Prima però di lasciar Genova fu obbligato, parte dalla sua stessa posizione, parte dalla febbre parolaia e festaiuola di quel tempo, ad intervenire ad un’adunanza del Circolo Nazionale di quella città; quindi ad udirvi dei discorsi ed a pronunciarne uno egli stesso. Invitato difatti da un membro del Circolo a dire quale fosse il suo giudizio sulle cose della guerra e sulle condizioni del nostro esercito, si schermì dapprima modestamente, dicendo che a lui, giunto appena dall’America, mancavano i criterii per sentenziare sopra argomento sì grave; ma poi, eccitato dall’opportunità, e lasciando libero il corso ai più intimi pensieri dell’animo suo, con molta misura e molta franchezza insieme soggiunse:

«Il maggiore pericolo che ci sovrasta è quello che la guerra si prolunghi e non sia terminata quest’anno. Noi dobbiamo fare ogni sforzo possibile perchè gli Austriaci siano presto cacciati dal suolo italiano, e non si abbia a sostenere una guerra due o tre anni. Ora noi non possiamo ottenere questo intento, se non siamo fortemente uniti. Si dia bando ai sistemi politici; non si aprano discussioni sulla forma di governo; non si destino i partiti. La grande, l’unica questione del momento è la cacciata dello straniero, è la guerra dell’indipendenza. Pensiamo a questo solo: uomini, armi, danari, ecco ciò che ci bisogna, non dispute oziose di sistemi politici. Io fui repubblicano (esclama il Generale), ma quando seppi che Carlo Alberto si era fatto campione d’Italia, io ho giurato di ubbidirlo, e seguitare fedelmente la sua bandiera. In lui solo vidi riposta la speranza della nostra indipendenza; Carlo Alberto sia dunque il nostro capo, il nostro simbolo. Gli sforzi di tutti gli Italiani si concentrino in lui. Fuori di lui non vi può essere salute. Guai a noi, se invece di stringerci tutti fortemente intorno a questo capo, disperdiamo le nostre forze in conati diversi ed inutili, e peggio ancora se cominciamo a sparger fra noi i semi di discordia. Uniamoci, uniamoci nel solo pensiero della guerra; facciamo per la guerra ogni sorta di sacrificio. Pensiamo che essi saranno sempre minori di quelli che ci imporrebbero i nemici se fossimo vinti.»

E queste parole, scrive il giornale d’onde le togliamo, vennero spesso interrotte e seguite da grandi applausi; onde il Presidente disse che rispondevano esattamente ai sentimenti del Circolo, e l’Assemblea chiuse la cerimonia nominando socio onorario del Circolo stesso Garibaldi, che incominciò forse da quel giorno a conoscere la beatitudine d’essere il Socio e Presidente nato e perpetuo di tutte le Società concepibili ed inconcepibili, di cui in qualche parte il bisogno e l’utilità, ma in grandissima l’ozio, il capriccio e la moda, vanno seminando il secolo XIX.

Certo le parole del generale Garibaldi erano schiette, e traducevano esattamente il concetto ch’egli si era sempre formato d’una guerra nazionale, nella quale uno doveva comandare, e tutti gli altri obbedire e combattere. Però la lettera a Pio IX del 1847, il discorso su Carlo Alberto del 1848, il programma di Marsala del 1860, non fanno che una cosa sola, non sono che l’applicazione del medesimo pensiero e il contrassegno del medesimo uomo. È sempre lo stesso patriotta puro e disinteressato che predica il suo verbo e si prepara a segnarlo col sangue: far l’Italia con chicchessia e comunque, rimettendo all’indomani le quistioni litigiose del suo ordinamento e della sua costituzione.

Che se un giorno egli avrà il torto di metter bocca in quistioni non sue, e disadatto d’ingegno, impreparato di studi, digiuno d’ogni esperienza, volerle col taglio della sua retorica epistolare recidere, come col taglio della sua spada eroica falciava le falangi nemiche, consoliamoci e perdoniamogli ancora: chè quella retorica consumata dalle sue stesse ripetizioni e contraddizioni passò sempre senza lasciare alcuna traccia nociva, nè dare alla patria altro dolore che di vedere il suo eroe, «nato a cingersi la spada,» capovoltare il «fondamento che natura» aveva posto in lui, e tentar, invano per fortuna, di sfabbricare coll’insania delle parole il monumento di gloria ch’egli aveva eretto a sè stesso colla virtù delle opere.

III.

Frattanto nel giorno stesso che Garibaldi partiva per il Mincio arrivava a Genova il Medici, reduce dalla sua escursione in Toscana, scontento dell’esito, e irritato con Garibaldi che l’aveva piantato e se n’era andato a sbarcare altrove.

Ora anche la sua prima visita era stata all’Anzani, e manifestatagli la sua collera per la condotta, a’ suoi occhi poco leale, di Garibaldi, si udì rivolgere dal morente questo profetico consiglio: «Medici, non essere severo con Garibaldi: egli è un predestinato; gran parte dell’avvenire d’Italia è nelle sue mani, e sarebbe un grave errore abbandonarlo e separarsi dalla sua fortuna. Anch’io mi sono qualche volta guastato con lui; ma poi, convinto della sua missione, mi sono sempre riconciliato per il primo.»

All’indomani l’uomo che proferiva queste fatidiche parole non era più; ma l’altro uomo che le aveva udite le portò stampate nel cuore per tutta la vita. Raccolto l’estremo sospiro dell’amico, resigli gli ultimi tributi, il Medici partì per Torino; ma scontratosi quivi alcuni giorni dopo con Garibaldi, fu il primo a gettarsi nelle sue braccia, riannodando con lui quel patto d’amicizia, cementata di poi su venti campi di battaglia, che nemmeno i tardi dissensi politici poterono infrangere, e che fin negli ultimi anni rimase quasi arra di pace fra il Quirinale e Caprera.

Intanto il nostro eroe era giunto al termine del suo viaggio. Passato in fretta da Novara, dove non l’arrestarono le solite ovazioni; toccato Pavia per visitare il Sacchi, sempre infermo della sua ferita, e che frattanto andava raccogliendo nella sua città natale un nucleo di volontari, arrivò fra il 3 e il 4 luglio al quartier generale di Roverbella, e si presentò immediatamente al Re. Questi lo accolse con principesca cortesia, si mostrò edotto delle sue gesta d’America e le commendò altamente; ma stretto a rispondere alla domanda dell’eroe, la invincibile sua irresolutezza lo riprese; l’antica sua diffidenza delle armi popolari e degli uomini rivoluzionari lo riassalse, e scusandosi, assai male a parer nostro, co’ suoi doveri di Re costituzionale, lo rinviò a’ suoi ministri.[102]