Se il Re di Sardegna ha una corona che conservò a forza di colpe e di viltà, io ed i miei compagni non vogliamo conservare con infamia la nostra vita; non vogliamo, senza compiere il nostro sagrificio, abbandonare la sorte della sacra terra al ludibrio di chi la saccheggia e la manomette.

Un impeto solo di combattimento gagliardo, un pensiero unanime ci valse la santa civile indipendenza che gustammo, sebbene pochi fra i migliori l’avessero guadagnata ed uniti poscia coi più per inganno la vedessero scomparsa.

Ma ora che il pensiero, sciolto l’iniquo freno alla sua manifestazione, ha già diffuso per tutte le menti quella suprema verità che suona a sterminio de’ tiranni; ora che l’opera da infiniti elementi rafforzata si può ordinare e la prestano già numerosi corpi emancipati dagl’interessi legali; ora che sono smascherati que’ traditori che pigliarono le redini della rivoluzione per annichilirla; ora che sono note le ragioni dell’eccidio a Goito, della mitraglia e delle febbri di Mantova, dello sterminio de’ prodi Romani e Toscani, delle codarde Capitolazioni, il Popolo non vuol più inganni.

»Egli ha concepito la sovrana sua potenza, la provò e volle conservarla al prezzo della vita, ed io ed i miei compagni che ne ebbimo fiducioso mandato, che accogliemmo qual dono il più prezioso che potesse a noi largire il Supremo, noi vogliamo corrispondergli come ne spetta. Nè vagheremo sulla terra che è nostra, non ad osservare indifferenti la tracotanza de’ traditori, nè le straniere depredazioni; ma per dare all’infelice e delusa nostra Patria l’ultimo nostro respiro, combattendo senza tregua e da leoni la guerra santa, la guerra dell’indipendenza italiana.

»Castelletto, 13 agosto 1848.

»Firmato Garibaldi.»

Ciò detto e pubblicato, s’impadronisce nello stesso porto d’Arona dei due piroscafi San Carlo e Verbano; imbarca in essi e in alcune navicelle a rimorchio i millecinquecento uomini rimastigli; risale tutto il Lago Maggiore e sbarca nella giornata del 14 a Luino, dove s’accampa.

Era la prima sorpresa a cui Garibaldi abituava gli Italiani. Invano lo dissuadevano l’esiguità della schiera, la povertà dei mezzi, il crescente sopore delle popolazioni; invano lo osteggiava la natura medesima, assalendolo il giorno stesso della partenza con una terribile febbre: Garibaldi aveva deciso di non lasciare la terra lombarda senza misurarsi collo straniero che la calpestava, e manteneva il voto.

Nè l’occasione di scioglierlo gli tardò molto. Fin dal mattino del 15 una colonna di Austriaci, forte press’a poco quanto la garibaldina, partiva da Varese coll’intenzione di attaccarla e forse colla speranza di sorprenderla. Garibaldi era ammalato colla febbre nell’albergo della Beccaccia, posto a pochi metri da Luino, sulla strada stessa di Varese. Il Medici però vegliava per lui; e barricata di là dall’albergo la strada, collocati con diligenza gli avamposti, mandati esploratori a scandagliare i dintorni, stava attentamente sull’arme. Difatti non era scoccato il mezzogiorno, che gli esploratori vennero ad annunciare l’avanzarsi del nemico. Il Medici corre tosto ad avvertire Garibaldi, il quale, quasi dimentico del male che lo tormentava, balza di letto, monta a cavallo, spiega una parte della colonna sulla strada e nei campi circostanti, apposta sulla sinistra il Medici col rimanente del corpo, lascia, secondo il suo costume, approssimare il nemico, e scambiati pochi colpi, lo carica alla baionetta, prima di fronte, poi colla colonna del Medici, di fianco, e in poche ore lo sbaraglia, inseguendolo per lungo tratto di via e costringendolo a lasciare sul terreno tra morti, feriti e prigionieri circa centottanta uomini.

VI.