Intanto la rivoluzione di novembre aveva cominciato a produrre i suoi frutti. Da un canto la Giunta Suprema, sospinta e quasi sopraffatta dall’onda dei demagoghi, lavorava ad apparecchiare il terreno alla Costituente, dalla quale doveva uscire armata di tutto punto la Repubblica; dall’altro Costituzionali e Clericali, quelli per orrore all’assassinio, per timore dell’anarchia o per vaghezza di dottrina; questi per odio alla libertà, per cupidigia di dominio, per tradizione di sètta, si studiavano, con speranze e intenti diversi, a seminare d’inciampi il cammino di quella rivoluzione, lorda bensì nella sua culla da una macchia orrenda, ma il cui andare era necessario e fatale.
Tuttavia se i Costituzionali si limitavano a combattere colle parole e col voto per la loro ubbía impenitente d’un Papa costituzionale, alla reazione clericale ogni mezzo, giusta la vecchia teoria, era buono; e in attesa che le Potenze cattoliche muovessero all’invito di Pio IX, copriva di trame, solcava di mine tutto lo Stato romano; e in alcuni luoghi, specie nell’Appennino Ascolano e nel confinante Abruzzo, spalleggiata dal Borbone e alimentata dalla prossima fucina di Gaeta aveva coronate le creste di quei monti, antico e famoso teatro del Sanfedismo, di numerose bande brigantesche.
Importava quindi che la Giunta Suprema parasse, prima che ad ogni altro, a quel vicino e più urgente pericolo; laonde in sui primi di gennaio deliberò di mandare il colonnello Rosselli a combattere d’accordo col preside Ugo Calindri il brigantaggio dell’Ascolano, e di chiamare il colonnello Garibaldi a Rieti perchè guardasse principalmente quel confine verso Napoli, e s’accordasse col Rosselli e col Calindri per soffocare la rinascente reazione in tutto quel territorio. E Garibaldi come gli fu ordinato partì; e per Tolentino, Foligno, Spoleto arrivò in sullo scorcio di gennaio a Rieti, dove s’accinse senz’altro all’opera prescrittagli.
In sulle prime i Rietini (narrava egli stesso ridendo) pareva che avessero più paura di lui e de’ suoi compagni, che dei briganti; ma a poco a poco, conosciutili meglio, si ricredettero, e quantunque il suo mandato fosse arduo ed odioso, e richiedesse di quando in quando severe punizioni e crude rappresaglie, tuttavia il temuto condottiero non lasciò in quei luoghi alcun ricordo di ferocia, alcuna striscia di sangue innocente. Rese invece non spregevoli servigi al Governo romano, perseguendo nel più rigido inverno, con gente male in armi e peggio in arnese, un ostinato malandrinaggio, tenendovi atterrita e rimpiattata la reazione, custodendo fino all’ultimo tutto quel territorio, aperto per tante vie alle insidie nemiche.
III.
Prima però della sua partenza pel Rietino, Macerata lo elesse suo deputato alla Costituente,[113] e fu quello il primo voto che lo mandò in un’Assemblea politica. La tanto sognata, preconizzata e covata Costituente romana s’era infatti, al 12 febbraio, riunita, e Garibaldi dovette, pel mandato assunto, intervenirci. Fu però un intervento da par suo, e solo chi non l’ha conosciuto nè prima nè poi, ha diritto di meravigliarsene. Il 5 febbraio 1849 il Parlamento romano s’adunava per la prima volta, e fu quello che suol dirsi un avvenimento. Assiepati di popolo festante i dintorni del Campidoglio, riboccanti di spettatori le gallerie, pieni gli scanni di deputati, tutta la Giunta di Governo al suo posto, grande in tutti l’aspettazione, solenne il momento. Però l’Armellini, ministro dell’interno, aveva appena finita la lettura di quello che oggi direbbesi discorso inaugurale, e nel punto in cui l’Assemblea, fatta la chiama, stava per procedere alla verifica de’ suoi poteri, ecco Garibaldi alzarsi di scatto dal suo banco e chiedere: si lasciasse ogni formalità; l’Assemblea si dichiarasse in permanenza e proclamasse senz’altro la Repubblica, «solo governo degno di Roma.»
La proposta sorprese, ma non convinse nessuno; un altr’uomo eccessivo, il principe di Canino, la secondò; ma l’Assemblea la respinse, e deliberò che la discussione procedesse con tutto il rigore delle formalità prescritte. Fu quello il primo atto parlamentare di Garibaldi, e gli si può applicare il detto: Ab uno disce omnes. I Parlamenti non erano aria in cui egli potesse respirare. Quella stessa incapacità a comprendere la santità delle forme, l’utilità delle regole, la efficacia della discussione, da lui dimostrata allora nell’Assemblea romana, lo accompagnerà come un abito incurabile per tutta la vita, e lo costringerà a dibattersi nell’impotenza e nella solitudine in tutti i Parlamenti futuri. Chi però nella proposta del 5 febbraio scorgesse soltanto l’inettitudine o l’antipatia d’un soldato alle procedure parlamentari, s’ingannerebbe a partito; essa nascondeva qualcosa di più, che va notata; nascondeva la inconscia, ma perciò appunto, profonda indifferenza del patriotta ad ogni forma di governo. Di repubblica e monarchia egli intese sempre poco più che i nomi, e nella repubblica voleva l’autorità dittatoria, come nella monarchia amava la libertà sfrenata. Poichè a Roma la repubblica era su tutte le labbra e in tutti i voti, e gli eventi la rendevano fatale, ed essa sola pareva dar concordia agli spiriti e unione alle forze, egli gridava: Repubblica. Se la monarchia gli fosse apparsa altrettanto accetta, se un re popolare e guerriero si fosse presentato, pronto a montare a cavallo per la guerra santa, egli si sarebbe levato col medesimo impeto a gridare: Monarchia. La stessa fretta con cui egli chiedeva il voto, attesta la poca importanza che in cuor suo gli attribuiva; la stessa mobilità con cui, nel giro di pochi mesi, s’era chiarito pronto a passare dalle insegne d’un papa a quelle di un re, dimostra come di quelli e d’altri tali segnacoli egli faceva un mediocrissimo conto, a come la sola bandiera ch’egli vedesse e capisse era sempre quella sola: l’Italia forte, e libera dallo straniero.
L’8 febbraio, al tocco, la Repubblica romana era proclamata. Garibaldi, il quale malato per dolori reumatici e per febbre erasi fatto trasportare alla Camera per assistere all’importante tornata, rammentava al deputato Augusto Vecchi, come nell’ora istessa tre anni innanzi fosse entrato co’ suoi legionari al Salto, dopo la vittoria riportata sui campi di Sant’Antonio. E il Vecchi soggiunge che un tanto anniversario gli parve augurio lieto di altre vittorie.[114]
Pagato a Roma il suo debito politico, se ne tornò a Rieti a riprendere il suo ufficio militare: ufficio uggioso, chè se v’era uomo disadatto all’ozio torpido delle guarnigioni e a quelle cure birresche di braccar briganti e spiare preti e frati, era di certo Garibaldi. Ma la Repubblica l’aveva ordinato, e ubbidì e durò nella stanza incresciosa fin verso lo scorcio d’aprile.
Nel frattempo gli avvenimenti avevano fatto il loro corso. Il 23 marzo la catastrofe di Novara; il 27 la risposta dell’Assemblea veneta all’Haynau: Venezia resisterà ad ogni costo; il 28 l’insensata rivolta di Genova; il 30 l’ultimo giorno della decade bresciana; il 6 aprile Catania cade nelle mani sanguinarie del borbonico Filangeri; il 12 la reazione lorenese restaura in Toscana il Granduca; il 20 Filangeri è alle porte di Palermo; finalmente il 21 aprile salpa da Marsiglia la spedizione francese per Roma; date che raccolte in un quadro fastidiscono e amareggiano, ma che gl’Italiani dovrebbero portare impresse nella memoria per ammaestramento e ricordo perpetuo.