Pure tutto non si poteva nè si voleva credere perduto; e lo stesso Carlo Alberto, nella generosa, ma incauta promessa di voler vincere o morire coi «suoi Milanesi,» aggiunse ai molti altri anche quell’estremo errore e quella estrema illusione. Errore, perchè ogni ragione strategica lo consigliava a ritirarsi oltre il Po e a difendersi sotto Piacenza; illusione, non perchè fosse, a parer nostro, impossibile protrarre lungamente contro soli trentacinquemila nemici la difesa d’una città guardata, tra regolari e volontari, da altrettanti combattenti, protetta da un ricco parco d’artiglierie, abitata da una popolazione numerosa, armata, energica, pronta, se avesse trovato l’uomo capace d’inspirarglieli, agli estremi sacrifici; ma perchè a render fruttuosa, almen di gloria, la resistenza, mancava quella forza che sola produce i miracoli di Sagunto e di Saragozza: la fede. Fede del Re nell’esercito e nel popolo; fede del popolo e dell’esercito nel Re; fede di tutti se non nella vittoria, nella religione de’ forti: soccombere con onore.
Tuttavia il magnanimo proposito di Carlo Alberto parve a tutti in sulle prime il solo degno ed accettabile; e se chieder armi, rizzar barricate, bruciar case, offrir vita e sostanze, gridar «guerra e morte,» potevano esser presi per certi segni della deliberata volontà d’un popolo di seppellirsi sotto le ruine della sua città, Milano li diede tutti.
Intanto fin dall’annunzio dei primi disastri un Comitato di Difesa s’era costituito, il quale, mentre re Carlo Alberto andava radunando le membra sparte del suo esercito, assumeva di porre in istato di difesa la città, decretava le fortificazioni e l’asserragliamento delle mura e delle vie, cercava armi ed armati, ordinava le milizie popolari raccolte nella città, mandava in Svizzera ad assoldar nuovi volontari, provvedeva al vivere dell’esercito e della popolazione, richiamava infine a Milano quanti Corpi franchi non erano stati tagliati fuori dall’invasione nemica, e fra quelli necessariamente anche Garibaldi.
L’ordine lo raggiunse la sera del 3 agosto a Bergamo; e poichè egli pure era consapevole del vero stato delle cose, e le avanguardie austriache bivaccavano già a Cassano d’Adda, non esitò un momento; e fatti nella notte stessa gli apparecchi della partenza, per la via più corta e sicura di Pontida-Brivio-Merate, dopo trent’ore di marcia forzata, verso le due pomeridiane del giorno 5 giunse a Monza. Conduceva seco da cinquemila uomini, e fra essi, confuso co’ gregari del battaglione Anzani, venuto a chiedere in quella suprema distretta della patria il suo posto di combattimento, Giuseppe Mazzini;[105] la truppa era poco agguerrita, ma volonterosa; Monza, finchè Milano resisteva, poteva essere una buona posizione di fianco sulla destra dell’esercito austriaco, e quand’anco gli fosse tolto di penetrare nell’assediata città, l’audace condottiero sperava sempre di poter da quella postura molestare il nemico e recare agli assediati anche dal di fuori un non spregevole soccorso.
Troppo tardi. Sfasciato l’esercito; discordi, sfiduciati e istupiditi i generali; riescite sterili o sfortunate anche le prime fazioni combattute sotto le mura; stremati i viveri e le munizioni; smarrita ogni speranza di soccorso; poche, disordinate, inesperte le milizie cittadine; tumultuante, diviso il popolo; impossibile la resistenza, impossibile persino l’eroismo della disperazione, certo l’eccidio della città, e forse con essa inevitabile la ruina del Piemonte e della sua libertà, Carlo Alberto ebbe il triste coraggio di far tutta sua l’onta amara d’una resa che la giustizia della storia distribuisce su molti; e la sera del 4 agosto mandò una proposta d’armistizio al nemico, che l’accettò.
Ora quel che ne seguisse è noto. Come il popolo, prima incredulo all’annunzio dell’armistizio, poi infuriato e demente gridasse Carlo Alberto traditore, lo assediasse nel suo palazzo e lo minacciasse della vita; come dopo una invereconda altalena di giustificazioni e di smentite, l’armistizio fosse confermato, e Carlo Alberto, salvato a stento dalla intrepida devozione de’ suoi più fidi, fuggisse notte tempo come un malfattore, tuttociò è vivo ancora nella memoria della nostra generazione, e a noi basta ricordarlo.
Ma l’annunzio dell’armistizio Salasco non aveva trovato increduli nella sola Milano; tutta la Lombardia, quanti, può dirsi, avevano in petto scintilla di amor di patria, lo rinnegarono collo stesso sentimento d’incredulità sdegnosa, con cui l’aveva rinnegato la città che n’era la prima vittima. E non parliamo di Garibaldi. In sulle prime, sbalordito egli pure dalla terribile notizia, s’era apparecchiato a ritirarsi da Monza, la quale dopo la caduta di Milano era una stanza pericolosissima; ma appena un certo signor Villa gli scrisse una lettera per assicurarlo che tutte quelle voci erano bugiarde, prende colla credulità del desiderio quella lettera per vangelo, e anzichè pensare alla ritirata delibera di marciare prontamente in soccorso di Milano, e incuora i suoi compagni a seguirlo con un Manifesto che si chiude con queste parole:[106]
«Si rinfranchi pertanto lo spirito d’ognuno di voi, ed accorrete ad unirvi alla mia colonna che move sopra Milano a prestare a quei generosi abitanti l’aiuto per discacciarne l’abborrito nemico.
»La salute della patria dipende dalla celerità con cui potrete meco sostenere Milano.
»Generale Garibaldi.»