E poichè di tanti racconti letti od uditi dell’epico gesto, il più schietto, il più semplice, il più compiuto insieme ci parve quello fornitoci dal generale Sacchi, così affidiamo a lui, testimonio ed attore del fatto, l’ufficio di celebrarlo.[82]
XVI.
«Nella mattina, dalle 8 alle 9 e mezza, sortiva Garibaldi dal paese, alla testa di circa centonovanta soldati italiani, divisi in quattro piccole compagnie, e circa duecento cavalieri comandati dal colonnello Baez che da pochi giorni s’era a noi riunito. Costeggiando la sinistra dell’Uruguay un po’ prima delle 12, si arrivò alle alture del Tapevi, fiancheggiati sempre dal nemico che fu tenuto in soggezione dalle nostre catene di cacciatori.
La fanteria prese posizione sotto tettoie di paglia (taperas), che altro vantaggio non ci offrivano fuorchè ripararci dai cocenti raggi del sole; la cavalleria si spinse fino al Tapevi in esplorazione. Una mezz’ora si passò senza nessuna dimostrazione ostile per parte del nemico: ma questo da tempo covava un inganno e ci aveva tratti nell’agguato, occultando accuratamente le sue forze nei boschi del Tapevi per trarci all’aperta campagna onde ottener ciò che non gli fu mai dato sotto la protezione della nostra batteria. La nostra cavalleria fu attaccata da forze molto superiori e travolta verso la parte nostra; Garibaldi precedeva tutti nella corsa, ed arrivato a noi ci dirigeva queste parole: — I nemici son molti, ma per noi son pochi ancora, non è vero? Italiani, questo sarà un giorno di gloria pel nostro paese; non fate fuoco se non a bruciapelo! —
Grandi masse di cavalleria si avanzano intanto su di noi, e per poco ci lusingammo di aver a fare con sola cavalleria; ma fummo ben presto disingannati nel veder scender dalla groppa dei cavalli i fanti, ed ordinarsi in numero di circa trecento: mille e più erano i cavalieri, tutti sotto il comando del generale Servando Gomez. Le nostre piccole compagnie furono ordinate in battaglia sotto le tettoie per trar profitto di una scarica generale e caricar quindi alla baionetta; la cavalleria si tenne pronta ad agire ove più occorresse. La fanteria nemica ci assaliva di fronte; la cavalleria ci prendeva ai fianchi ed alle spalle; ma quando la fanteria fu a trenta passi da noi, l’accogliemmo con una scarica così concorde e aggiustata, che s’arrestò di botto; e poichè anche il suo comandante era caduto da cavallo, lo scompiglio del nemico crebbe a tal segno, che noi pensammo di trarne profitto immediatamente. E ben n’era tempo, perchè anche la cavalleria ci era sopra e pochi istanti di titubanza ci potevano riuscir fatali. Dietro l’esempio e la voce di Garibaldi, ci scagliammo dunque sulla fanteria impegnando una lotta corpo a corpo, che terminò colla quasi totale distruzione sua. Ed anco la nostra cavalleria ci giovò in quel frangente, divergendo da noi una parte delle truppe nemiche e caricando forze tre volte superiori quando già stavan per piombare su noi; se non che avviluppata dal numero fu costretta a cercar la propria salvezza nella velocità dei cavalli, e così restammo soli sul campo! Diciassette soltanto preferirono divider le nostre sorti; voltata la briglia, s’apersero un cammino fra il nemico, e lasciando i cavalli vennero a combattere con noi; il restante continuò la sua rapida corsa verso il paese, traendo dietro a sè un buon nucleo di forza che gli inseguiva facendone macello. Fu un bene per noi la diversione di una parte delle forze nemiche nel momento più critico, sebbene l’abbandono dei nostri cavalieri ci abbia grandemente addolorati.
Troppo lungo sarebbe l’enumerare tutte le valorose azioni individuali, di cui fecero mostra gl’Italiani in quel giorno; la lotta colla fanteria durò circa venti minuti e pochi fanti nemici scamparono alla morte. Era dolorosa necessità il dovere uccidere solo per scemare il numero dei nemici, ma la nostra salvezza dipendeva dalla distruzione della fanteria; altra speranza per noi non vi era, avendosi a che fare con un nemico che non dava quartiere. L’anima di Garibaldi era trasfusa in tutti noi; ove appariva Garibaldi si centuplicavano le nostre forze, ed egli era dappertutto; in tutti i gruppi la sua voce confortatrice, il suo esempio rincoravano, rianimavano quasi gli estinti, perchè furon veduti giovani, coperti di otto o dieci ferite da taglio, combattere senza posa quasi fossero ancora sani e robusti, e spirare appena terminata la lotta.
La cavalleria nemica fu spettatrice della distruzione della propria fanteria, senza potervi porre riparo; i suoi ripetuti assalti furono sempre respinti dai nostri, che in un attimo si aggruppavano ed obbligavano interi squadroni a dar volta, lasciando il terreno seminato di cadaveri. Fra i tanti un solo esempio citerò di valore pressochè feroce, di cui fui testimonio. Un trombetto, giovane appena di quindici anni, piccolo, tarchiato, rosso di capelli, che durante il combattimento ci aveva continuamente animato coi suoni della sua cornetta, fu da un cavaliere nemico ferito di vari colpi di lancia. Allora gittar la cornetta, sguainare il coltello e avventarsi contro il feritore fu un punto. Indarno questi tentava liberarsene spingendo a carriera il cavallo; il prode trombetto, avviticchiato alla gamba destra del suo nemico, l’andava percotendo con furiosi colpi di coltello; fino a che lo vidi io stesso abbandonar la sua preda e cader col capo spaccato da un fendente. Nel tempo stesso però il cavaliere precipitava a sua volta trapassato da una palla de’ nostri; ed esaminandone dopo il combattimento il cadavere gli trovai io stesso la gamba lacerata da parecchie pugnalate, e coll’impronta dei denti del giovinetto.
Distrutta la fanteria, restammo padroni del campo; il nemico si ritirò a rispettosa distanza atterrito dalla nostra difesa; non abbandonò però il pensiero di considerarci come cosa sua, e dispose tutta la sua cavalleria, una metà della quale era armata di carabina, all’intorno del nostro campo, sicuro che la fame e la mancanza di munizioni ci avrebbero costretti alla resa! Cessato il combattere, emozioni ben diverse dalle già provate subentravano nel nostro animo! In un ristretto spazio di terreno giaceva una quantità di corpi estinti od agonizzanti, amici e nemici confusi in uno! Ci straziava l’animo la voce degli agonizzanti che chiedevan acqua e non se ne aveva una sola goccia. E questo bisogno era sentito da tutti; a tutti la febbre, prodotta dall’agitazione del combattere e dai cocentissimi raggi del sole, ardeva le viscere; per una goccia d’acqua molti avrebbero data la vita; basti che alcuni supplirono alla mancanza bevendo le orine che raccoglievano nelle scarpe.
La nostra posizione era ben critica: scemati di numero; feriti la maggior parte dei superstiti; circondati da un nemico imponente e minaccioso; la nostra energia era pressochè esaurita. In molti dei nostri alla forza d’animo mostrata nel combattimento era subentrata un’apatica noncuranza per tutto ciò che accadeva loro d’attorno; parecchi si gettavano al suolo nella speranza di non più rialzarsi.... guai a noi se il nemico ci avesse attaccati un’altra volta in quei momenti! La grandezza d’animo di Garibaldi rifulse in quell’occasione di tutta la sua più pura luce! Per lui si operarono prodigi combattendo; a lui era serbato rialzare gli animi abbattuti dopo il combattimento, e vi riescì. Colla solita sua facondia amorevole ed insinuatrice, ci fece un quadro della nostra situazione; ci persuase di quanto allora più che mai era necessario, il conservare la fortezza d’animo che ci aveva animati dapprima onde uscire dalla scabrosa posizione; parlò della certezza di una ritirata appena potesse essere protetta dall’oscurità; della gloria che ne ridondava all’Italia ed a noi pei fatti di quel giorno; finalmente tanto disse, che tutti si sentirono un’altra volta animati dall’alito di quell’uomo, a cui i destini serbano per certo le più grandi azioni a pro del suo paese! Con mucchi di cadaveri d’uomini e cavalli si formò una trincera di riparo alle moleste palle del nemico, ed in quella posizione si attese la notte, usufruttuando il tempo a sollevare e curare, per quanto ci fu possibile, i nostri feriti; ed alle bende e filaccie supplirono le nostre camicie! Si parlò a lungo dei fatti della giornata, e qualche volta la voce di Garibaldi intuonava l’inno nazionale uruguaiano, a cui facevano eco le voci di tutti, non esclusi i feriti.[83]
Era tanto il terrore del nemico, che i suoi capi non riuscirono a condurlo all’attacco una seconda volta, sebbene lo tentassero ripetutamente. Più volte vedemmo radunarsi gli squadroni e muover verso di noi; ma al primo nostro fuoco dar volta, non ostante la voce dei loro capi e le piattonate che loro piovevano sulle spalle.