»Le nostre nuove cartuccie erano di polvere scadentissima; le nostre palle di forte calibro erano terminate e state surrogate con altre più piccole e peggiori; cosicchè la nostra nave di diciotto cannoni, che al primo giorno aveva tanto danneggiato il nemico, non lanciava più oramai che deboli ed incerti colpi. Il nemico pertanto, accortosi della nostra condizione, ridiventò tanto ardito da stendere in linea tutti i suoi legni, ciò che non gli era riuscito il giorno precedente. Mentrechè la sua posizione migliorava ad ogni momento, la nostra peggioravasi di altrettanto, e seriamente dovemmo pensare alla ritirata; e non già alla ritirata dei bastimenti, oramai impossibile, ma alla nostra personale salvezza. A questo scopo ordinai che tanto i feriti, quanto le armi, le munizioni ed i viveri fossero trasbordati sopra alcune piccole barche che ancora ci erano rimaste, e quantunque la battaglia non avesse posato un istante, e la tempesta delle bordate nemiche si andasse facendo sempre più furiosa e micidiale, l’operazione riuscì.
»Allora, quando i feriti, le munizioni, i viveri furono in salvo, e l’ultimo uomo fu sbarcato, e dei nostri bastimenti non restò più in faccia al nemico che il nudo scheletro, appiccai loro io stesso la miccia, e intanto ch’essi saltavano in aria tra un nuvolo di faville e di fiamme, mi buttavo in salvo alla riva.»
XI.
La campagna del Paranà è una delle più gloriose di Garibaldi, e militarmente risguardata anche più prodigiosa di quella dei Mille. Lanciato con mezzi inadeguati in una impresa insensata, la fece parere, a forza di abilità e di eroismo, quasi effettuabile. Sottrattosi con fortuna degna del coraggio al fuoco incrociato d’una piazza forte e d’una crociera navale, corse per cinquecento miglia, fra due rive seminate d’insidie ed irte di nemici, e navigando per circa due mesi sotto una tempesta incessante di mitraglie, e in mezzo a una rete, sempre rinnovata, d’ostacoli, combattendo per aprirsi la via, combattendo per riposare, combattendo per fornirsi di viveri: combattendo, manovrando, correndo sempre giunse fin presso alla mèta.
E quando da ultimo, arrestato più dall’avversità degli elementi che dall’arte dell’avversario, fu costretto ad accettare, in condizioni disuguali, una battaglia decisiva, si difese tre giorni e tre notti; pesto, sfracellato, decimato, continuò a combattere; coi legni ridotti uno sfasciume, e innondati da cento bocche d’acqua, cogli equipaggi diradati dalla strage e affranti dalla stanchezza, continuò a combattere; malgrado il tradimento degli alleati, continuò a combattere ancora; esaurite finalmente tutte le munizioni, gettò nelle logori fauci de’ pochi cannoni superstiti le catene delle sue áncore, e quando ebbe vomitato contro il nemico, certamente non superbo, l’ultimo pezzo di ferro de’ suoi bastimenti, vi appiccò le fiamme, e non lasciò in preda al tramortito vincitore che le ceneri d’un incendio e le acque fumanti d’un fiume.
L’alto fatto di Nueva Cava parve degno dei più illustri fasti navali e lo proclamarono insieme amici e nemici. Lo stesso ammiraglio Brown, passando dopo alcuni anni da Montevideo, volle stringere la mano all’eroe del Paranà ed esprimergli la sua ammirazione che sì giovane d’anni avesse saputo dar prova, assieme al focoso ardimento proprio dell’età sua, di tutte le doti de’ più provetti e consumati comandanti di mare.
L’Italia infatti il 15 agosto 1842 aveva acquistato un ammiraglio, e non lo seppe allora, come non lo comprese più tardi; e non le resta, anche oggi, che mormorare melanconicamente: Oh! perchè non ebbi quell’uomo a Lissa!
Toccando terra però il pericolo aveva mutato forma; ma non era del tutto scomparso. Le milizie provinciali del Corrientes, che ancora tenevano pel Rosas, si posero tosto sulle orme della piccola schiera fuggente, e la obbligarono più volte a far testa e a difendere la sua vita. Tuttavia di mano in mano che essa s’internava nel paese la persecuzione rallentava, e gli avanzi di Nueva Cava poterono arrivare, affranti bensì da una lunga marcia traverso sabbie e paduli, ma sani e salvi, ad Esquina, cittaduzza del Corrientes in mano degl’insorti e che poteva perciò offrir loro un temporaneo, ma sicuro asilo. E in Esquina Garibaldi dimorò in un riposo relativo parecchi mesi, fino a che gli giunse da Montevideo l’ordine d’incamminarsi con quanta gente poteva raccogliere a San Francisco dell’Uruguay per congiungersi all’esercito del Ribera, il quale, lasciato il Corrientes, si proponeva di disputare il passaggio del fiume all’Oribe che gli marciava incontro a grandi giornate.
Nè Garibaldi frappose indugio, e traversato da occidente ad oriente tutto il territorio del Corrientes, e viaggiando parte per terra, parte per acqua, giunse a San Francisco, ma non vi trovò più il Ribera. Questi infatti ne era già partito da parecchi giorni, e aveva già ritraversato l’Uruguay per andare a dar battaglia all’Oribe sulla sponda sinistra: ultima follía colla quale l’antico luogotenente dell’Artigas, sempre valoroso, ma sempre inetto, coronava la lunga serie de’ suoi errori militari.
E invero Garibaldi non s’era ancora mosso da San Francisco, che il Ribera aveva incontrato sull’Arojo-Grande l’esercito dell’Oribe, e ne era stato completamente disfatto (6 novembre 1842).