Chiesto pertanto l’aiuto della mezza brigata Galletti, accorsa prontamente a recarlo, fatta massa di tutte le sue forze, spuntata, quasi trascurandone gli ultimi difensori, la Villa Pamfili, si rovescia per la valle sul fianco destro francese; lo rompe, lo sfonda, lo incalza colla punta alle reni, costringe in brev’ora tutto l’esercito assalitore, già ributtato di fronte su tutta la linea e già minacciato alle spalle, a cercare in una precipitosa ritirata, molto somigliante ad una fuga, l’unico scampo.

La giornata del 30 aprile (amiamo lasciarlo dire al Sacchi,[118] comandante quel giorno una coorte della Legione italiana) farà epoca nella storia, ed è una delle più belle pagine militari della nostra indipendenza. Il Generale francese tentò, come è costume dei piccoli vinti, scusarla con sognati agguati e immaginari tradimenti; ma egli cadde nel solo agguato della sua presunzione, e non patì altro tradimento che quello della sua ignoranza.

Trecento morti, cinquecentotrenta feriti, dugentosessanta prigionieri, per l’eroismo quasi temerario di Nino Bixio,[119] nelle nostre mani e tradotti a coronar il trionfo in Roma, fecero pagar cara alla Francia l’insana aggressione, e dimostrarono al mondo se gli Italiani si battono.

Le perdite degl’Italiani furono, ragguagliate al numero, lievissime; sessantanove morti e poco più che cento feriti; un solo prigioniero, Ugo Bassi; ma le preziose vite de’ prodi rapite ai futuri cimenti della patria, sempre lacrimabili e memorande.[120]

Dopo i morti però il primo onore della gloriosa giornata va reso a Garibaldi. Fu questa la voce unanime di tutta Roma nella sera stessa della battaglia; è questo il ponderato giudizio che la storia conferma.[121]

L’eroe pugnò tutto il giorno alla testa de’ suoi; ferito, nascose la piaga e non la confessò che a sera, quasi violentato, al dottor Ripari. Capitano, mostrò, unico fra tutti, senso di militare iniziativa; affrontò il nemico in aperta campagna, ne scoperse il lato debole, lo assalì nel punto e nell’istante opportuni, decise della giornata. E avrebbe fatto anche di più, se in quel giorno avesse comandato lui solo e fosse stato ascoltato il suo consiglio di compiere con un pronto inseguimento la disfatta francese.

Ma indarno egli lo suggerì; indarno egli pregò iteratamente il Triumvirato perchè gli fosse consentito l’ardito, ma infallibile colpo; il Triumvirato, e dicasi pure il Mazzini, sia che diffidasse del successo dell’impresa, sia che temesse rendere irreconciliabile con una percossa troppo sanguinosa l’inimicizia della Francia, glielo vietò nettamente.

E fu errore notato da quanti storici leggemmo e militari e politici: la Francia era stata ormai troppo ferita, non fosse in altro, nell’amor proprio, per perdonarlo ai feritori; mentre non era abbastanza castigata per trarre dalla sconfitta un salutare avvertimento ad andare più guardinga prima d’impegnarsi in una guerra, oltrechè ingiusta nel fine e perfida nei mezzi, difficile anche e probabilmente lunga pel nemico gagliardo che s’era trovato improvvisamente di fronte.

Comunque sia, il giorno dopo il generale Garibaldi colla scusa d’una ricognizione si spinse colla sua brigata così presso agli avamposti a Castelguido, che per poco il Governo indugiasse a richiamarlo, o i Francesi s’affrettassero ad andargli incontro, la seconda battaglia che il generale Garibaldi aveva vagheggiata la sera del 30 aprile sarebbe inevitabilmente, e con qual esito Dio solo lo sa, avvenuta la mattina del 1º maggio. Ma Garibaldi fu arrestato in marcia; l’Oudinot dal canto suo pensò a levare il campo, e tutto finì da una parte e dall’altra coll’ansietà d’un combattimento che non avvenne.

Dei replicati divieti però Garibaldi serbò memoria non scevra di rancore finchè visse, e noi stessi l’udimmo più d’una volta, parlando del 30 aprile, mormorare con amarezza: «Quel Mazzini che ha sempre avuto la smania di fare il Generale, e non ne capiva.......[122]»