IV.

Ma come ognuno immagina, l’infelice successo della Sabina non aveva rallentato un solo istante l’opera di Garibaldi, nè quella de’ suoi amici. Trasferitosi sull’aprirsi di luglio alle Terme di Monsummano, dove lo conduceva la necessità, tutt’altro che fittizia, di curare la sua implacabile artritide, diceva subito ad alcuni suoi commilitoni, accorsi a visitarlo: «A Roma ci si andrà; e se hanno impedito a quei duecento valorosi di entrarvi, i duecento diverranno duemila, e i duemila ventimila.» E a Pescia, arringando il popolo raccolto sulla piazza a festeggiarlo, soggiungeva: «Dobbiamo andare a Roma a snidarvi quel vivaio di vipere;» così a Montecatini, a Castelfranco, a Lucca, sempre e dovunque ribattendo il medesimo chiodo e predicando il medesimo verbo, con quel suo linguaggio ignaro di eufemismi, fiammeggiante d’amor patrio, ma che troppo spesso urtando nella corda delicata delle credenze religiose non era sempre, specialmente tra le popolazioni delle campagne, il più opportuno e convincente.

Nè oramai si trattava più di sole parole. Uno dei maggiori ostacoli alla felice riuscita della meditata riscossa era quell’antagonismo più volte accennato del Comitato d’insurrezione e del Comitato Nazionale, che dividendo i patriotti romani in due campi (e quando si volesse contare la frazione mazziniana del Comitato d’azione in tre) formava la cagione principale della loro mutua debolezza.

A Garibaldi però era sempre parso che la prima e più urgente necessità fosse quella di cessare, a qualsiasi patto, quel funesto dissidio, adoperando ogni maniera di sforzi affinchè tutti coloro che nelle due parti ponevano al disopra delle astiosità partigiane il pensiero della patria, stringessero in un sol fascio le loro forze e procedessero concordi al conseguimento del fine comune. E a così onesto desiderio, partecipato dalla eletta dei fuorusciti romani, sembrò rispondere, quasi senza contrasto, l’adempimento; sembrò, diciamo, perchè si vedrà in appresso che la festeggiata concordia era più apparente che reale; più tra i gregari che fra i capi; più tra pochi individui che nella pluralità de’ due partiti.

Comunque, il patto fu sancito, e il Comitato Nazionale Romano e il Centro d’insurrezione, scontenti però sempre quelli del Comitato d’azione, si fusero in un nuovo ed unico Comitato e lo annunziarono ai loro concittadini in questo manifesto:

«Romani!

»Il voto comune, il voto di tutti quelli a cui batte il cuore per l’onore e la libertà della patria, si è realizzato. Non più dissensi, non più divisioni; tutte le frazioni del partito liberale si sono data la mano, hanno unite le forze per abbattere per sempre questo resto del governo papale e dare Roma all’Italia.

»Il Comitato Nazionale Romano ed il Centro d’insurrezione fanno quindi luogo ad una Giunta Nazionale Romana, la quale assume la suprema direzione delle cose.

»Rallegriamoci di questa santa concordia, e diamo opera a fecondarla con unità di fede e di disciplina, con unità di propositi e di sacrifizi. Il fascio romano è ora veramente formato: facciamo che non si sciolga mai più, e che presto ci dia la vittoria.

»Romani!