La Legione romana e il primo di linea, con due pezzi di campagna, fanno, agli ordini del colonnello Bartolomeo Galletti, una colonna di riserva; ottocento Carabinieri obbediscono al generale Giuseppe Galletti; cinquecento Dragoni al colonnello Savini; le artiglierie al Lopez ed ai fratelli Calandrelli; e si dovrebbero aggiungere i Bersaglieri lombardi comandati dal Manara, i quali però, avendo ottenuto dall’Oudinot di sbarcare a Porto d’Anzio, a condizione che non avrebbero partecipato fino al 4 maggio ad alcuna fazione, erano vincolati dalla promessa, data per loro dal Preside di Civitavecchia, di serbare fino a quel giorno la neutralità.
Restava a fermare il piano di guerra; ma la topografia della città, le condizioni dell’esercito difensore, le forze degli assalitori chiaramente lo suggerivano.
Scartato il concetto di una offensiva in aperta campagna, e deliberato quello d’una concentrata difensiva della Capitale, la difesa non poteva essere stabilita che sulla destra del Tevere, e precisamente lungo quell’arco esterno alle mura d’Urbano VIII, che da Porta Portese per quelle di San Pancrazio e Cavalleggieri va a Porta Angelica; e comprendente, come posizione avanzata, al centro la collina di Villa Pamfili, come baluardo a settentrione il forte Vaticano, e come seconda linea d’appoggio le alture del Gianicolo. Ciò posto, l’ordine di collocazione delle truppe si porgeva da sè logico e naturale. La prima brigata Garibaldi fu collocata tra Porta Portese e Porta San Pancrazio; la brigata Masi distribuita tra Porta Cavalleggieri e Porta Angelica; la riserva, composta della brigata Galletti, dei Dragoni Savini e dei Bersaglieri Manara, schierata tra Piazza Navona, la Lungara e Borgo; i bastioni furono coronati di nuovi pezzi, le batterie del Vaticano rinforzate; e tutto ciò ben disposto ed apparecchiato, Roma si tenne pronta a ributtare l’assalto.
VI.
La mattina del 30 aprile le vedette di San Pietro annunziavano lo spuntar d’una colonna francese sulla via di Civitavecchia. Non eran più che ottomila uomini, partiti in due brigate sotto il comando dei generali Molière e Lavaillant; traevano soltanto due batterie da campagna; erano per numero, per armi affatto disuguali all’impresa a cui s’incamminavano. Ma li guidava la nativa intrepidezza, li incoraggiva la fiducia del loro Leblanc: «Gli Italiani non si battono;» li rassicurava la pertinace lusinga che Roma li aspettasse a gloria, e poichè in quell’ora le campane di Montecitorio e del Campidoglio suonavano a furia l’allarme, se lo prendevano per un suono di festa e marciavano anche più allegri e fidenti nell’immancabile trionfo.
Però tutto quel miscuglio di pregiudizi, di illusioni e di prosunzioni che gorgogliava nelle file dell’esercito francese fin dalla sua discesa in Italia, traspariva come in un’acqua chiara, nel piano d’attacco del loro Generale. Esso non avrebbe potuto essere più semplice, più primitivo e più ingenuo: spezzare a un certo punto il Corpo in due colonne, l’una inviarla ad assalire Porta Cavalleggieri, l’altra Porta Angelica; prender di mira entrambe la Cupola di San Pietro e andarsi a dar la mano nella sua piazza. E qui in verità convien proprio dire che l’Oudinot fosse ancor più dabbene che maligno; chè a nessun Generale, per ammattito che fosse, sarebbe frullato pel capo di andare, senza parco d’assedio, senza lavori d’approccio, senza una breccia, a dar di cozzo contro le mura d’una città bastionata e quasi fortificata, protetta da numerose artiglierie e difesa da forze pari alle sue; se non avesse covato nell’animo uno di questi due profondi forse, ma punto maliziosi convincimenti: o che le mura fossero di mota fresca e i cannoni di cartone dipinto e i difensori comparse da teatro; o che la maliarda eloquenza della sua parlata avesse gettato sul Governo, sull’esercito, sul popolo romano un sortilegio sì potente da trovarseli al suo arrivo disfatti d’amore a’ suoi piedi.
Due o tre colpi egregiamente aggiustati dal Calandrelli vennero a rompergli l’alto sonno. Balenarono al saluto inaspettato le schiere assalitrici; ma poichè erano pur sempre Francesi, vantatori cioè, ma prodi, proseguirono, secondo l’ordine divisato, l’attacco. Avanzavano da ogni parte, protetti dalle case, dai vigneti, dall’arte, i nemici; non restavano dal fulminarli, colla mitraglia e coi moschetti, i nostri. Nuocevano ai Romani e più agli artiglieri le carabine dei Cacciatori di Vincennes; ma i nostri cannoni egregiamente serviti e diretti facevano nelle file avversarie vuoti sanguinosi.
Un solo vantaggio avevano ottenuto dal principio i Francesi, ma notevole; chè il generale Oudinot avendo ordinato alla brigata Molière di occupar la Villa Pamfili (ordine ben pensato come quello che gli levava dal fianco sinistro una punta minacciosa), il battaglione Universitario della brigata Garibaldi, troppo scarso a contrastar la preziosa posizione, l’aveva dovuto ben presto abbandonare, ritraendosi al riparo dietro il Casino de’ Quattro-Venti.
Ma da quella parte, calmo, impassibile, attento a tutte le peripezie della lotta stava Garibaldi, e il trionfar dei Francesi non poteva esser lungo. Infatti il nostro Generale, scorta l’urgenza del pericolo, chiama a sè la Legione italiana, e la lancia a baionetta in resta contro il nemico. Questi non teme l’affronto, e da quell’istante intorno a Villa Corsini, per le aiuole e i prati del parco Pamfili, dietro ogni muro e ogni siepe, s’impegna una lotta petto a petto, palmo a palmo, a vita ed a morte, dalla quale ogni occhio appena esperto travede che pende l’esito della giornata. In entrambi i campi il coraggio: ma nei Francesi il vantaggio delle armi, il favore della posizione, il nerbo della disciplina, l’esperienza dell’arte; tra gl’Italiani la coscienza della giusta causa, la religione della patria, la rabbia dell’iniqua aggressione, la fede nella baionetta e il comando di Garibaldi.
Oramai il terreno è già troppo a lungo contrastato, e Garibaldi sente venuta l’ora del colpo decisivo.