Altri però erano in quel momento i pensieri del Governo romano. L’invasione austriaca s’innoltrava minacciosa; un esercito del Wimpfen aveva già cominciato l’investimento d’Ancona; un altro agli ordini del Lichtenstein marciava su Perugia; Roma poteva essere in pochi giorni serrata tra branche di ferro, anche più tenaci di quelle francesi: far argine a tanto pericolo era prudenza. E il Triumvirato si era lusingato per un istante di poterlo, essendogli parso che durante l’armistizio, e prossimi i negoziati Lesseps, giusta la pia sua credenza, a conchiusione felice, nessuno, nemmeno l’Oudinot, avrebbe potuto vietargli di mandare la parte disponibile dell’esercito a combattere quelli Austriaci, che ingenuamente pensava aborriti, prima che da altri, dagli stessi Francesi. Perciò, col capo dentro in questa fitta d’illusioni, ordinava che una spedizione per le Marche s’allestisse in Roma, e che frattanto Garibaldi fosse richiamato a marcia forzata dal Regno. E Garibaldi, saputo il motivo del richiamo, ubbidì, può dirsi, con gioia; e con somma diligenza ripassava il confine il 28; rientrava in Frosinone il 29; era ad Anagni il 30; il 1º giugno a Roma.
Da Frosinone peraltro aveva scritto al Masina questa singolarissima lettera, dalla quale traspaiono due cose poco sapute fino ad ora: ch’egli affidava a quell’intrepido il comando in capo della Legione italiana; e che gli rideva in cuore la speranza di poterla adoperare ben presto contro il secolare nemico, di cui tutti sanno il nome.
Ed ecco la lettera: più degna certamente d’un caicco di turbe indiane, che d’un eroe civile; ma nella sua selvaggia inspirazione, viva, pittoresca, terribile:
«Comando della 1ª Divisione.
»Repubblica Romana.
»Frosinone, 29 maggio 1849.
»Colonnello Masina,
»Io vi incarico sempre delle più ardue e disagiate imprese colla coscienza del vostro coraggio e della vostra capacità a disimpegnarle. Voi siete uno di quei compagni che la fortuna mi ha fatto felicemente incontrare per l’adempimento dei destini dello sciagurato nostro Paese, e per cui ogni impresa mi diventa facile. Io vi amo e vi stimo dunque doppiamente, come amico dell’anima, poichè lo meritate personalmente — come campione della santa nostra causa, per cui tanto avete fatto e tantissimo farete ancora. Io vi raccomando la Legione. Credetemi. Voi solo dovete comandare quei valorosi giovani, quel nucleo delle speranze della Patria. Voi non dovete limitarvi a condurla sul campo di battaglia, ma bensì, ciò che ben sapete fare, tenerla qual famiglia vostra, vegliarla, custodirla, staccarvi da quella meno che sia possibile. Voi avete sperimentato certamente come la fanteria è il vero nucleo della battaglia; e la Legione italiana, vedete, vittoriosa tre volte, sarà vittoriosa sempre.
»Voi avete bisogno pure del vostro Corpo de’ Lancieri e ne avete veduta la necessità. Essi con Voi saranno inseparabili dalla Legione e non saranno meno utili. Ma la fanteria abbisogna veramente di tutta la vostra cura. State con essa, Colonnello, io ve la raccomando intenerito. La vita della prima Legione italiana appartiene caramente e indispensabilmente all’Italia. I Legionari, noi stessi non possiamo valutarne l’importanza. L’onore italiano — e sapete se importa l’onore ad una nazione caduta — l’onore italiano per la maggior parte è stato salvo dai nostri bravi Legionari. Ed un popolo disonorato sarebbe meglio che sparisse dalla superficie della terra. Voi avete combattuto sempre alla fronte della Legione e la Legione vi conosce, vi stima. Il valore, credetemi, è la prima qualità; almeno la più fascinante; quella che serve al capo ad affezionarsi il subalterno; e Voi foste brillante di valore. Dunque Voi reggerete e guiderete bene la Legione, e bramo ve ne occupiate indefessamente. In Roma potremo supplire ai bisogni dei nostri militari e non abbiamo tempo da perdere. Il più terribile, il più abbominato de’ nostri nemici ci aspetta sulle vie delle Romagne ed io.... mi suona un grido di vittoria nell’anima. Da questo momento Voi preparerete la Legione ad uno scontro co’ Tedeschi. Dite ai Legionari che si famigliarizzino con quell’idea, che ne facciano il pensiero d’ogni minuto della giornata, il palpito d’ogni sonno della notte. Che si famigliarizzino ad una carica a ferro freddo, e conficcare una pungente baionetta (le affileremo a Roma) nel fianco di un cannibale. Carica a ferro freddo senza degnarsi di scaricare il fucile. Date un ordine del giorno alla Legione che obblighi i Legionari alla seguente preghiera: — Dio, concedetemi la grazia di poter introdurre tutto il ferro della mia baionetta nel petto di un Tedesco senza essermi degnato di scaricare il mio fucile, la cui palla serva a trucidare altro Tedesco non più lontano di dieci passi. — Dunque all’opera, mio caro Colonnello, state sulla Legione come l’avaro sul suo tesoro. Preparate i Legionari ad un giorno di trionfo. Forse dovremo combattere più compatti. Si assuefacciano dunque a miglior disciplina, a marciare uniti; a comparire il più decorosamente che sia possibile. Vinceremo allora e profitteremo della vittoria.
»Giuseppe Garibaldi.»