Dei motivi, delle peripezie, del fine dell’intervento francese a Roma son piene le storie; noi stessi ne toccammo in altre pagine;[117] e non è tèma sì nuovo e sì gradito che ci invogli a riassumerlo.
Due verità però non saranno mai abbastanza ripetute: la prima, che se la spedizione di Roma fu meditata e preparata dal Governo del Cavaignac, come un mezzo per preservare il popolo romano dai pericoli dell’anarchia, e di antivenire per tutela dell’Italia intera una più pericolosa invasione straniera; essa fu poi immediatamente sviata dal suo fine da Luigi Napoleone, il quale la voltò tosto in istrumento della restaurazione del potere temporale ed in isgabello alle sue lunghe ambizioni di regno.
La seconda verità poi più trista, ma anche più utile a ricordarsi è, che se l’intervenzione della Francia nelle cose di Roma fu, comunque interpretata e attenuata, un’aperta violazione del diritto delle genti, pel modo subdolo e fraudolento con cui fu condotta ed effettuata degenerò in proditoria aggressione ed in sfrontato misfatto. Perocchè riesce sino ad un certo punto spiegabile, anco scusabile, che una nazione cattolica, presunta erede del retaggio di Carlomagno e della fede di Luigi IX, accecata dal malinteso interesse della religione e della civiltà e forviata da un bugiardo concetto dell’ordine e della libertà, mandi a restaurare colla forza un trono da lei reputato necessario alla salute della Chiesa ed alla pace del mondo; ma non si spiega nè si scusa che quella medesima nazione, sedicente grande, assuma una siffatta impresa, mascherando il suo volto e celando le sue armi come un malfattore, e strisciando tra le oblique ambagi della vecchia diplomazia, cammuffata col vieto pretesto di instaurare l’ordine nella libertà, mova a restaurare, fra un popolo confidente, il perpetuo disordine d’una teocrazia aborrita, ed a strozzare, tra le braccia d’una repubblica sorella, la nascente libertà. E fu soltanto per queste sue sembianze oneste ed amiche che l’esercito francese potè sorprendere la buona fede degli abitanti di Civitavecchia, e aiutato dalla dabbenaggine del Governatore e del presidio, mettere impunemente il piede sul suolo della Repubblica colla stolta lusinga di ricevere la medesima accoglienza dovunque.
È ben vero che il Triumvirato romano non s’era lasciato cogliere all’inganno, e fin dal primo apparire del naviglio straniero aveva spediti ordini a Civitavecchia, affinchè lo sbarco fosse impedito, e comunque l’aggressione respinta; ma sia che gli ordini arrivassero tardi e dubitosi, sia che li svigorissero e fraintendessero la dappocaggine delle Autorità e quella perplessità, non scevra di paura e di egoismo, che aveva governato fin dal primo istante la condotta dei Civitavecchiesi, la perdita della principale fortezza della Repubblica fu irreparabile.
Oltredichè l’incanto era rotto. Indarno l’Oudinot si studiava di larvare con nuove frodi e nuove frasi i suoi propositi; gli atti suoi, le parole de’ suoi stessi oratori lo tradivano. E noi Italiani dobbiamo essere grati a quel colonnello Leblanc, inviato a Roma dal Generale francese, il quale, frivolo o millantatore che fosse, ebbe il merito di parlar chiaro, apertamente confessando al Mazzini, scopo della spedizione essere la restaurazione papale. Egli rese a Roma il grande servigio di rischiararle tutta la gravità del pericolo che la minacciava, ed uscendo in quella sua buffa, ma schietta guasconata: Les Italiens ne se battent pas, fece risalire al cuore, anche de’ più timidi, quel po’ di sangue caldo che stagnava nelle loro vene, e mise gl’Italiani al cimento di provare che il Guascone aveva mentito per la gola.
V.
Caduti pertanto gli ultimi veli, ormai certa l’aggressione, inescusabile la violenza e manifesto il suo fine, alla Repubblica romana non restava più che difendere, non tanto la vita, preda designata al numero ed alla forza, quanto l’onore, che non era in balía d’alcuna fortuna, e il cui seme, se inaffiato di sangue generoso, rigenera sempre le nazioni. E la difesa di Roma fu pari al cimento e degna de’ suoi giorni più gloriosi.
L’Assemblea commette al Triumvirato: «di respingere la forza colla forza;» il popolo sancisce, correndo all’armi, il magnanimo decreto, e i Triumviri sovraneggiati e quasi assorbiti dall’ardente spirito di Giuseppe Mazzini, mirabili di concordia e di energia, e, quando mai, colpevoli soltanto di soverchia generosità per gl’invasori, assumono d’effettuarlo. Giuseppe Avezzana, forse più atto per cuore che per mente all’arduo ufficio, è investito del Ministero della guerra e del Comando supremo dell’esercito; la Guardia Civica viene armata e mobilizzata; la linea di difesa tracciata, i principali punti muniti; i Corpi stanziati di fuori richiamati, quindi da Anagni Garibaldi; tutta infine quella massa eterogenea di truppe regolari ed irregolari, di doganieri e di studenti, di emigrati e di reduci, di Romani e di Italiani d’ogni provincia e colore, accoltasi a quei giorni in Roma, ordinata in brigate attive e in corpi di riserva, così partita e comandata.
La Legione Garibaldi, il battaglione dei Reduci, i quattrocento Universitari, i trecento Finanzieri, i trecento emigrati, in totale duemilacinquecento uomini, compongono la prima brigata, e ne riceve il comando Garibaldi, giunto in Roma la sera del 28, riconosciuto finalmente Generale.
Della seconda brigata, formata di mille uomini di Guardia Civica, e del primo d’infanteria leggiero, è scelto comandante il colonnello Masi.