XIII.

Quando la colonna di Garibaldi rientrava in Roma, le trattative Lesseps erano già fallite. Nè poteva essere altrimenti. La missione di pace dell’Inviato straordinario era apparente, gli ordini di guerra del Generale in capo reali; il Governo romano agiva con lealtà più che cavalleresca, il Governo francese con doppiezza peggio che volpina; a Parigi come a Londra, a Gaeta come a Vienna, a Madrid come a Napoli, si voleva la morte della libertà romana e la risurrezione del Papato: impossibile che, esaurito l’ultimo sforzo delle armi, ciò non avvenisse. Il 1º giugno l’Oudinot alla lettera ingenua del Rosselli, il quale chiedevagli nientemeno che di prolungar l’armistizio fino a che l’esercito romano avesse, con suo comodo, battuto gli Austriaci, rispondeva: gli ordini del suo Governo prescrivergli di entrare in Roma al più presto; aver già denunziato l’armistizio alle Autorità romane; per solo riguardo ai Francesi residenti in Roma consentire a differire l’attacco fino a lunedì mattina. Ciò voleva dire in tutte le lingue del mondo fino al 4 giugno: nel calendario, non sappiamo se dire gesuitico, del Generale francese, significò sino alla mattina del 3. E di questa perfidia inaudita negli annali militari, la coscienza della storia ha già gridato vendetta; e a noi parrebbe quasi femminile piagnisteo ridirne di più. Sull’assisa dell’Oudinot, duca di Reggio, il figlio del Bajard de l’armée, è stampato un marchio che nessuna acqua lustrale di gloria potrà lavare; quanto al fosco riflesso che ne rimase sulla bandiera francese, amiamo pensare anche noi che il sangue di Magenta e di Solferino l’abbia deterso.

È noto adunque che all’alba del 3 giugno i Francesi, sorpreso quasi nel sonno il sottile battaglione Melara, occupavano con due brigate la Villa Pamfili, e ben presto, avviluppati da ogni parte i loro bravi, ma pochi difensori, anche le posizioni adiacenti del convento di San Pancrazio, e di Villa Corsini, chiamata pure Casino de’ Quattro-Venti, e formanti colla Pamfili un solo altipiano, cadevano in loro potere. Nessuno attendeva l’inopinato assalto; però il fragore della pugna scosse la città intera come colpo di fulmine. Garibaldi stesso, così vigile, dormiva nel suo modesto letto in Via delle Carrozze, e non lo svegliò che il cannone. Ma non era sveglia sgradita. In un baleno è in piedi, in pochi istanti è in sella; trae seco la coorte della Legione italiana, acquartierata poco lontano; ordina alle rimanenti di seguitarlo, parte al galoppo, arriva alla Porta San Pancrazio; misura con un’occhiata tutta l’estensione del pericolo; distribuisce le truppe man mano che gli giungono tra i bastioni, la Porta e il Vascello, e slancia primi i Legionari alla riconquista di Villa Corsini. E la Legione, comandata dal Sacchi, preceduta dal Masina, accompagnata dal Bixio, va, traversa sotto una grandine di palle lo scoperto terreno seminandolo de’ suoi migliori, e arriva sino al vestibolo della casa; ma colà, fulminati di fronte e dai lati, dalle finestre, dalle siepi, dalle muraglie, da migliaia di nemici appostati al coperto, e quasi invisibili, son costretti a voltar le spalle ed a rifugiarsi nel Vascello, che da quel momento diviene l’antemurale estremo e più tenace dei difensori di Roma.

Le veci allora sono mutate. Gli assalitori di dianzi diventano assaliti: i Francesi sboccano dai ripari, irrompono da ogni parte; ma i Legionari, protetti dal massiccio edificio convertito in fortezza, folgoravano da cento feritoie la morte: il Vascello è avvolto da una bufera di fuoco, ma resiste impavidamente.

Ed ecco in quel punto, scoccavan le otto, giocondi, entusiasti, impazienti di pugna, arrivare i Bersaglieri Manara. Era tempo: Garibaldi appena li vede apparire ne prende la prima compagnia, e la spinge ad arrestare l’avanguardia nemica. Ed anche i Bersaglieri, capitano Ferrari, luogotenente Mangiagalli, preceduti dal loro stesso Colonnello, si precipitano capofitti come i Legionari, rigano del loro sangue il cammino mortale; onde i Francesi balenano, indietreggiano, sono risospinti fino alla spianata della Villa. Ancora uno sforzo ed il contrastato baluardo è nostro. Garibaldi lo vede (fu detto non abbastanza in tempo), e manda la seconda compagnia di Enrico Dandolo a spalleggiare i vittoriosi, mentre stacca parte del secondo battaglione ad assalire, per il convento di San Pancrazio, l’estrema destra del nemico. Ma era tardi. Il Dandolo tradito dalla voce, dal gesto amichevole del capitano francese cade in un agguato, e trafitto in mezzo al petto da piombo traditore soccombe; il giovinetto Morosini lo assiste, lo difende, combatte disperato; ma sopraffatto dal numero, anche la sua compagnia dà volta, mentre ai Quattro-Venti non restano già più a fronteggiare i Francesi che il Manara, il Ferrari, il Mangiagalli, capitani senza soldati.

Il secondo assalto era fallito: ripresa lena, bisognava ritentare il terzo, il quarto, fino alla vittoria, fino alla morte. Le artiglierie del Calandrelli non avevano mai cessato di battere le posizioni nemiche, nè partiva colpo che non facesse breccia, e già San Pancrazio, Villa Corsini, Villa Valentini erano foracchiate in più parti, quando una granata cascò in mezzo alle stanze della Corsini e vi appiccò le fiamme. Era quello il momento del terzo assalto, o nessun altro, e non sfuggì a Garibaldi. Legionari, Bersaglieri, Studenti, fanti romani, quanti erano venuti raccogliendosi via via tra Porta San Pancrazio e il Vascello, fanno massa, si precipitano a rifascio, s’avventano furiosi contro la Villa infernale, da tempio di delizie mutata in fucina di morte, e ne ritentano la ripresa. E i Francesi per la terza volta l’abbandonano, e per la terza volta tornano grossi e inferociti, e per la terza volta la Villa è perduta. L’avreste detta l’ultima. Spento il fiore dei prodi, decimate le file, stremate le forze, quasi consunte le munizioni, i Francesi gagliardamente trincerati nelle riconquistate posture, la giornata poteva dirsi perduta. Garibaldi solo non lo volle credere, e verso sera fu udito ancora dire, come un sonnambulo, a Emilio Dandolo: «Andate con una ventina de’ vostri più bravi a riprendere Villa Corsini.» Il bravo ufficiale guardò trasognato l’uomo che gli dava ordine sì strano; ma Garibaldi replicò: «Pochi colpi e subito alla baionetta,» e il Dandolo prontamente: «Stia tranquillo, Generale, m’han forse ucciso il fratello e farò bene.» E come gli fu ingiunto, partì, e in men d’un ora, tornò con soli sei uomini, ferito egli e il sottotenente Sartorio, ultimi combattenti di quella giornata.

XIV.

S’era fatto notte. Il destino aveva detto per quel giorno l’ultima sua parola. Garibaldi non aveva più un uomo valido intorno a sè. I Francesi, occupato a tradimento il campo, l’avevano difeso coll’usato valore, pagando di largo sangue la non dovuta conquista; ora la ragione invincibile del numero l’assicurava a loro. Quattro furono gli assalti ordinati da Garibaldi; ma quelli tentati da manipoli isolati, ad arbitrio, a capriccio, per sfoggio di bravura, o a sfogo di rabbia, innumerati, innumerevoli. Non conosciamo, nella storia delle guerre, giornata, in cui il valore individuale abbia fatto tanta copia di sè come nel 3 giugno. Non fu una battaglia; fu un grande duello, una giostra della prodezza col numero, una sfida dei petti ignudi alle muraglie armate, un palio d’eroi alla mèta della morte; per questo sublime, pur non lodevole sempre. Taluno più che a combattente devoto alla patria s’atteggiò a gladiatore nell’arena, tal’altro parve più ambizioso della morte che della vittoria; laonde tra l’ammirazione e la pietà s’insinua, non so quale senso di amarezza, quasi rampogna a quei valorosi d’aver sfoggiato in vana mostra il non dubbio valore, e sprecato il nobile sangue sacro all’Italia.

Di quella pagina d’eroico poema, Francesco Domenico Guerrazzi tentò un abbozzo; ma nemmeno a lui, signore della prosa terribile, riuscì ritrarne la immortale bellezza. Omero solo, forse, non tremerebbe all’assunto. Noi, pedestri cronisti, possiamo per debito di reverenza e d’amore ricordare; un grande poeta soltanto potrebbe glorificare. Il Masina, ferito al primo assalto, fasciata in fretta la piaga, si lancia a cavallo su pei gradini di Villa Corsini, e avvolto di nemici, rotando il ferro terribile, squarciato il petto da una palla, procombe ruinoso, formidabile. Il Mangiagalli a Villa Valentini mena strage di Francesi; spezzata la spada, combatte col troncone e tiene la Villa con pochissimi fino a tarda sera. Lo Scarcele, gentile vicentino, lega morendo tutto il suo alla patria. Il Monfrini, sergente dei Bersaglieri, quantunque gravemente ferito, vuol riprendere il suo posto nelle file; e al Manara che gli dice: «Vattene, qui non servi a nulla;» — «Lasciatemi stare, Colonnello, almeno faccio numero,» e alla prima carica il valoroso è morto. Il Rozà, ferito due volte, torna due volte alla pugna, e alla terza soccombe. Angelo Bassini s’avventa, quasi solo, contro Villa Corsini e ne torna pesto, insanguinato, sereno. Il milanese Dalla Longa raccoglie sulle spalle il caporale Fiorani, mortogli allato, e mentre va ritraendosi lentamente col caro peso, una palla lo trapassa, e cade in un fascio col carico suo. Emilio Dandolo erra ferito per tutto il campo in cerca della spoglia del lagrimato fratello. Narciso Bronzetti va, notturno, traverso le scolte francesi per rapire ai nemici il corpo del suo servo fedele. I Legionari del Medici, avvistisi che una delle case da essi difesa tutto quel giorno è preda alle fiamme, d’onde il nome di Casa Bruciata,[133] si rammentano dei cadaveri dei compagni, e affrontano di nuovo la grandine dei Vincennes per sottrarli al rogo inglorioso e dar loro onorata sepoltura.

Memoranda e gloriosa giornata, scrisse l’Oudinot; ma poteva soggiungere: meno per sè che per noi. I Francesi, che avevano combattuto quasi sempre dai ripari, contarono dugentoquarantadue feriti e quattordici morti; noi diciannove ufficiali uccisi, trentadue feriti, e circa cinquecento soldati tra feriti e morti; e ci sdegna il pensiero che in tanta foga d’erudizione spigolistra, in tanta smania di scavar dagli archivi le più rancide e tarlate pergamene, i nomi dei caduti di Roma non sieno ancora tutti scoperti, scritti e incisi ne’ marmi.