Noi che vi scriviamo, o illustrissimo e rispettabilissimo signore, siamo di coloro, i quali, sempre animati dal medesimo pensiero che ci ha fatto subire l’esilio, abbiamo prese a Montevideo le armi per una causa che ci sembrò giusta, e riunite poche centinaia d’uomini nostri compatriotti qua venuti colla speranza di trovarvi giorni meno dolorosi di quelli che subivamo nella nostra patria.

Ora nei cinque anni dacchè dura l’assedio delle sue mura, ciascuno di noi più o meno ha dovuto far prova più d’una volta di rassegnazione e di coraggio; e grazie alla Provvidenza ed a quello spirito antico, che infiamma ancora il nostro sangue italiano, la nostra Legione ha avuto occasione di distinguersi; ed ogni volta che questa occasione si è presentata, essa non ha lasciato fuggirsela, di maniera che (io credo sia permesso dirlo senza vanità) ha sul cammino dell’onore sorpassato tutti gli altri corpi che erano suoi rivali e suoi emuli.

Adunque se oggi le braccia che hanno qualche uso delle armi sono accette a Sua Santità, è superfluo il dire che più volentieri che mai noi le consacreremo al servigio di colui, che fa tanto per la patria e per la Chiesa.

Noi ci chiameremo adunque fortunati, se potremo venire in aiuto dell’opera redentrice di Pio IX assieme a’ nostri compagni, a nome dei quali ve ne facciamo parola, e noi non crederemo di pagarla troppo cara con tutto il nostro sangue.

Se la vostra illustre e rispettabile signoria pensa che la nostra offerta possa essere accetta al Sovrano Pontefice, che Ella la deponga a’ piedi del suo trono.

Non è già la puerile pretensione che il nostro braccio sia necessario che ce lo fa offrire; sappiamo benissimo che il trono di san Pietro riposa su basi che non possono nè crollare, nè confermare i soccorsi umani, e che di più il novello ordine di cose conta numerosi difensori, i quali saprebbero vigorosamente respingere le ingiuste aggressioni dei suoi nemici; ma poichè l’opera deve essere repartita tra i buoni, e la dura fatica data ai forti, fate a noi l’onore di contarci tra questi.

Attendendo, ringraziamo la Provvidenza d’aver preservato Sua Santità dalle macchinazioni dei tristi, e facciamo voti ardenti perchè le accordi lunghi anni per il bene della Cristianità e dell’Italia.

Non ci resta più altro che pregar voi, illustre e venerabilissimo signore, di perdonarci il disturbo che vi causiamo, e di ricevere i sentimenti della nostra perfetta stima e del profondo rispetto, con i quali noi ci professiamo della sua illustrissima e rispettabilissima persona i più devoti servitori

G. Garibaldi.
F. Anzani.[90]»

La qual lettera, quando si pensi a quella specie di ubbriacatura guelfa da cui le teste erano state prese nel 1848, e si ricordi che il Mazzini stesso, pochi mesi dopo, ne scriveva direttamente al Papa una consimile, non potrà parere strana ad alcuno. Essa, al contrario, getta un raggio di più sul carattere di Garibaldi e ne rileva uno de’ tratti più espressivi. Dominato dall’idea fissa di fare l’Italia, unica luce del suo cervello, unica fiamma del suo cuore, egli non conobbe mai preferenza d’uomini o predilezione di parti; combattè a fianco del Mazzini; combattè agli ordini di Napoleone e di Vittorio Emanuele; avrebbe combattuto, diceva un giorno, «col demonio;» qual meraviglia che egli fosse nel 1848 disposto a combattere sotto le insegne del Vicario di Cristo? Franco condottiero della causa de’ popoli, era la bandiera ch’egli guardava, non i capitani o gli alleati.