E qui, prima d’intraprendere la narrazione della giornata di Velletri, ci occorre un’avvertenza. Noi scriviamo, per dir così, sotto la dettatura del general Sacchi e del colonnello Cenni, i quali, non solo per aver partecipato come testimoni ed attori ai fatti che narrano, ma per aver seguíto e veduto davvicino durante tutto quel giorno il generale Garibaldi, il primo come comandante in secondo la Legione italiana, il secondo come aiutante di campo, ci sono parsi le più sincere e autorevoli testimonianze che in siffatto caso si potessero desiderare.

Nè ci trattiene dal chiamarli tali, la considerazione che il loro racconto discordi in alcuni particolari da quello degli storici che scrissero sul medesimo argomento; essendo per noi indubitabile che nessuno meglio di loro abbia potuto conoscere la verità e nessuno meno di loro avuto motivi per svisarla o tacerla.

Nè con ciò vogliamo scemar fede alla diligenza ed alla lealtà degli scrittori che ci hanno preceduto; soltanto vedendo nelle loro pagine regnare le più grandi contraddizioni miste talvolta alla più ligia imitazione: e il Torre, per esempio, scostarsi in molti particolari dall’Hoffstetter;[126] e il Del Vecchio rappresentar i fatti diversamente dal Farini; e il Guerrazzi, che pur ebbe in mano gli appunti del Sacchi e i Ricordi di Garibaldi, ricantare, come eco ignara, i giudizi del Mario o del Vecchi che non li ebbero, e tutti contraddirsi o copiarsi a vicenda, e nessuno presentar un documento o una prova purchessia del loro asserto; allora il sospetto che a tutti questi storici egregi sia mancato il tempo e l’opportunità per vagliare le cose narrate nasce spontaneamente, e posti da un lato tra relazioni contradittorie, incompiute, confuse, e dall’altro tra attestazioni concordi, precise, particolareggiate di due ufficiali che hanno veduto ed udito, non potevamo più dubitar nella scelta. E non abbiamo posto nel conto le Memorie del Rosselli e del Pisacane, non certo per scortese oblío de’ loro autori, meritevoli entrambi, l’uno per la vita illibata e studiosa, l’altro per la fine eroica ed infelice della gratitudine e del rispetto degl’Italiani; ma perchè essi, giudici in causa propria, non scrissero storie, ma apologie e filippiche; apologie di sè, filippiche contro Garibaldi; e non si potrebbe giurar sulla loro parola più che non si potrebbe in un processo dal piato d’una sola parte giudicar del torto o della ragione dell’altra.

E poichè dicemmo processo, lo ripetiamo. La storia della battaglia di Velletri non è più da oltre trent’anni che un processo male istruito, in cui Garibaldi ha la parte di accusato, il Rosselli ed il Pisacane quella d’accusatori, gli storici onesti, ma assai male informati, quella di giudici, e che noi, sulla fede di due nuovi testimoni, veniamo a riaprire, sperando che i posteri vorranno scrivere sulla tomba dell’accusato più giusta sentenza.

X.

Ecco pertanto i fatti. All’alba del 19 l’avanguardia si era già messa in moto; ma fatte poche centinaia di passi il Marocchetti mandava ad avvertire Garibaldi che scorgeva verso Velletri un confuso moto di truppe nemiche, onde temeva di essere da un istante all’altro assalito. A tale annunzio Garibaldi monta immediatamente a cavallo, manda avviso al Generale in capo così dell’allarme come della sua partenza, raggiunge a spron battuto l’avanguardia, e raccolti dal Marocchetti gli ultimi rapporti cavalca ancora innanzi per breve tratto, e va a cercare, come è suo costume, un posto elevato d’onde speculare le posizioni e le mosse del nemico.

«Giunto difatti (scrive il Cenni stesso che gli era compagno alle Colonnelle ed all’altezza della vigna Rinaldi) smonta da cavallo; coperto dai canneti e dalle macchie della vigna, s’inoltra fino ad un dosso d’onde l’occhio può correre fin sotto le mura di Velletri; e vede abbastanza chiaro che i Borbonici, se a difesa od attacco, è tuttavia dubbioso; ma per fermo si preparano ad azione imminente.»

Frattanto anche l’avanguardia sopraggiungeva; e Garibaldi accertatosi da un secondo e più prossimo osservatorio che il nemico manovrava veramente per l’attacco, spiega a destra e a sinistra della strada, che corre tutta incassata fra poggi e vigneti, la Legione italiana e alcune compagnie del terzo di linea; e montato sul tetto d’una casa in vigna Spalletti, si rimette a spiare gli andamenti del nemico.

I quali d’altronde più manifesti di così non potevano essere. I Borbonici avanzavano su tre colonne: il secondo battaglione de’ Cacciatori pei vigneti, a destra ed a sinistra; uno squadrone di Cacciatori appoggiato da un altro corpo di fanteria, e da artiglierie al centro sulla strada. Garibaldi non fece un passo per muover loro incontro; ma li aspettò di piè fermo. Trascorsi infatti pochi minuti, il colpeggiar delle sentinelle presso alla salita di Vallefredda avvertì che il primo scontro era avvenuto.

Potevano essere le undici del mattino. Gli avamposti s’eran già ripiegati sulle Colonnelle, dove già dicemmo appostate le fanterie romane; l’attacco era già imminente su tutta la linea; la fucilata era vivissima da entrambe le parti, quando Garibaldi, vista spuntar sulla strada la testa della cavalleria nemica, spicca il Masina, il Murat di quella guerra, coi suoi quaranta Lancieri[127] ad arrestarla. E parte il Masina; e lo seguono, incuorati dall’arguta parola e dall’esempio eroico, i suoi compagni: ma o perchè sopraffatti dal torrente sei volte più gagliardo, come dice il Sacchi; o perchè i loro cavalli fossero nuovi a quel vertiginoso giuoco delle cariche, come vuole il Cenni; il fatto è che al primo cozzo voltano briglia tutti quanti, e abbandonando il loro comandante alle prese col colonnello nemico (che ne riportò per altro la testa spaccata), vanno in fuga precipitosa.