Fu quella una delle giornate più nefaste del popolo orientale. Colla disfatta del Ribera era annientato il solo esercito che potesse tenere la campagna e fronteggiare il nemico; la Banda Orientale restava quasi senza difesa; l’Oribe, padrone delle due rive dell’Uruguay, poteva penetrare nel cuore del paese e correre difilato sulla capitale; e Oribe voleva dire Rosas, cioè la perdita dell’indipendenza, il trionfo della più nefanda tirannia, il principio delle più sanguinarie carneficine: la Mas-Horca a Montevideo.

«Il sole di dicembre (scriveva or sono pochi anni un Orientale), sommergendo i suoi raggi nell’Oceano ci lasciò sconfitti all’esterno, senza esercito, senza milizie, nemmeno per l’interno, senza materiale da guerra, senza denari, senza rendite, senza credito.[76]» E il quadro poteva dirsi lugubre, ma non esagerato. Guai se il popolo si fosse in quei momenti accasciato e non fossero usciti dalle sue fila uomini nuovi, capaci, se non di vincere, di arrestare l’insolente fortuna del nemico, e di guadagnare col tempo quella vittoria morale del sacrificio e della virtù che, tosto o tardi, riesce quasi sempre a trionfare della brutale vittoria dell’armi!

Nè tutto, a rigore di termini, era perduto: restava ancora in piedi Montevideo, il primo nido della patria e l’ultimo suo baluardo; ed a Montevideo si volsero, quasi per tacito consenso, tutti gli uomini e tutte le forze. A presidente della Repubblica viene eletto lo stesso presidente del Senato, l’integerrimo Joachin Juares; allo screditato Ribera subentra nel comando in capo dell’esercito il generale Paz, valoroso Argentino, antico ufficiale del Lavalle; il Vidal cede il portafoglio della guerra al colonnello Pacheco Y Obes, figlio di un antico patriotta di Mercedes, generoso carattere di soldato e di poeta che continuava ancora alla partigiana la difesa del suo natío distretto, quando l’esercito dell’Oribe straripava da ogni parte; finalmente Santiago Vasques per gli affari interni e stranieri, e Francesco Muños per le finanze, componevano un Governo d’uomini risoluti e concordi a continuare la guerra ad ogni costo, a chiudersi nelle mura della capitale, ed a convertirla, se tanto occorreva, in una novella Troia.

E come i propositi, apparvero tostamente energici i fatti. Montevideo non era più dal 1833 una fortezza, chè i suoi bastioni erano stati fin d’allora smantellati. Era però forte di natura, cinta tutta all’intorno da una catena di cerri e cerriti, che la proteggevano da occidente a settentrione, mentre all’est ed al sud la guardava il mare. Il rafforzarla perciò anche d’opere transitorie non era nè arduo nè lungo; e a questo intese soprattutto il colonnello del Genio, Eceveria, restaurando l’antico forte del Cerro, custode del lato occidentale della città; elevando intorno agli altri lati un doppio ordine di trincee; munendo infine il porto del Buceo di opere che lo tutelassero da un assalto improvviso. Nello stesso tempo il ministro Pacheco bandiva la leva in massa; decretava la libertà degli schiavi e li armava; concentrava nella capitale tutte le milizie sparse all’intorno, lasciando al Ribera poche bande e pochi squadroni con cui batter la campagna; chiamava Garibaldi, quasi dimenticato a San Francisco, e gli affidava l’ordinamento e il comando d’una nuova flottiglia; proclamava la patria in pericolo; trasfondeva in tutto il popolo il suo eroico spirito.

Stando così le cose, l’Oribe, ritardato nella sua marcia dalla ostinata resistenza dei distretti, compariva il 16 febbraio 1843 innanzi a Montevideo. Lo precedeva la fama di antichi e nuovi massacri; lo accompagnava un esercito di circa quattordicimila uomini; lo seguiva poco dopo un feroce proclama, con cui annunziava: non avrebbe dato quartiere a nessuno, tratterebbe come selvaggio unitario ogni straniero sospetto di favorire i ribelli. Gli animi però all’accostarsi del pericolo rimbalzarono anche più forti; e il proclama dell’Oribe, il quale, a detta dell’inglese ammiraglio Parvis, «avrebbe fatto vergognare gli stessi selvaggi,[77]» anzichè intimidire gli stranieri, non fece che eccitare il loro sdegno, e persuaderli anche più della necessità di accettare la spavalda disfida e di rintuzzare colle armi la brutale minaccia. Ond’ecco al manifesto del proconsole di Rosas ordinarsi prima in legione i Francesi; poi rispondere un manifesto dello stesso Garibaldi, col quale invita tutti gli Italiani a prender le armi in difesa della loro seconda patria d’esiglio. E poichè la causa di Montevideo era causa comune a tutta la colonia straniera, gli uomini di cuore per sentimento di gratitudine alla terra che li ospitava, i ricchi e gli agiati per benintesa sollecitudine dei loro interessi, gli spiantati e gli avventurieri per vaghezza di fortuna o bisogno di guadagno, tutti favorivano, qual più qual meno, un’impresa, in cui ciascuno giocava una posta e scorgeva la compiacenza d’un affetto, o la speranza d’un affare. Tre legioni straniere di Francesi, di Spagnuoli, d’Italiani si organizzarono tosto. La spagnuola, composta in gran parte di Carlisti, disertò pochi mesi dopo al fraterno campo dell’Oribe, e non importa discorrerne più.

La francese, grossa in sulle prime di duemila cinquecento uomini, passò al comando del colonnello Thiebaud. L’italiana non più forte, da principio, di cinquecento volontari, ebbe per comandante, suggerito da Garibaldi stesso, un certo Mancini, e per maggiori dei due battaglioni, in cui era stata divisa, i piemontesi Ramella e Danuzio, antichi sott’ufficiali dell’esercito sardo.

L’Oribe frattanto aveva continuato a stringere la piazza, ed occupato con un colpo di mano il Cerrito, centro de’ contrafforti che girano intorno a Montevideo, spingeva i suoi posti avanzati fin sotto al Cerro, la chiave delle posizioni, la Malakoff, si direbbe, se Montevideo potesse uguagliarsi a Sebastopoli. Tuttavia nelle sue prime mosse fu lento ed incerto; spese le forze in vane dimostrazioni e sterili schermaglie, dando così tempo agli assediati di agguerrire le genti e di perfezionare la difesa.

In una però di quelle scaramuccie la Legione italiana fece mala prova; presa da un timor pánico voltò alle prime fucilate le spalle, rientrando in Montevideo fra le risate del popolo, che si credeva ormai in diritto di farsi beffa del decantato valore italiano. Ne moriva di vergogna, per usare l’espressione sua, Garibaldi, e cedendo alle istanze degli stessi Italiani, i quali dicevano: «Con Garibaldi, se non si vince si muore onorati,» risolvette di prendere egli stesso il comando della Legione, conservando però nel tempo medesimo il governo della flottiglia.

XII.

E naturalmente la Legione non tardò a sentire l’impulso della nuova mano che la dirigeva. Il 28 marzo 1843 fu ordinata una sortita, che aveva per iscopo di arrestare l’avanzarsi degli assedianti verso il Cerro, e la Legione italiana, di turno in quel giorno agli avamposti, ne fece necessariamente parte. Comandava la spedizione il vecchio generale Panza, bravo soldato un tempo, ma infiacchito dagli anni, il quale giunto in faccia al nemico cominciò a perdersi in manovre ed andirivieni senza mai decidersi a muovere innanzi, e a cominciare da qualche banda l’azione. Garibaldi non tardò molto ad infastidirsi di quel vano temporeggiare, e si provò anche a suggerire al suo impacciato generale il come e il dove dell’assalto; ma il brav’uomo non aveva orecchi per siffatti consigli e avrebbe continuato, Dio sa fin quando, a girovagare e tentennare, se non fosse sopraggiunto a tempo il generale Pacheco a far sentire l’impero del suo comando, e a dar all’opera il moto desiderato.