Comunque, questo è certo, che Garibaldi riuscì a mettere in moto per sè solo e a trarsi dietro per dodici giorni circa quindicimila Austriaci; che egli seppe per tre giorni ingannare sulle sue mosse uno de’ più accorti e provetti generali dell’Impero; che l’ultima cartuccia bruciata su terra lombarda contro lo straniero fu bruciata da lui.

Il migliore riepilogo pertanto di quella campagna lo fece lo stesso generale D’Aspre, il quale scoprendo in tutte le azioni del suo avversario i lampi d’un genio militare, che gl’Italiani oggi ancora non hanno finito di riconoscere, diceva pubblicamente ad un magistrato: «L’uomo che avrebbe potuto esservi utile nella vostra guerra d’indipendenza del 1848, l’avete disconosciuto: era Garibaldi.[109]»

Capitolo Quinto. ROMA.
[1849.]

I.

Torbidi gli avvenimenti, oscura la mèta, incerto de’ suoi passi, e quel che era più, confitto in letto dal ritorno periodico di quei febbroni onde lo vedemmo assalito la mattina di Luino, e che non l’avevano mai abbandonato durante tutta la campagna, Garibaldi fu costretto a prolungare la sua dimora in Isvizzera, più che non avrebbe voluto. Verso la metà di settembre però potè partirne, e per la via di Francia (forse il passaggio del Piemonte non gli sembrava sicuro) ricondursi a Nizza. Ivi rivede la moglie, i figli, la madre; gusta per alcuni giorni con essi le gioie della famiglia; ma poi, non liberato per anco dalla terzana, ma sensibile anche più alla febbre patriottica che gli bruciava l’anima, si strappa alla quiete del focolare domestico e corre a Genova a cercarvi il solo rimedio alle febbri del corpo e dello spirito: la lotta.

Il suo tragitto lungo il littorale fu un continuato trionfo: le popolazioni accorrevano a frotte, da punti rimoti sul di lui passaggio, e i Circoli inviavano a gara le loro deputazioni a felicitare l’eroe di Montevideo e il combattente di Luino. Non erano però viva e battimani che l’eroe cercava: di quelli ne era saturo; erano opere, erano armi ed armati per combattere; era la concordia degli animi che dà la vittoria, la costanza che la assicura ed anche dopo la sconfitta prepara la rivincita. A Genova non trovò tutto questo; l’Italia d’allora non poteva dar tanto; ma almeno nuovi volontari pronti a seguirlo e ben presto nuove occasioni e nuovi campi di prova.

Le condizioni d’Italia al finire del settembre erano quelle d’un esercito male costituito dopo una prima rotta. Il disordine era nelle file: tutti volevano comandare, pochi ubbidire. Ciascuno aveva il suo piano di campagna, il suo trovato infallibile e il suo rimedio eroico. Chi era per la rivincita immediata, chi per la lunga aspettazione, chi per la resistenza passiva e chi per la sottomissione paziente; e intanto il nemico si riordinava, si rafforzava, s’assideva. In Piemonte, il Ministero Pinelli resisteva invano al vociare della piazza, alla baruffa dei partiti, al clamore dei Circoli. In Toscana, il Montanelli imponeva a Leopoldo II, che in cuore la malediceva, la sua panacea della Costituente italiana; ma non preparava nè gli animi, nè le armi per effettuarla. A Roma, Pellegrino Rossi sprecava il suo ingegno ed il suo patriottismo a risuscitare la popolarità di Pio IX, dopo l’Enciclica del 29 aprile, morta per sempre, ed a piantare in mezzo a popoli divisi tra gli eredi dei Sanfedisti e i figli de’ Carbonari gli ordinamenti temperati d’un governo costituzionale in Napoli, Ferdinando II aveva già assassinata la promessa libertà e invasa con un nuovo esercito la Sicilia; la quale, discorde, priva essa pure d’armi, di milizie, di capitani, nonostante la gagliarda difesa di Messina, stava per soccombere; onde in mezzo a quel turbinare d’errori, a quel diluviare di sventure, a quello scrosciare di rovine, Venezia sola, decretata la difesa ad ogni costo, sormontava, arca invitta, al naufragio.

E fu appunto in quei giorni che una Deputazione di Siciliani si presentò in Genova a Garibaldi per chiedergli una spedizione di soccorso alla loro Isola pericolante. Non diversi in questo dagli altri loro fratelli italiani, essi stimavano Garibaldi un condottiero di bande e nulla più, e si sarebbero ben guardati dall’offrirgli una parte importante, molto meno il comando d’un esercito. Oltredichè correva l’andazzo dei generali polacchi, e la Sicilia metteva più volentieri il suo esercito nelle mani d’un Mierolaswsky, come il Piemonte lo metterà in quelle d’un Chzarnowsky, piuttosto che affidarlo ad un uomo che aveva fatto bensì la guerra dodici anni, ma non portava brevetti, non vestiva uniformi gallonate e decorate, ed aveva il torto di parlare italiano.

Ma sappiamo che Garibaldi non guardava a queste miserie, e, senza prendere un impegno assoluto, promise ai Siciliani che avrebbe dato, per quanto fosse in lui, l’aiuto richiesto. Infatti, già raccolti ed ordinati intorno agli avanzi della sua vecchia Legione e dei commilitoni di Lombardia circa cinquecento volontari, s’imbarca sulla fine d’ottobre col proposito, per allora, di recarsi in Sicilia; ma il 25 d’ottobre, a Livorno, i democratici di quella città gli si mettono d’attorno, lo premono perchè resti in Toscana, e riprenda il comando di quel simulacro d’esercito senza ordini e senza capo, e spalleggi il Ministero del Montanelli e del Guerrazzi, che si trovavano minacciati così dalla Reggia, come dalla piazza e ormai impotenti a governare. Garibaldi che nel 1848 a quanto pare, non aveva nell’impresa di Sicilia la fede che vi prestò nel 1860, si lasciò persuadere da quel concetto e da quelle preghiere, e consentì a sbarcare con tutti i suoi ed a recarsi a Firenze. Ivi, come di consueto, predicò unione, concordia, gagliardia; ma, sia che la prospettiva di far la guardia alla Costituente italiana de’ suoi amici Montanelli e Guerrazzi lo seducesse assai mediocremente, sia che l’immagine di Venezia combattente per mare e per terra contro lo straniero gli balenasse a un tratto, e il suo doppio genio di soldato e di marinaio lo attirasse verso quel lido fortunoso, il fatto è che, scorsi pochi giorni appena, lascia colla sua colonna Firenze e s’avvia per Bologna col disegno di scendere a Ravenna e di là passare a Venezia.

Giunto però alle Filigare, trova un inatteso intoppo. Il generale Zucchi (che cominciava allora a macchiare la sua onorata assisa di veterano napoleonico e di soldato della libertà), posto dal Rossi a Commissario straordinario in Bologna, timoroso che Garibaldi mirasse allo Stato pontificio coll’intenzione di agitarlo e sommoverlo, gli aveva inviato incontro un battaglione di Svizzeri coll’ordine preciso di sbarrargli il passo. Il nostro condottiero allora non vidde altro espediente che quello di recarsi egli stesso in persona a Bologna per spiegare allo Zucchi lo scopo del suo viaggio, e persuaderlo a lasciargli proseguire il cammino fino all’Adriatico. Lo Zucchi non volle in sulle prime ascoltar ragioni e rinnovò il divieto; ma essendosi vociferata la cosa e il popolo tumultuando minacciosamente perchè fosse lasciato libero il transito al famoso e già amato Capitano, anche il Generale pontificio stimò bene d’arrendersi, e Garibaldi potè traversare, sicuro, Bologna ed arrivare non molestato a Ravenna.