Garibaldi poi dal canto suo lasciò ogni esitazione. Ormai la via era tracciata, la mèta era chiara: conveniva senza perdere un istante drizzar la prua verso l’Alta Italia, arrivare al più presto sul teatro della lotta, offrire senza esitare il braccio a Carlo Alberto, se il capitano dell’impresa era lui, e combattere al suo fianco.
Pertanto la Speranza salpa la sera stessa dal porto, e Garibaldi senza chiedere, giusta il suo costume, alcun parere ai compagni, mette la prua sul Nord-Est, e fa rombo più veloce che può verso il Mare di Liguria. Egli tuttavia inclinava a prender terra a Genova o in qualche porto vicino; ma i venti avendolo obbligato ad appoggiare, si decise ad approdare a Nizza, e il 21 giugno 1848, alle ore 11 antimeridiane, inalberata di nuovo la bandiera di Montevideo, che a lui, disertore condannato a morte, era una tutela, getta l’áncora nel porto della città natale.
II.
Era aspettato: l’attendeva dopo dodici e più anni d’assenza la vecchia madre; l’attendeva coi tre figli Anita; l’attendeva, preannunziato dai giornali, la città intera.[98] E fin dal primo spuntare dell’atteso naviglio, la popolazione si versa come un’ondata verso il porto, impaziente di festeggiare e ammirare il glorioso concittadino, e appena ne apparve sulla tolda, in mezzo allo stuolo tricolorato de’ suoi legionari, la bionda testa leonina, abbronzata dal sole delle battaglie e come precinta dall’aureola della vittoria, un urlo d’entusiasmo, una salva d’applausi lo saluta, facendogli suonare all’orecchio, per la prima volta, nel dolce idioma natío quel grido d’ammirazione che da tanti anni non udiva più se non in lingua straniera, sopra terra straniera.
Soltanto verso sera scese a terra, e cominciarono subito anche per lui le noie della celebrità; chè al quarto giorno dallo sbarco fu invitato co’ suoi legionari a un banchetto di quattrocento coperti, di cui l’Echo des Alpes Maritimes, dava in questo tenore il ragguaglio:
«Cronaca politica: Nizza, 26 giugno. — Ieri alle 2 pomeridiane nella grande sala dell’albergo York ebbe luogo il fraterno banchetto che i Nizzardi offersero al valoroso generale Garibaldi e ai valenti legionari suoi compagni di esiglio e di gloria. La sala era addobbata di bandiere e adornata di fiori; circa duecento invitati, fra i quali il signor Intendente generale, vi si trovavano riuniti per festeggiare l’arrivo del celebre Capitano, che consacrò la sua vita alla difesa e al trionfo della libertà.
»Dopo i discorsi e le felicitazioni, pronunciati da qualche convitato, il Generale prese la parola in lingua francese e si espresse con una certa facilità in questa lingua, quantunque siano quindici anni che ha lasciato Nizza ed abitato il Brasile, ove lo spagnuolo dovette diventare la sua lingua abituale; egli approfittò di questa occasione per riassumere il suo passato e la sua attuale situazione:
«Voi sapete, egli disse, se io fui mai partigiano dei re, ma poichè Carlo Alberto si fece il difensore della causa popolare, io ho creduto dovergli recare il mio concorso e quello de’ miei camerati. D’altronde, aggiunse egli, una volta che la libertà italiana sarà assicurata, ed il suolo liberato dalla presenza del nemico, io non dimenticherò giammai che sono figlio di Nizza e mi si troverà sempre pronto a difendere i suoi interessi.[99]»
Trattenutosi alcuni giorni a Nizza per apparecchiare le cose sue e riordinare la Legione, a cui i Nizzardi avevano recato un primo rinforzo di settanta volontari, il 28 mattina salpa con circa cencinquanta[100] legionari, bene equipaggiati ed armati, per Genova, dove arrivò al pomeriggio del 29, accolto dai Genovesi con quello stesso entusiasmo di popolo, con cui era stato accolto a Nizza e lo sarà d’ora innanzi ovunque, e ricevuto dalle stesse Autorità, che egli per il primo s’era recato a visitare, con ogni dimostrazione d’onore.[101]
Ma i primi suoi passi erano stati verso il povero Anzani, che fattosi trasportare da qualche giorno in Genova, si era quivi rapidamente aggravato. Lo trovò infatti quasi moribondo; n’ebbe il cuore lacerato; lo consolò degli alti conforti che l’anima eroica dell’uno era degna di udire dalla voce eroica dell’altro; stette al suo capezzale finchè gli fu concesso; ma alla fine chiamato dalla voce imperiosa della patria, e costretto dalle necessità della sua impresa a recarsi al campo del Re, dal quale s’attendeva aiuti e favori, si staccò coll’anima straziata dalle braccia del venerato amico, e fu per sempre.