VII.

Intanto che l’Oudinot riparava, umiliato e febbricitante, a Civitavecchia, e spacciava di là a Parigi bugiardi messaggi, male dissimulanti la batosta del 30 aprile, e l’Assemblea romana lo ripagava di tutte le sue slealtà, rinviandogli liberi e senza riscatto i suoi prigionieri, un esercito austriaco minacciava dal Po le Legazioni; un’armata spagnuola veleggiava per la medesima crociata nel Mediterraneo; e finalmente re Ferdinando di Napoli, fatto leone dalla certezza della facile vittoria, faceva occupare da una divisione Velletri; nel mentre che due altre, l’una di regolari comandata dal generale Winspeare, l’altra di briganti e di disertori guidata dallo Zucchi, s’inoltravano per la provincia di Frosinone fino ai colli Latini.

Per quanto la spavalda scorreria fosse pel momento più molesta che pericolosa, il Governo romano non poteva lasciarla più oltre trascorrere, e commise a Garibaldi che evitando i decisivi conflitti, e cogli accorgimenti di cui era maestro, tenesse a bada e molestasse il nuovo nemico. Ora, poichè Garibaldi non era uomo da stillare a lungo i suoi piani, presa seco tutta la sua brigata, più il battaglione testè aggregatogli dei Bersaglieri Manara, la sera del 4 maggio esce tacitamente da Porta del Popolo, s’incammina per Ponte Molle, facendo le viste di marciare a Palo; poi volta a un tratto per la Prenestina, e dopo una marcia notturna faticosissima, ma silenziosa e ordinata, arriva alla mattina dell’indomani a Tivoli, dove s’accampa.

Qui è il punto, dove quasi tutti gli storici e biografi del nostro eroe si dilettano a descrivere con gran copia di particolari il campo di Garibaldi; quasi facessero un concorso di pittura sul medesimo tèma. Abbiamo quindi il quadrone a colori scarlatti, a tratti michelangioleschi, per non dir vasariani, del Guerrazzi, ma, come esige la scuola, manierato e fantastico; abbiamo il quadretto a tratti sfumati, a tinte azzurre, a tocchi fini e direi quasi aristocratici d’Emilio Dandolo, ma dominato da non so qual pessimismo partigiano che ne scema la verità; abbiamo i bozzetti veri, ma freddi ed aridi, dell’Hoffstetter; e infine, per coronar la gara, i pasticci del Dumas, il quale mescolati insieme il rosso del Guerrazzi, l’azzurro del Dandolo e il bigio dell’Hoffstetter, e impastatili con un pizzico di Memorie di Garibaldi udite o credute udire, e una buona dose delle sua invenzioni, butta giù in quattro pennellate, alla «Luca fa presto,» il più bell’affresco ad effetto che mai freschista del Seicento abbia immaginato.

Quanto a noi pensiamo che un campo garibaldino non sia più una novità per i nostri lettori, e risparmieremo l’oziosa fatica di ridipingerlo. La fantasmagoria variopinta delle uniformi, delle durlindane e dei cappelli piumati, noi l’abbiamo veduta; il parapiglia fiammingo delle figure: qua le gote imberbi d’uno studentello che fanno da chiaroscuro alla faccia barbuta d’un veterano; là un pallido viso di poeta, fors’anche di prete scappato al seminario, che s’allinea col ceffo sinistro d’un vagabondo, forse d’un galeotto scappato al bagno, lo conosciamo; i cavalli sciolti, all’arrivo, sui pascoli e riacchiappati alla partenza col lazo; i bovi o gli agnelli presi, in mancanza di proviande, alla baionetta, squartati e affettati in un baleno, infilati in grandi schidioni di legno, e appena rosolati, omericamente divorati, sono storia vecchia: in ultimo Garibaldi stesso, profilo greco, capelli prolissi, barba fulva, tunica rossa, un cappelluccio acuminato e piumato sulla testa, un mantello bianco, foderato di rosso, infilato a guisa di pianeta sulle spalle, squadrone al fianco, pistole e pugnale alla cintola, che spiegando la sua sella americana si fa da sè stesso il letto, e buttando sullo spadone e il fodero confitti in croce, il suo poncio, si rizza la sua tenda; ed ora sbuca da un campanile, ora spunta da un’altura, or visita il campo, ora precorre le avanguardie, vigile, infaticabile, ardito e maraviglioso sempre; tutte queste ed altrettali curiosità sono per noi anticaglie, la cui data risale fino all’America, ed eravamo già tutti e presaghi e persuasi che il Garibaldi di Montevideo non l’avremmo trovato diverso in Italia.

Una novità sola va aggiunta alla pittura della Legione italiana accampata a Villa Albani, una compagnia di giovanetti italiani dai dodici ai sedici anni; svelti, arditi, indiavolati, cari a Garibaldi, a cui tra poco salveranno la vita; macchiette quarantottesche, se vogliam dirle, esse pure, ma sempre preferibili, fatto il paragone, alle quarantottate oggi rinascenti, nelle quali è vero che i bimbi d’Italia non fanno più le schioppettate contro gli stranieri, ma concionano dai palcoscenici nei meetings.

La mattina del 7 Garibaldi aveva già levato il campo, e intorno alla mezzanotte del giorno stesso, sotto un acquazzone torrenziale, giungeva a Palestrina, a poche miglia dalle linee nemiche. Le avanguardie borboniche infatti, appena saputa la sortita dei Romani, s’erano concentrate fra Albano e Valmontone, e forti di seimila uomini, sotto il comando del generale Lanza, si preparavano ad affrontare Garibaldi e, come dicevano, ad annientarlo. Inutile dire che Garibaldi non se ne sgomentava; anzi fin dal giorno 8 alcune scorrerie felicemente riuscite, una delle quali capitanata dal prode Narciso Bronzetti, gli avevano riportata la speranza che il nemico non sarebbe stato così formidabile, come voleva far credere.

Prevaleva tuttavia troppo di numero per attentarsi con soli duemila uomini ad assalirlo nelle sue forti posizioni; e risolvette di starsi alla difensiva e di aspettarlo di piè fermo in Palestrina. E l’evento non tardò a dargli ragione. Verso le 2 pomeridiane del giorno 9, due reggimenti di guardie reali per le due strade che convergono a Porta Sole apparivano dinanzi a Palestrina. Garibaldi s’accontentò di stendere in cacciatori una compagnia della Legione, una di guardia mobile, e due del battaglione Bersaglieri, e affidata al Manara la cura della difesa della porta, tenne il resto delle sue genti in serbo, e stette a spiare le mosse del nemico. Il quale, poveretto, veniva innanzi lento, svogliato, trepidante, rispondendo fiaccamente al fuoco, dando le spalle al primo assalto alla baionetta, e lasciando, nella fuga, feriti e prigionieri nelle nostre mani.

Ma lo spettacolo che quei prigionieri offersero era più atto certamente ad amareggiare il cuore dell’Italiano, che a inorgoglire la mente del vincitore. In luogo di quei terribili crociati, che a detta del generale Zucchi dovevano annichilire quel Satana di Garibaldi, questi si vide trascinare innanzi un branco d’uomini inebetiti dallo spavento, coperti di reliquie e di scapolari come santoni, tremanti a verga al solo suo nome, e che al primo suo apparire si buttavano a’ suoi ginocchi gridando pietà e misericordia, maledicendo la guerra a cui erano spinti, e intercalando le loro giaculatorie di tanti «mannaggia a Pio IX,» da lasciare incerti gli astanti se ridere di quella farsa pulcinellesca, o gemere sul fondo d’abbiezione in cui tanti secoli di tirannide e di superstizione avevano precipitato uno dei popoli più generosi d’Italia.

Oramai però una più lunga stanza in Palestrina poteva divenire pericolosa; oltre a ciò in Roma vociferavasi di un imminente attacco combinato de’ Napoletani e de’ Francesi, e il Triumvirato ordinava che Garibaldi rientrasse prontamente nella Capitale. Nè egli s’attardò sotto la tenda; e la sera dell’11, per sentieri impraticabili, sfilando in perfetto ordine nelle vicinanze del campo nemico, dopo vent’otto miglia di marcia travagliosissima, ricondusse tutto il suo Corpo, non superbo d’una grande vittoria, ma lieto d’un onorato successo, in Roma.