E tutto ciò così scopertamente, con tanto rumore di proclami e di programmi, e pubblico via vai di emissari e di agenti, che il barone Malaret, ministro di Francia a Firenze, egregiamente informato d’ogni più minuto particolare dalla doppia polizia del suo Governo e del cardinale Antonelli, si trovò nella necessità di presentare i suoi reclami al Rattazzi e di obbligarlo ad ufficiali assicurazioni.[346] Le quali, a dir vero, non avrebbero potuto essere nè più oneste nè più accorte: scarsi i mezzi di Garibaldi per essere temibili; sacri al Governo italiano gl’impegni assunti colla Convenzione del settembre, e risoluta la sua volontà di farla rispettare; soltanto non poter egli starsi garante che pochi individui isolati non riuscissero a schizzare nel Pontificio per la frontiera; avvenendo il caso però, tener per certissimo che il Governo di Sua Santità avrebbe saputo averne ragione da sè.

E il Rattazzi, giova ridirlo, fino a quel giorno, anzi per molti giorni e mesi ancora parlava sincero. Egli disapprovava ogni conato intempestivo verso Roma e non lo nascondeva; egli non voleva nè denunziare nè perseguitare gli agitatori; ma non aveva alcun vincolo con essi: s’illudeva, come altre volte, sulle forze di Garibaldi, e sperava che il nuovo nembo da lui addensato si scioglierebbe da sè in un acquazzone d’estate; ma in ogni ipotesi egli si credeva forte e destro abbastanza per sorprenderlo ed arrestarlo a tempo. Solo quando sopraffatto dal turbine non vedrà più modo di scongiurarlo, si nasconderà anch’egli tra le nubi e vi soffierà dentro per la disperata speranza di poterne usufruttare lo scoppio a beneficio della sua politica e dell’Italia.

III.

In sui primi di maggio Garibaldi passava di Lombardia in Toscana. Sostato un giorno a Firenze, andava a prender stanza nella villa del deputato Cattani-Cavalcanti, a Castelletti presso Firenze. Ora, che questo tramutamento si collegasse ai disegni su Roma era visibile a chicchessia, e il fatto non tardò a dimostrarlo.

Nella prima settimana di giugno il Generale riceveva in Castelletti una visita inaspettata. Due incaricati dal Comitato Nazionale Romano, di quel Comitato che era l’antagonista nato del partito d’azione e che per la sua propaganda eternamente temporeggiatrice s’era acquistato il non immeritato titolo d’addormentatore, si presentarono a lui, dicendosi a nome de’ loro mandanti pronti a entrare in accordo col Centro d’insurrezione e desiderosi di intendersi con lo stesso Generale, circa al programma d’azione. Il come e il quando di quest’azione pare non dicessero: forse si restrinsero a generiche dichiarazioni ed a vaghe profferte; ma Garibaldi, ignaro delle ambagi e delle sfumature del linguaggio, avvezzo a veder dietro ogni detto un fatto, non si cura di chieder di più, e tenendo subito per conchiusa l’alleanza, e per decisa indifferibilmente l’azione, spaccia ai due Comitati di Terni, il Nazionale e l’Insurrezionale, certi Galliano e Perelli col mandato di prendervi alcune centinaia di fucili che sapeva nascosti colà fin dai giorni d’Aspromonte, armare con questi quanti giovani o fuorusciti romani si potessero raccogliere, e fatta irruzione nello Stato Pontificio, gettarvi la prima favilla dell’incendio. Trasognarono all’inatteso messaggio i patriotti ternani: il rappresentante del Comitato moderato, certo Mauri, protestò di nulla potere senza espresso ordine de’ suoi capi (riprova codesta che il Comitato Nazionale non aveva promesso nulla di positivo), e ricusò di ubbidire; il rappresentante del Comitato d’azione, certo Frattini, caldo patriotta e vecchio cospiratore, persuaso dalle molte parole del Perelli e del Galliano che la mossa fosse combinata coi Comitati di Roma sì Nazionale che Insurrezionale, e tutto pronto al di là del confine per aiutarla; vinto ancora più dal nome di Garibaldi, di cui i due emissari presentavano un’amplissima credenziale, consentì a secondarli e dar la sua mano all’impresa. Nè furon lunghi gli apparecchi: appena due giorni dopo, il 19 giugno, il Perelli e il Galliano raccoltisi con altri centoquattro giovani nel convento di San Martino, tragittata sopra una barca del Frattini stesso la Nera e ricevute colà presso le armi, s’incamminarono diviati verso la Sabina. Se non che quasi sul punto di sconfinare, nei pressi di Ponte Catino e Castelnuovo, un pelottone del 7º Granatieri, imboscato da più giorni in quelle macchie, circuì in un battibaleno la colonna e fatta per intimorirla una scarica all’aria, le intimò la resa.[347] Infatti il Rattazzi, eccitato, anzi pungolato senza posa, dalla polizia francese, più vigilante forse e informata della sua, era da oltre una settimana sulle orme di tutta la congiura, impartendo ordini rigorosissimi a tutte le autorità così di terra come di mare, affinchè le custodie della doppia frontiera fossero raddoppiate, e ad ogni costo s’impedisse il passaggio di qualsiasi banda d’armati; e, come ognun vede, era stato fedelmente e zelantemente ubbidito.

Pari però all’ingrata sorpresa, il clamore dei delusi. Nessuno voleva assumere la paternità del fallito tentativo, e ogni parte se ne scaricava sull’avversa. Garibaldi indignato imprecava al Governo, «birro del Papa;» il partito d’azione incolpava di tradimento il Comitato Nazionale, accusandolo persino d’aver egli spinto il Generale a quella scorreria coll’intenzione di pubblicarne le trame e comprometterlo; il Comitato Nazionale invece apertamente sconfessava l’intempestivo conato e persisteva a raccomandare ai Romani la pazienza e l’aspettazione. Era insomma il consueto palleggio di accuse, di recriminazioni e di vituperii che suol seguitare tutte le imprese fallite, di mezzo al quale sarebbe bensì facile trarre una prova di più delle passioni partigiane; ma non la verità.

Non dobbiamo però tacere che tra mezzo al tumulto delle voci contrarie quella che ci sembrò allora, e ci sembra tuttodì la meno vera, la meno probabile, la meno dimostrata, fu quella che appose al Comitato Nazionale d’aver tradito per cieco livore di parte l’impresa da lui medesimo suggerita e apparecchiata. Fino a prova contraria noi non abbiamo alcuna ragione per credere a tanta scelleraggine. Aggiungiamo anzi, che tutte le ragioni ci sforzano a discrederla. E ciò non solo perchè la onestà privata, fino ad oggi indisputata, dei componenti del Comitato Romano ci sta garante della loro probità politica; ma anche perchè se fosse stata soltanto probabile la perfidia apposta al Comitato, Garibaldi, che non era certo sulla via dei riguardosi riserbi e dei temperati discorsi, non l’avrebbe taciuta, ed in ogni caso il Comitato stesso, per ispudorato che si potesse supporre, non avrebbe mai osato di infliggere un biasimo pubblico ad un’azione della quale ognuno avrebbe potuto dirgli ad ogni istante: «Tacete, voi stessi ne foste complici.»

No: l’enormezza stessa dell’accusa attesta per la sua incredibilità. Reputiamo superfluo cercare l’autore responsabile di quel tentativo, che potrebbe dirsi il prologo sbagliato d’un dramma male abbozzato; ma se quell’autore si volesse cercare, lo si cerchi in Garibaldi stesso.

Egli ideò e volle e fece eseguire la scorreria; egli scambiando le indeterminate profferte del Comitato moderato per impegni positivi d’azione, e fidandosi alle notizie dubbie ed ai suggerimenti fallaci di agenti innominati ed oscuri, e sprezzando ogni consiglio di preparazione e d’opportunità e dimenticandosi persino di prevenire de’ suoi disegni il Centro di Roma e il Centro di Firenze e tutti i suoi principali amici e cooperatori, egli pel primo rese inevitabile il fallimento d’un’intrapresa che aveva già in sè tanti rischi e tante difficoltà.

Già dicemmo che Garibaldi non fu mai cospiratore, e il modo con cui egli condusse la Campagna preparatoria di Mentana lo proverà luminosamente. Ciò non scema la sua grandezza; ma aggiunge un lineamento più originale e caratteristico alla sua straordinaria figura.