Ma lo spettacolo accadeva troppo vicino a Garibaldi, perchè egli potesse starsene inerte spettatore. Scorto il voltafaccia de’ suoi, si butta a cavallo, scortato dal solo moro Aghiar, traverso la via, tentando, col gesto imperioso, colla voce tuonante, colla stessa persona d’arrestare la rotta sfrenata. Tutto invano; chè egli stesso sbalzato di sella, travolto dall’onda commista degli amici e de’ nemici, impigliato il corpo sotto il proprio cavallo e pesto dall’unghie di cento cavalli altrui, stava per cadere certamente morto o vivo nelle mani borboniche, se in buon punto quella compagnia di ragazzi, di cui già discorremmo, appostata lì vicino non avesse con una scarica bene aggiustata fatto un buco nella siepe di cavalieri nemici che già si serravano intorno al caduto, e investendoli poscia alla baionetta non avesse salva la vita del suo Generale. E non pareva tuttavia ch’egli fosse scampato a mortale periglio. Quantunque ferito e ammaccato in più parti del corpo, e coll’impronta d’un ferro da cavallo sulla mano destra, balza rattamente in piedi, rimonta in sella, riprende sereno e imperturbabile, come sempre, la direzione del combattimento.
Nel frattempo però gli Ussari borbonici, portati dalla foga de’ cavalli, erano andati a cascar nel fitto delle linee repubblicane e fulminati di fronte e dai fianchi da un fuoco micidiale, forzati a dar volta, lasciando sul terreno feriti e prigionieri, e trascinando nella lor fuga ruinosa la stessa fanteria che li spalleggiava. Ne approfittarono naturalmente i Garibaldini, i quali, slanciatisi tutti insieme alla carica, accompagnarono i fuggenti colle baionette alle spalle fin sotto le mura della città.
Colà però era d’uopo arrestarsi. Velletri non è munita dall’arte, ma dalla natura; poggia in alto, ha porte, bastioni, fossati, e il colle dei Cappuccini le fa da sinistra un contrafforte gagliardissimo. Oltre a ciò, era evidente che i Napoletani non avevano esposta fin allora che la minima parte delle loro forze, e poteva parer naturale, a chi ancora non sospettava la pusillanimità de’ loro capi, che essi uscissero di nuovo con milizie fresche a tentare un nuovo e più decisivo assalto. Si tennero invece sulla difesa; munirono di cannoni i Cappuccini, ne puntarono altri ad ogni porta, si stesero da diritta a manca per i vigneti intorno alle mura della città, e stettero a lor volta ad aspettare.
Garibaldi vide che il momento era critico. Un assalto a Velletri con forze sì scarse era impossibile; una ritirata, con gente già scompigliata dalla pugna e più atta a caricar con furore che a ritirarsi con ordine, sarebbe stata una follía; altro non restava dunque che sollecitare il Comandante supremo a venire subitamente in suo soccorso, e tenere frattanto in iscacco il nemico con manovre e scaramuccie. E così fece, e nel mentre che spediva a tutta carriera il Padre Ugo Bassi[128] a dar notizie al Rosselli dell’accaduto ed a pregarlo, se aveva cara, non che la vittoria, la salute de’ suoi, a correre senz’altro indugio in suo aiuto; copriva alla meglio le sue truppe dietro tutti i frastagli e gli scoscendimenti del terreno, e attendeva gli invocati rinforzi.
Il Bassi intanto riusciva a scovare il Rosselli a Valmontone, donde non s’era più mosso, e dove lo trovò affaccendato a sorvegliare la distribuzione del rancio alla prima brigata. Gli fece l’ambasciata, di cui era incaricato; usò di tutta la sua fervida eloquenza a dipingere la situazione dell’avanguardia; ma il Rosselli, severo e imbronciato, dopo una sfuriata di lagni verso Garibaldi che aveva impegnato battaglia contro i suoi ordini (e vedremo come non fosse vero), rispondeva: «Dover prima aspettare che la truppa avesse consumato il rancio, poi si sarebbe mossa.» Fortuna volle che alcuni Corpi della seconda brigata, tra cui i Bersaglieri lombardi, accorressero da sè stessi al tuonar del cannone, onde Garibaldi a mano a mano che sopravvenivano li poteva condurre a risarcire le file, sempre più stremate, dell’avanguardia. Così entrarono successivamente in linea i Bersaglieri lombardi, la Legione romana, un battaglione del secondo Reggimento, e quel che più contava, parte dell’artiglieria del Calandrelli, che controbattendo gagliardamente le numerose batterie del nemico lo contennero lungo tempo e gli levarono la tentazione, certamente infestissima ai nostri, di ripigliare l’offensiva.
Ma tutto ciò a nulla approdava: i nostri non retrocedono, ma si diradano; i Borbonici non avanzavano, ma restavano sempre forti e minacciosi, e ogni istante che fuggiva, andava a loro profitto. Solo uno sforzo concorde di tutto l’esercito poteva assicurare e compiere la vittoria; laonde Garibaldi preso il capitano David, un bergamasco animoso, così aitante di persona come caldo di parola, lo mandò a spron battuto a pregare e a scongiurare di nuovo il Rosselli, affinchè per tutti i suoi santi affrettasse il soccorso.
E il David «sferza, sprona, divora la via,» e arriva a sua volta a trovare poco lungi il Generale in capo, che seguíto da tutto il suo stato maggiore se ne viene a passi misurati in perfetta ordinanza, a capo dei quattro o cinquemila uomini che gli eran rimasti. Le precise parole che il David diresse al Generalissimo romano, i nostri cooperatori non le hanno registrate; ma dovettero essere assai energiche e vibrate, se a udirle ufficiali e soldati si scuotono, s’infiammano, rompono le file, brandiscono le armi, chiedono con alte grida di marciare avanti, partono a tutta corsa a rifascio per Velletri, lasciando solo col suo stato maggiore e con pochi seguaci il Generale romano. E noi non batteremo le mani. Un esercito che rompe i freni della disciplina e si ribella a’ capi, anche se la indisciplina sia giustificata da generoso motivo, e la ribellione finisca col fruttar la vittoria, è sempre spettacolo che attrista; ma poichè non era quella l’ora di indagare le cagioni del male o di arrestarne gli effetti, e d’altronde quei soldati comunque venissero, chiunque li inviasse, eran pur sempre amici accorrenti al rinforzo, Garibaldi li prese per quel che valevano, e a mano a mano che sopraggiungevano li avventava a rinforzar la battaglia. La loro venuta anzi gli diede opportunità di tentar qualche mossa, che dapprima la tenuità delle forze gli vietava. Veduto infatti un via vai, sulla strada di Terracina, di truppe nemiche e giustamente sospettando in quel moto un preparativo di ritirata, manda il colonnello Marchetti[129] con un centinaio di fanti e mezzo squadrone di Dragoni a imboscarsi nella selva che fiancheggia spessissima quella via, affinchè piombi di sorpresa sui fianchi e alle spalle del nemico appena gli giunga a portata; e predispone simultaneamente un ultimo e più vigoroso assalto contro il convento de’ Cappuccini, che formava, come dicemmo, la chiave delle posizioni borboniche alla loro sinistra.
Intanto però che Garibaldi intendeva a ripigliare l’offensiva, ecco a un tratto il fuoco de’ Napoletani rallentarsi, le loro linee concentrarsi, la strada di Terracina nereggiare sempre più di carri e di soldati, tutto accennare a prossima e totale ritirata.
In quel punto arrivava sul luogo dell’azione il generale Rosselli. Era già sera. Garibaldi, dopo aver ragguagliato il Comandante in capo di tutti gli eventi della giornata, lo condusse nella casa Blasi,[130] che aveva servito di specula a lui stesso durante il combattimento, e accennatogli col dito il crescente addensarsi del nemico sulla strada di Terracina gli improvvisò, come suol dirsi, sul tamburo, questo piano: «Egli, Garibaldi, si getterebbe ai fianchi del nemico fuggente; il Rosselli coll’artiglieria, la linea e i Carabinieri della riserva, resterebbe a difender la posizione espugnata e appoggerebbe l’attacco di Velletri.» Ma non era al dotto Rosselli che il manesco Garibaldi poteva darla ad intendere. Per la sua sapienza quei nemici che sfilavano in confuso sulla strada di Terracina erano reggimenti e brigate in moto a predisporre un nuovo assalto per l’indomani; per la sua metafisica militare, la ritirata dell’esercito borbonico era una manovra.
«Ma che manovra! (ribatte seccamente Garibaldi); non vedete che quello è un esercito che fugge?» — e lasciando al Generale in capo passar tranquillamente la notte nei soffici letti della casa Blasi, se n’andò a dormire digiuno sotto una siepe.