominioso di dieci anni; sicchè, come fu detto, il Lavalle avrebbe forse potuto con un colpo di mano impadronirsene. Scelse invece ritirarsi, e chiunque consideri che poco lungi dal suo fianco stava accampato tutto l’esercito del Rosas, non potrà fargliene colpa: nessuna scusa invece può trovarsi al Ribera, che se ne stette due anni inerte; che lasciò passare i più bei giorni della fortuna del Lavalle senza andare in suo soccorso; doppiamente biasimevole, poichè questo soccorso lo promise e lo patteggiò, e non lo diede mai. Punto davvero oscuro nella vita di codest’uomo, le cui azioni sembrano un’alternativa di eroiche temerità e di tentennamenti senili.
Ma non fu soltanto alla ritirata del Lavalle e all’inerzia del Ribera che il Dittatore dovette la sua salvezza. Egli ne va debitore anche più alla Francia, la quale essendo impegnata dal suo onore a sostenere la rivoluzione da lei stessa fin allora favorita e sussidiata, e ad ottenere la dovuta soddisfazione ai suoi giusti reclami, si lascia invece per due anni baloccare dall’astuto masnadiero; diserta la causa del partito col quale aveva fino all’ultimo congiurato, e ratificando l’umiliante trattato dell’ammiraglio Mackau cospira a rafforzare il prestigio e la potenza di quel despota incivile che pareva dovesse ad ogni istante annientare. E immagini ognuno se il Rosas non seppe trar profitto da queste circostanze! Favorito dall’indugio dei suoi nemici, reintegrato dal trattato Mackau nel favore popolare, libero oramai di rovesciarsi con tutte le sue forze contro gli insorti, lancia l’Echague a domare le provincie, l’Oribe a perseguitare il Lavalle, e intraprende contro i Federalisti quella guerra di coltello senza pietà e senza giustizia, che doveva fare degno riscontro sui Campi, alla Mas-Horca delle città. Il Lavalle tuttavia continua ad opporre per oltre un anno la più disperata resistenza; ma dopo una serie alternata di vittorie e di rovesci, stremato di forze, addossato all’estremo confine settentrionale dell’Argentina è sorpreso e disfatto a Famalla (19 settembre 1841) e non resta a lui stesso che cercare salvezza nella fuga.
Pure il suo triste destino non era compiuto ancora. Sorpreso pochi giorni dopo in una casa dove s’era rifugiato, è proditoriamente assassinato, e i suoi ultimi e fidati amici non ponno che a stento salvare il suo cadavere, difendendolo colle armi dalla ferocia dei vincitori.
E perchè appaia in un punto solo l’odio che l’eroico soldato, due volte campione dell’indipendenza della patria sua, aveva accumulato sul proprio capo, e la brutale ferocia di cui erano briachi gli uomini che lo perseguitavano, basti aggiungere sol questo, che l’Oribe mandò a frugare tutti i luoghi dove sospettava fosse stato sepolto, affinchè diseppellitolo gliene portassero innanzi il capo reciso; e quando seppe che gli era stata data sepoltura in Bolivia, osò ancora reclamare la estradizione della sua spoglia; il che, a dir vero, non poteva essere da alcun Governo, appena umano, concesso.[72]
Franco ormai da ogni nemico interno, spente in un mare di sangue le ultime faville dell’insurrezione federalista, al Rosas restò piena balía di consacrarsi tutto intero all’adempimento dei disegni, a lungo covati, contro Montevideo; e sotto la maschera di restaurare il governo legale del suo proconsole Oribe, annientare l’avanzo dei nemici che ardivano ancora resistergli di là dalla Plata. Lasciata perciò la cura all’Echague ed all’Urquiza, nomi che gli avvenimenti futuri ingrandiranno, di tenere in iscacco il Ribera sull’Entre-Rios, affida all’Oribe un esercito di quattordicimila uomini e nell’estate del 1842 lo manda ad invadere, per il Paranà, la Banda Orientale.
VIII.
Gli è allora che vediamo riapparire in campo il nostro Garibaldi. Dal giorno del suo arrivo in Montevideo si era tenuto in disparte da ogni briga politica, e penetrato dalla sua nuova condizione di padre di famiglia, non ebbe in quei primi momenti altra cura che di procacciarsi un pane onorato con cui sostentarla. Oltre di che le poche centinaia di pataconi, ricavate dalla vendita dei buoi, avevano preso ad una ad una il volo, e le più urgenti necessità cominciavano a battere alla sua porta. È vero che non gli mancavano amici ospitali e generosi; a siffatto uomo non mancarono mai, ed egli stesso, nelle sue Memorie, ricorda con riconoscenza e Napoleone Castellini, che primo gli spalancò le porte di sua casa, e i fratelli Antonini, e Giovanni Rizzo, e Giambattista Cuneo, che gli furono larghi d’ogni maniera di favori e cortesie; ma appunto per ciò a lui ripugnava abusare di tanta generosità, e ad ogni patto voleva avere alle mani un’arte, purchè sia, da campare la vita. In sulle prime però non trovò di meglio che darsi al sensale di mercanzie; ma poichè i lucri dell’avventizia industria non bastavano a sbarcare la giornata, giunse ben presto il sussidio d’un altro mestiere a lui non ignoto, che l’aveva aiutato già altre volte a lottare colla fame: il mestiere, o professione che sia, del maestro di scuola. Così smezzandosi tra il mercato e la scuola, dedicando una parte del giorno a mostrar campioni e combinar negozi, e l’altra parte a dar lezioni di algebra e geometria nel Collegio Semidei, potè tirare innanzi parecchi mesi colla sua famiglia in una quieta e modesta penombra, finchè gli avvenimenti del 1842 vennero a strapparnelo ed a rigettarlo di nuovo nel procelloso elemento a cui era nato.
L’invasione infatti del Rosas era cominciata; le avanguardie dell’Oribe avevano già passato il Paranà; la Repubblica era minacciata nel cuore e urgeva ch’ella corresse senza indugio ai ripari, nè lasciasse inoperoso alcun valido braccio atto a difenderla. Ora Garibaldi era tra questi. Gli Orientali avevano imparato a conoscerlo fin dal giorno del suo duello coi lancioni dell’Oribe, e il grido delle sue gesta nel Rio Grande, prontamente riecheggiato sulle rive della Plata, non aveva fatto che accrescerne la fama. Come uomo di mare principalmente era parso meraviglioso, e gli Orientali guardavano a lui con tanta maggiore invidia ed ammirazione, in quanto sapevano bene che, se il loro paese era stato in ogni tempo fin troppo fecondo di generali di terra, non aveva ancora veduto sorgere alcun capitano di mare atto a governarne la nascente marina. Finalmente gli amici di Garibaldi in particolare, e la colonia italiana in generale, facevano a chi più magnificava quello che oramai poteva dirsi la «leggenda de’ suoi gesti;» e vuoi per l’orgoglio ben legittimo di veder riconosciuto il merito ad un loro compatriotta, vuoi perchè fossero essi medesimi interessati all’esito d’una guerra in cui erano in giuoco i loro più preziosi interessi, andavano con insistenza propagando e accreditando l’opinione che Garibaldi fosse ormai necessario; nessuno meglio di lui poter condurre alla vittoria la giovane flottiglia orientale; il Governo incontrare una grande responsabilità, se non assicurava prontamente alla Repubblica l’opera d’un uomo capace di renderle tanti servigi.