E l’effetto di quella sua predicazione fu tale che un giorno in Verona un sarto, certo Amadio Somma, convertito, a quanto pare, al suo evangelio, avendogli portato innanzi un suo bambino di nove mesi non battezzato per anco, perchè gli desse il battesimo della sua nuova religione civile, egli, Garibaldi, alla presenza di due testimoni,[345] imposta sul catecumeno la mano, colla formola: «Io ti battezzo in nome di Dio e del legislatore Gesù. Possa tu divenire un apostolo del vero; ama il tuo simile; assisti gli sventurati; sii forte a combattere i tiranni dell’anima e del corpo: sii degno del bravo Chiassi di cui ti impongo il nome,» — lo battezzò.
La quale scena sarebbe bastata a seppellire sotto una valanga di ridicolo qualsiasi uomo più famoso, ma non Garibaldi. I suoi amici ne sorrisero; i suoi avversari ne borbottarono un po’; ma egli restò, come prima, intatto sul suo piedistallo, l’idolo delle moltitudini.
Lasciato il Veneto, passò in Lombardia e in Piemonte, dovunque ricevendo le stesse accoglienze, e dovunque ripetendo le stesse raccomandazioni, le stesse prediche e le stesse cerimonie. A Mantova diceva: «Avversate i preti, ma non i preti come Tazzoli, Grioli e Grazioli, veri sacerdoti di Dio.» A Torino, festeggiato dall’intera cittadinanza, ossequiato oltre che dai capi delle corporazioni operaie e democratiche, dai principali dell’antico partito moderato, quali i Rorà, i Ferraris, i San Martino, dopo la Convenzione di settembre divenuti ardentissimi per Roma; confortava, dal balcone del palazzo Pallavicino, quel popolo «fortissimo, che aveva dato la prima spinta, a dare l’ultima e portarci verso la nostra capitale, Roma;» ad Alessandria battezzava colla stessa formola, «in nome di Dio e di Gesù liberale,» altri figli di popolani, imponendo loro i nomi di Bottino, Lombardi e Cappellini, martiri i primi due del Tirolo, l’ultimo di Lissa!
E finito anche quel giro si riduceva nella fine di marzo a San Fiorano, nella villa dello stesso Pallavicino, dove colle lettere e coi discorsi privati continuava la propaganda che in pubblico aveva cominciata.
Intanto la nuova Camera era stata convocata, e poichè essa non appariva affatto diversa da quella che il barone Ricasoli aveva disciolta, e persino in quella maggioranza, che egli aveva sperato ritemprare al battesimo delle urne, rispuntavano gli stessi screzi, gli stessi attriti, gli stessi germi di sorda opposizione, che l’avevano indotto a congedarla, così rinnovando il poco lodevole esempio del 1861, senza attendere alcun voto che lo giudicasse, rassegnò il potere. E come nel 1861 un uomo era già designato a raccoglierlo, e lo raccolse difatti: Urbano Rattazzi.
Se non che il ritorno al governo del deputato d’Alessandria aveva, segnatamente rispetto alla questione romana, un significato che a nessuno poteva sfuggire. Anzitutto il Rattazzi era pur sempre l’uomo d’Aspromonte; colui, è vero, che aveva fracassato un piede a Garibaldi, ma colui altresì che l’aveva lasciato scorrazzare in armi un terzo d’Italia, poi tenutolo prigioniero come un sovrano vinto in battaglia e alla fine amnistiato.
In secondo luogo le sue opinioni intorno a Roma erano note. Aveva proclamato per mezzo del suo ministro Durando l’urgenza del gran problema; aveva censurata la Convenzione di settembre; s’era opposto al Contratto Langrand Dumonceau; sorrideva della libertà della Chiesa, non intendendo farle alcuna concessione «se non quando fosse cessato il poter temporale dell’autorità ecclesiastica ed il Governo italiano fosse insediato in Roma.»
Infine egli non era ancora la Sinistra, ma ne era il precursore. I suoi rapporti coi capi più autorevoli della parte avanzata non erano un mistero per alcuno. Essi non sedevano nella sala del Consiglio, ma ne occupavano le anticamere; non salivano al palazzo Riccardi per le grandi scale, ma tenevano le chiavi di quelle segrete: Rattazzi li conteneva e moderava, e, occorrendo, non ristava dallo sconfessare pubblicamente le loro idee; ma era manifesto che non avrebbe potuto reggersi a lungo su quel sottile pernio tra la Destra e la Sinistra sul quale si studiava bilicarsi, e che il giorno s’avvicinava a gran passi in cui per necessità di cose, non potendo cadere tra le braccia de’ moderati, sarebbe caduto di nuovo tra quelle de’ rivoluzionari suoi fatali amici.
Ora quanto questa condizione del Governo giovasse ai progetti rivoluzionari che mulinavano pel capo di Garibaldi e de’ suoi amici non è chi nol vegga: possiamo anzi affermare che solo dal giorno in cui il Rattazzi salì al potere, le idee del partito d’azione, vaghe fino allora, incominciarono a disegnarsi con qualche chiarezza ed a prendere una forma rilevata e concreta in un principio d’azione.
E i primi segni di questa maggiore alacrità apparvero ne’ Romani stessi. Quel medesimo Centro d’insurrezione, al quale più su accennammo, pubblicando nel 1º d’aprile il primo suo Manifesto ai Romani, annunziava trascorsa ormai l’ora delle tacite proteste e delle imbelli manifestazioni; bandiva la necessità dell’insurrezione e riconoscendo Garibaldi col titolo di Generale romano, lo pregava ad assumere la direzione della patriottica impresa e a darle esecuzione per mezzo degli uomini che a lui fosse piaciuto designare. E Garibaldi, cui nessun eccitamento poteva essere più caro a quei giorni, non cercando chi e quanti fossero coloro che gli parlavano sì alto in nome di Roma, non curandosi di scandagliare fino a qual punto la realtà delle cose, la volontà dei Romani, le ragioni dell’opportunità, consuonassero a sì magnifiche promesse, rispondeva quasi subito, dichiarandosi superbo, diceva, del titolo che gli era rinnovato di Generale romano; accettando senza più l’incarico commessogli; eleggendo per coordinare il lavoro di Roma e quello della restante Italia un Centro d’emigrazione, il quale allacciato a sua volta ad una rete di Sub Centri provinciali e locali, doveva fare il censimento degli idonei alle armi, raccogliere l’Obolo della Libertà, contrapposto all’Obolo di San Pietro, e apparecchiare quanti mezzi fossero in suo potere per la nuova levata che s’annunziava vicina.