Il nemico tentò pure di farci accettare un parlamentario, ma non ci riuscì.... ci avrebbe portate condizioni di resa, e di renderci non ne volevamo sapere. A un certo punto un cavaliere nemico ben montato si spinse audacemente fin presso il nostro campo, e passando come il fulmine fra l’una e l’altra tettoia da noi occupata tentò gettarvi un tizzone acceso per incendiarla. Il colpo gli fallì; ma l’audace ebbe salva la vita soltanto per la generosità di Garibaldi, che gridò a noi: Non fate fuoco su quel bravo.
Dal canto nostro si economizzava la munizione per la ritirata e non si faceva fuoco che a colpo sicuro. Le ore di aspettazione furono secoli, principalmente pei poveri feriti; ma finalmente venne la desiderata oscurità; taluni de’ nostri inviati, strisciando sul terreno, verso il nemico, ritornarono col grato avviso che solo alcune vedette rimanevano a cavallo, e che il rimanente se ne stava coi cavalli a pascolo: bisogno a cui non avevan potuto attendere in tutto il giorno. Ad un miglio circa da noi avevamo il bosco che costeggia l’Uruguay, porto di salute al quale tante volte nel giorno avevamo rivolti gli occhi e che l’indolenza o l’ignoranza del nemico, sicuro ormai della sua preda, ci lasciava aperto.
In gran silenzio si formò una piccola colonna; i feriti atti a camminare nel mezzo, gl’impotenti sulle spalle, meno due che, doloroso il dirlo, dovemmo abbandonare agonizzanti ed impotenti affatto ad essere trasportati!... Ad un dato segnale si partì compatti, a passo accelerato, decisi a tutto; presimo la direzione del bosco e passammo silenziosi in mezzo al nemico, che stupefatto del nostro ordine, senza opporre resistenza, ci lasciò libero il varco, e prima ch’egli si fosse riavuto, avesse messo le briglie a’ cavalli, e si fosse posto a inseguirci, noi avevamo già guadagnato il bosco. Una truppa meno affezionata al suo capo, meno agguerrita, dopo una giornata così disastrosa, arsa dalla sete, si sarebbe sbandata appena giunta al bosco, cercando la propria salvezza individuale ed il soddisfacimento di quel possente bisogno che fu il nostro martirio in tutta la giornata; poche parole che Garibaldi preventivamente ci aveva diretto ovviarono a quello inconveniente; nessuno si sbandò, nessuno corse a dissetarsi al fiume, bensì, ubbidienti all’ordine, tutti si gettarono a terra distesi in una lunga catena e in attesa, silenziosi, del nemico, che non molto si fece attendere. Il suono delle sue trombe ci avvisò del suo avvicinarsi, e poco stante comparvero i suoi squadroni, che noi, silenziosi sempre e nascosti, attendemmo fino alla distanza di venti passi circa per indi salutarli con una salva che li colpì nel più fitto e riescì micidialissima, mettendoli in scompiglio e persuadendoli a dar volta a briglia sciolta!
Un grido di Garibaldi allora ci avvisò che era tempo di bere! Soddisfatta la sete, riprendemmo la ritirata verso il Salto, parte seguendo la riva del fiume, altri il bosco. Il nemico ci molestò fino quasi all’entrata del paese, ma i suoi tiri non ci cagionarono più alcuna perdita. A poca distanza dal Salto, al passo di un guado che a causa della sua strettezza dovevasi eseguire a uno a uno, incontrammo il bravo Anzani, nostro tenente-colonnello e comandante la Legione italiana, che ci era venuto incontro fino a quel luogo onde poterci abbracciare tutti. Or due parole su questo bravo: egli era rimasto nel Salto a causa di una piaga in una gamba; con lui eran pure rimasti pochi de’ nostri ammalati e dodici uomini di guardia alla batteria, unica difesa del forte! Il nemico, inseguendo la nostra cavalleria sin entro il paese, intimò all’Anzani la resa della batteria annunciandogli la morte e la prigionia di noi tutti, compreso Garibaldi, ed offrendo salva la vita a lui ed ai suoi. L’Anzani rispose da forte qual’era: disse che avrebbe difesa la posizione fino all’estremo; che avanzavagli abbastanza polvere per farlo, e che avrebbe fatto saltare la batteria in uno coi suoi compagni prima di arrendersi; pertanto aspettava l’attacco! Il nemico non credè conveniente cimentarsi a quell’impresa, e così l’Anzani salvò a noi la ritirata, procacciò all’Italia una nuova gloria, e ben altre prove a favore del suo paese avrebbe dato, se una morte immatura non lo avesse colpito mentre poneva il piede sul suolo d’Italia!
Nella notte poi entrarono nel paese i cinquecento del generale Medina, che per incidenti diversi non aveva potuto operare la sua congiunzione in tempo utile. Quantunque tutta la sua gente fosse disarmata, il nemico demoralizzato dai fatti del giorno non lo molestò menomamente.
Gli abitanti del paese presero amorevole cura dei nostri feriti. La nostra perdita ammontò a quarantatrè morti, dei quali trentasette sul campo di battaglia e sei in conseguenza delle ferite; del rimanente pochi furono gli illesi da ferite: la perdita del nemico fu di cinquecento uomini e più fra morti e feriti; nei primi diversi ufficiali superiori! Appena seppimo libera dal nemico la campagna, sortimmo a raccogliere i corpi dei nostri fratelli e li deponemmo in una fossa all’uopo preparata poco lungi dallo stesso terreno ove caddero valorosamente pugnando: un’alta croce colla modesta iscrizione: — Trentasette Italiani — morti combattendo — l’8 febbraio 1846 — indica il luogo ove quei valorosi riposano per sempre!»
XVII.
A questo racconto non manca per esser compito che l’Ordine del giorno, in cui Garibaldi ringrazia i suoi legionari della vittoria, e il Decreto, con cui la Repubblica orientale decretava ai vincitori di Sant’Antonio imperitura onoranza. Ecco pertanto nella loro integrità i due documenti; dolenti soltanto di non poterli raccomandare a più durevoli pagine:
«Salto, 10 febbraio 1846.
»Fratelli,