La lettera a Pio IX sarà il capostipite d’un interminabile epistolario; ma chi vi frugherà dentro con senso di misericordia e intelletto d’equità, troverà sempre sotto l’incondita congerie delle bizzarrie, delle contraddizioni e delle volgarità la stessa schiettezza ingenua di sentimenti, la stessa ignoranza bonaria della realtà, la stessa credulità sconsiderata all’utopia, lo stesso concetto romanzesco ed eroico della vita; ma altresì la stessa fiamma d’amor patrio, che brilla, quasi gemma legata in similoro, nella prima lettera a Pio IX.

E a me non sembra strano che il nunzio Bedini ingannato, come tanti altri, dalle mostre liberalesche del suo Signore, rispondesse ai due patriotti per assicurarli, «che se la distanza di tutto un emisfero può impedire di profittare di magnanime offerte, non ne sarà mai diminuito il merito, nè menomata la soddisfazione nel riceverle;[91]» come non deve punto stupire che egli nel 1849, prete, Legato nelle Romagne, ministro d’un Pontefice che ripudiava ogni alleanza colla rivoluzione, facesse bombardare dagli Austriaci la patriottica Bologna, divenisse complice della fucilazione di Ugo Bassi e di Ciceruacchio, cercasse a morte lo stesso Garibaldi. Pio IX aveva mutato, o se vuolsi, spiegato meglio la sua politica, e il suo Legato la mutava o spiegava con lui, e ben ingenui coloro che se ne maravigliano!

XX.

Le notizie pertanto d’Europa e d’Italia s’erano andate facendo di giorno in giorno più gravi; la risposta di Pio IX non veniva, ma venivano le lettere de’ patriotti, compagni di fede e di congiure, che da ogni parte annunziavano inevitabile la rivoluzione ed imminente lo scoppio. Il Mazzini soprattutto, che non aveva mai perduto di vista il suo affigliato di Marsiglia, s’era posto in diretto carteggio con lui per informarlo dell’andamento delle cose, infervorarlo a tenersi pronto, accaparrare in certa guisa il braccio suo e de’ suoi commilitoni per le attese battaglie della patria. Infine la Colonia italiana, composta in gran parte di proscritti del 1821 e del 1831, non poteva restare insensibile alle novelle che le venivano d’Italia, e desiderosa di mostrare alla dolce madre lontana il loro cuore di figli, andavano eccitando Garibaldi, se di eccitamento poteva aver bisogno, affinchè persistesse nel magnanimo proposito, promettendogli tutti i conforti e gli aiuti onde avesse bisogno.

La partenza frattanto per l’Italia era nel petto di Garibaldi cosa ormai risoluta, quando l’annunzio della sollevazione di Palermo e di Messina del 12 gennaio 1848 venne a precipitarla. Non v’era più da indugiare; la lotta era cominciata; in Italia si combatteva e si moriva: il posto di Garibaldi e della sua Legione era là. Una sola cosa era incresciosa e al tempo stesso difficile: svincolarsi da Montevideo; e non perchè Garibaldi fosse legato alla Repubblica da alcun patto indissolubile, chè la sua condotta era sempre stata subordinata alla condizione del ritorno in Italia; ma perchè gli riusciva doloroso abbandonare prima dell’ora decisiva una causa giusta ed un popolo amato.

Una pubblica sottoscrizione era stata già aperta fra gl’Italiani per «la spedizione in Italia comandata da Garibaldi,» e il solo Stefano Antonini aveva firmato per 30,000 lire. Un brigantino era stato noleggiato ed allestito di tutto l’occorrente. Anita, appena sgravata di Ricciotti, erasi già imbarcata fin dal dicembre per l’Italia e tutto cospirava a credere la partenza inevitabile. Invano il Governo di Montevideo, conscio della gran perdita che stava per fare, tentava trattenere con preghiere, con lusinghe, con studiati indugi l’impaziente Italiano; invano gli stranieri stessi, che vedevano in Garibaldi una delle più sicure garanzie dei loro interessi, si sforzavano a ritardarne, almeno, la partenza, offrendogli di assumere a loro carico il più della diaria d’affitto del bastimento noleggiato. Garibaldi non si sentiva più padrone della sua volontà, e tutte quelle preghiere, quelle insistenze, quegl’indugi, anzichè piegarlo non facevano che inasprirlo, strappandogli spesso dalle labbra il detto piena d’amarezza: Duolmi che arriveremo gli ultimi, quando tutto sarà finito.

Affinchè però l’impresa riuscisse al suo fine, era mestiere precisarne la mèta, divisarne i luoghi d’approdo, avvertirne gli amici ed aderenti, prepararle in Italia stessa il terreno.

Pochi mesi dopo la giornata del Salto, era sbarcato a Montevideo e si era arrolato nella Legione, Giacomo Medici. Era un giovane di maschia bellezza, d’intrepido cuore, d’ingegno acuto e prudente insieme, d’affabili modi; e Garibaldi, presentendo in lui l’uomo che ormai la storia ha fatto suo, l’ebbe caro prontamente e ripose in lui tutta la sua fiducia. Però egli fu anche il prescelto da Garibaldi come il foriero e preparatore in Italia della divisata spedizione. Il Medici doveva partir subito, vedere a Londra il Mazzini e accontarsi con lui; percorrere, facendo propaganda, il Piemonte, penetrare in Toscana e accordarsi col Fanti, col Belluomini, col Guerrazzi e con altri molti; prepararvi nascostamente armi ed armati ed attendervi Garibaldi colla Legione, che non avrebbe tardato a raggiungerli tra Piombino e Viareggio.

Ma a rendere ben chiaro il concetto di Garibaldi e il mandato del Medici, valga il documento che qui per la prima volta pubblichiamo:

«Istruzioni.