Ma era da soli pochi giorni in quella città intento a reclutare nuovi seguaci,[110] ed a spiare ogni passo ed ogni opportunità che gli schiudesse l’agognata via di Venezia, quando sonarono per tutta Italia i tragici annunzi di Roma: il 15 novembre Pellegrino Rossi assassinato; quindi il Papa assediato nel Quirinale e rassegnato a subire un Ministero Mamiani, ma risoluto a non concedere di più; infine il 21 novembre Pio IX fuggito a Gaeta, la Consulta governativa lasciata da lui rifiutata, il governo affidato alle mani d’una Giunta Suprema eletta dal Parlamento, la Costituente convocata.
Un sì inatteso e violento mutamento nella scena principale d’Italia mutò anche tutti i piani di Garibaldi. Ora che gli si apriva sì vicino il campo di Roma, non aveva più mestieri d’andarsi a cercare a Venezia, traverso una via irta d’intoppi e di pericoli, un’altra arena. Eppoi se le attrattive di Venezia erano grandi, il fáscino di Roma era irresistibile. Era essa la larva più luminosa e la rimembranza più sacra della sua giovinezza; là per la prima volta sotto la sua polvere sentì palpitare il cuore d’una grande patria; là, tra quelle rovine, aveva veduto passeggiare i fantasmi di gloria divenuti da quell’istante le guide invisibili ed i compagni inseparabili della sua fortunosa odissea; infine là, verso quelle mura eterne, quella città madre delle nazioni, quel focolare inestinguibile della civiltà del mondo, volarono sempre i sogni, i passi, le ambizioni di tutta la sua vita.
II.
Naturale pertanto che appena uditi gli avvenimenti di Roma vi corresse senza indugio, e profferisse al di lei nuovo Governo l’opera sua e de’ suoi compagni.
Ma alla spontaneità dell’offerta non fu pari la cordialità dell’accoglienza. Il soldato di Montevideo era stato preceduto negli Stati romani da una riputazione orribile. Colui che pei Piemontesi, pei Lombardi, pei Siciliani era al postutto un condottiero di partigiani, per la più parte dei popoli romani, effetto probabile di favole fratesche, era un capo di banditi addirittura; un predone feroce e sanguinario, atto soltanto a incendiare case e svaligiar persone; poco meno, o poco più, che un Gasparone politico e un Mastrilli rivoluzionario.
E quanto la rea fama mentisse, noi lo sappiamo. Molti esempi contava la vita del soldato di Montevideo di umanità e di cortesia; di ferocia e di cupidigia nessuno. Forse non si poteva dire altrettanto di tutti i suoi commilitoni, e concediamo facilmente che in un corpo ragunaticcio come il suo, razzolato marciando per la strada, sovente fatto la mattina e disfatto la sera, più d’un vagabondo e più d’un mariuolo vi sarà sgusciato dentro; ma che tutta la Legione fosse un cibreo di galeotti e scampaforche e che il loro capo li proteggesse o li tollerasse, qualche storico settario l’avrà detto, ma da nessun scrittore onesto sarà ripetuto. Qualche requisizione un po’ forzata sarà stata commessa; qualche siepe e qualche muraglia scavalcate; qualche porta di convento scassinata; ma erano fatti isolati, sconosciuti al Capitano, o appena noti tosto repressi e puniti.[111]
La guerra è la guerra, e il soldato in campagna, tanto più se lo sforzi la stanchezza o la fame, è sempre disposto a guardare un po’ come cosa sua il paese per cui o contro cui dà la vita, e se i legionari garibaldini dovessero rispondere di qualche pollaio diradato e di qualche vigneto vendemmiato, converrebbe chiamare a loro confronto tutti gli eserciti del mondo.
Con tutto ciò la fama era quella, e l’offerta di Garibaldi aveva messo la Giunta Suprema di Roma, composta d’uomini tutt’altro che temerari, in un tremendo impiccio. Dall’un canto non volevano tirarsi in Roma quel famigerato, il quale se proprio non era il masnadiero che la contrada gridava, certamente per le sue idee rivoluzionarie era uomo pericolosissimo; dall’altro temevano, respingendolo duramente, di suscitar lo scontento de’ di lui amici e protettori, principalmente dello Sterbini potente e del Ciceruacchio strapotente, e in quel frangente pensarono uscirne con un compromesso e uno spediente: favorirono al generale Garibaldi un brevetto di Tenente Colonnello, e lo mandarono a svernare a Macerata.[112]
Il brevetto era una burla, e Macerata era un confino; ma Garibaldi non vide in tutto ciò che il fatto certo d’essere ormai soldato di Roma, e presa la sua Legione, già cresciuta fino a quattrocento uomini, se n’andò quietamente anche a Macerata.
Colà invece, contro ogni aspettazione, l’accoglienza fu buona e il soggiorno migliore. Garibaldi non si occupava quasi punto di politica; badava ad ordinare, ad agguerrire e rinforzare la sua gente, soprattutto a provvederla d’armi e vestiti; e tanto entrò nella stima e nell’amicizia dei Maceratesi, che più tardi, quando furono convocati ad eleggere un deputato alla Costituente, elessero lui.