Le lettere che io ti scriverò dirette a Livorno saranno al nome di Mr James Gross — nella soprascritta — Signor Giacomo Medici.[92]»

Il Medici infatti tre giorni dopo s’imbarcava per la sua missione; e il 15 aprile 1848 Garibaldi medesimo, accompagnato da ottantacinque de’ suoi legionari, fra cui l’Anzani, ammalato, il Sacelli, ferito, Ramorino, Montaldi, Marocchetti, Grafigna, Peralta, Rodi, Cucelli e il suo moro Aghiar; soccorso dallo stesso Governo orientale di armi, di munizioni, di cannoni sul brigantino Bifronte, ribattezzato espressamente per quel viaggio coll’auguroso nome La Speranza, comandato dal capitano Gazzolo, salpò da Montevideo per i lidi d’Italia.[93]

XXI.

Nel 1836 l’America raccoglieva un oscuro marinaio e un disertore proscritto; dopo undici anni ella restituiva all’Italia un ammiraglio provetto, un capitano invitto, un eroe glorioso. In quegli undici anni Garibaldi consacratosi alla causa di due Repubbliche, rappresentanti, a’ suoi occhi, la causa stessa della libertà e della giustizia, aveva per esse patita la tortura e toccata una ferita mortale; trionfato d’un naufragio e additato un nuovo passaggio all’Oceano; costruito flottiglie e organizzato legioni; fatta la corsa sui mari, sui fiumi e guerreggiato a piedi ed a cavallo sui campi; sostenuto quattro combattimenti navali e dodici terrestri; vinto, nella campagna di Rio Grande, al Galpon de Chargucada, a Imeruy, sulle lagune di Santa Caterina e di Los Patos, a Santa Vittoria ed a San Josè; e in quella di Montevideo, a San Martin Garcia, a Nueva Cava, alle Tres Cruces, alla Boyada, all’Hervidero, al Salto ed al Dayman; fronteggiato in una ritirata d’oltre diciotto mesi un nemico soverchiante, e delusa più volte la caccia di potenti crociere; capitanato per seicento leghe una spedizione navale traverso un fiume seminato di batterie nemiche; presa d’assalto una fortezza e diretta la difesa d’una piazza forte; e sbaragliando sovente, emulando sempre i più famosi guerriglieri del suo tempo, non lasciandosi nè insuperbire dalle fortune, nè abbattere dai rovesci, inventando talvolta nuovi artificii e nuovi stratagemmi di guerra, vincendo la forza coll’astuzia e colla prodezza il numero, facendo umana, tra costumanze feroci, la guerra, avea reso temuto e ammirando il suo nome agli stessi nemici, e risuscitato sui più lontani lidi i ricordi del valore italiano.

Ciò non ostante le virtù del soldato e le vittorie del capitano sono un nulla a paragone di quella virtù suprema, di quella vittoria che mai, fino allora, gli fallì contro i più naturali istinti della natura umana. Ond’è sotto questo rispetto che la frase tante volte ripetuta di lui «uomo di Plutarco» diventa rigorosamente vera.

Entrato al servizio di Montevideo senza patteggiare nè per sè nè per la sua Legione alcun salario, visse fin dal primo giorno, come l’ultimo de’ suoi soldati, delle sole razioni militari. Ricevuta nel 1845 dal generale Ribera l’offerta di vaste terre da dividersi fra lui e i suoi legionari, le rifiuta a nome della Legione stessa, dicendo: «che tanto egli, quanto i suoi compagni, chiedendo d’essere armati ed ammessi a dividere i pericoli del campo coi figli di queste contrade, avevano inteso d’ubbidire unicamente ai dettami della loro coscienza; che avendo essi soddisfatto a ciò che essi riguardavano come un dovere, essi continueranno da uomini liberi a soddisfarvi, dividendo, finchè le necessità dell’assedio lo richiederanno, pane e pericoli coi loro valenti compagni del presidio di questa metropoli, senza desiderare o accettare rimunerazione o compenso delle loro fatiche.»

Promosso, col Decreto che abbiamo citato, al grado di Generale, non gli parve aver fatto abbastanza per meritarlo, e con questa nobilissima lettera, ch’egli scrisse al Ministro della guerra, vi rinunziò:

«Nella mia qualità di comandante in capo la Marina nazionale, onorevole posto in cui piacque al Governo della Repubblica collocarmi, nulla ho io fatto che merti la promozione a colonnello maggiore (Generale). Come capo della Legione italiana quello che posso aver meritato di ricompensa io lo dedico ai mutilati ed alle famiglie dei morti della medesima. I benefizi non solo, ma gli onori anche mi opprimerebbero l’animo, comprati con tanto sangue italiano. Io non aveva seconde mire, quando fomentava l’entusiasmo de’ miei concittadini in favore d’un popolo che la fatalità lasciava in balía d’un tiranno; ed oggi smentirei me stesso accettando la distinzione che la generosità del Governo vuole impartirmi. La Legione mi ha trovato colonnello nell’esercito, come tale mi accettò suo capo, e come tale la lascerò, una volta compíto il voto che offerimmo al popolo orientale. Le fatiche, la gloria, i rovesci che possono ancora toccare alla Legione, spero dividerli con essa fino all’ultimo. Rendo infinite grazie al Governo, e non accetto la mia promozione del Decreto 16 febbraio. La Legione italiana accetta riconoscente la distinzione sublime che il Governo le decretò il 1º marzo. Una sola cosa chiedono i miei uffiziali, la Legione ed io, ed è questa: che siccome spontanea e indipendente fu l’amministrazione economica, la formazione e la gerarchia del Corpo fin dal suo principio, s’abbia a continuare sullo stesso piede, e chiediamo quindi a V. E. compiacersi di annullare la promozione, di cui tratta il Decreto del 16 febbraio relativamente agli individui che appartengono alla Legione italiana.

Dio sia per molti anni con V. E.

Giuseppe Garibaldi.»