Invano! tutto era consumato! l’esercito piemontese era già in ritirata verso il Ticino; l’esodo dei patriotti e dei proscritti era già cominciato; Radetzki, superbo come un conquistatore, passeggiava già le vie di Milano; la Lombardia piegava il capo al duro destino; conveniva che Garibaldi lo piegasse egli pure.

E considerata la posizione di Monza, priva, dopo la caduta di Milano, di qualunque punto d’appoggio, preveduto il pericolo d’essere da un istante all’altro assalito e ravvolto dagli Austriaci, Garibaldi decise di ritirarsi su Como, dove almeno poggiava ancora le spalle ai monti e aveva prossimo in ogni estremità il rifugio in Isvizzera.

Però egli voleva ritirarsi, non fuggire; molto meno deporre le armi senza aver combattuto. Se l’Italia si rassegnava a credere tutto perduto, egli non lo poteva; sperava sempre che la resistenza fosse possibile; che il paese, scosso il primo sbalordimento del colpo, si leverebbe come un sol uomo, per protestare contro quel che egli, colle parole che erano sulle labbra di tutti, chiamava: il tradimento del Re, e continuare da sè, co’ propri petti e le proprie armi, l’impresa che la viltà regia aveva disertata. Forse gli pareva d’essere ancora nell’America spagnuola, dove ogni accolta di bande si chiamava un esercito, e simili eserciti s’improvvisano colla stessa rapidità con cui si sciolgono; dove ognuno può far la guerra per proprio conto e trovar comunque seguaci; dove la natura del suolo e l’indole degli abitanti rendono possibile protrarre all’infinito la guerriglia di partigiani; dove infine il sentimento dell’indipendenza dallo straniero è una seconda religione, e una guerra nazionale non resta, come da noi, abbandonata al solo esercito, martire forzato che deve morire per tutti, ma la combatte senza tregua e senza quartiere, con tutta la ferocia d’un fanatismo religioso, tutto il paese.

V.

Infiammato pertanto da questi ricordi e ispirato da questa fede, Garibaldi arriva co’ suoi alla Camerlata; ivi prende posizione e si trincera; spedisce frattanto messi al Griffini, al D’Apice, al Manara, all’Arcioni perchè si uniscano e s’accordino con lui per continuare la guerra santa; apre nuovi arruolamenti, invita alle armi il paese. Illusioni: il Griffini per la Val Camonica, il D’Apice per la Valtellina erano già in cerca del confine svizzero; il Manara, il Dandolo, il Durando subendo l’armistizio s’incamminavano verso il Ticino; la sua colonna, anzichè ingrossare di nuovi volontari, perde anche quelli che ha, sinchè da cinquemila è ridotta a men che tremila; il paese, tuttora istupidito dalla fiera percossa, lo guarda trasognato, ed una cosa sola è sicura: che gli Austriaci s’avanzano, e in poche giornate possono averlo avviluppato entro una rete senza uscita.

Tuttavia Garibaldi non volle darsi vinto ancora. Levò bensì il campo da Como, dirigendosi verso San Fermo; ma giunto sulla piazza del villaggio, che un altro giorno dovrà render storico, arresta la colonna, fa formare il quadrato e la arringa. Le dice che sarebbe vile deporre le armi; che bisogna continuare la guerra di banda, più sicura di tutte quando si ha fede ne’ capi, costanza e disciplina, ed altre di quelle parole incisive e pittoresche che egli sapeva così ben trovare. Un silenzio eloquente fu la prima risposta a quel discorso; nuove diserzioni a stormi furono il commento di quel silenzio.

A quel punto anche il nostro eroe sentì la dura realtà prenderlo alla gola; un sentimento indistinto di nausea e di scoramento si fe’ strada per la prima volta nell’animo suo; e calatosi, come soleva sempre negl’istanti più torbidi, il cappello sugli occhi, marciò senz’altro col resto de’ suoi seguaci a Varese, d’onde, passata la notte del 9, ripartì al mattino seguente per il Lago Maggiore, e tragittato il Ticino a Sesto Calende, approdò la sera del 10 agosto a Castelletto presso Arona.

Colà giunto però, la sua natura, un istante soffocata, riprende il sopravvento; la vergogna di ritirarsi, egli, Garibaldi, senza aver combattuto, lo assale; un raggio di speranza di rianimare con un’ardita iniziativa la fiamma dell’insurrezione lombarda, torna a spuntargli nell’animo, e delibera senz’altro di ripassare il confine e di riprendere comunque l’abbandonata impresa. E come se a confermarlo nell’ardito proponimento fosse mestieri di maggiore eccitamento, ecco pervenirgli un ordine del Duca di Genova, che a nome del Governo subalpino gli intima di sciogliere le sue bande e di uscire egli stesso dal territorio sardo. Non si contenne più l’indomito, e risposto fieramente al Duca: «Essere libero cittadino, non riconoscere il Re sardo, nessuno potergli togliere il diritto di cacciare lo straniero dal suolo della patria;» inalbera il vessillo mazziniano Dio e Popolo, e pubblica questo Bando agl’Italiani, nel quale troppo naturalmente la violenza della passione spiega la confusione delle idee e la virulenza del linguaggio:[107]

«Agl’Italiani.

Eletto in Milano dal Popolo e da’ suoi rappresentanti a duce di uomini, la cui mèta non è altro che l’indipendenza italiana, io non posso uniformarmi alle umilianti convenzioni ratificate dal Re di Sardegna collo straniero aborrito, dominatore del nostro Paese.