»I cittadini rispettabili che fanno parte della Giunta a cui rassegniamo l’ufficio, sono degni dell’alta missione; ma a nulla riuscirebbero senza il vostro concorso.

»Secondateli adunque fidenti ed animosi, e l’impresa non fallirà. Vogliamolo tutti, e ben presto venticinque milioni di fratelli saluteranno Roma capitale d’Italia.

»Roma, 13 luglio 1867.

»Il Comitato Nazionale Romano.
»Il Centro d’Insurrezione.»

Queste parole, a dir vero, suonavano tutt’altro che promessa di azione immediata; ma Garibaldi, credulo sempre a quello che più desiderava, non curandosi di indagare quanto quella lega fosse salda e sincera, e se dietro quei Comitati, diremmo quasi, quegli stati-maggiori, stesse la milizia d’un popolo veramente deliberato ai cimenti cui era invitato; ingannato, come ai giorni di Sarnico e d’Aspromonte, dalle manifestazioni in gran parte artificiali delle città italiane;[348] fidente, come sempre, nella propria forza e incrollabile nella sua volontà, stimò giunta l’ora di raccogliere i frutti della sua predicazione e di passare dalle parole ai fatti.

Trasferitosi a Vinci (nella villa del conte Masetti, al Ferrale), riepiloga di là in un lunghissimo manifesto le idee che era venuto fin allora sparsamente predicando;[349] convoca presso di sè quelli tra i suoi amici che in quel momento stimava più devoti o meno renitenti a’ suoi concetti, e coll’usato stile, più da Generale che impartisca degli ordini a’ suoi luogotenenti che da capo politico, il quale proponga delle risoluzioni a’ suoi seguaci, li lega a’ suoi disegni; commette a Francesco Cucchi di andare a Roma ad annodare in sua mano le prime fila della trama avviata: manda suo figlio Menotti a tastare il terreno e stringere le prime relazioni nel mezzogiorno; delega Giovanni Acerbi, l’Intendente dei Mille, alla raccolta dei giovani e delle armi alla frontiera umbro-toscana e lo manda in suo nome a scandagliare le intenzioni di Rattazzi; indi passa egli stesso a Siena, a Montepulciano, a Orvieto, a Rapolano scuotendo fin sulle porte del Gran Nemico la fiaccola incendiaria della sua parola, colla quale senza posa da tre mesi lo minacciava.

Ed appariva tanto evidente che oramai l’impresa era non solo deliberata nel suo animo, ma imminente, che ad un banchetto offertogli in Siena dalla storica Accademia de’ Rozzi, rispondendo al professore Stocchi, il quale pareva indirettamente consigliarlo a differire il segnale della magnanima riscossa a tempi più maturi, esclamò: «No, no, questo non è il mio pensiero: alla rinfrescata moveremo.»

E alla rinfrescata diventò, da quel giorno, la segreta parola d’ordine di tutti i Garibaldini. Invano il Rattazzi aveva risposto all’Acerbi severe parole, non solo togliendogli ogni speranza che il Governo avrebbe aiutato l’avventura, ma esplicitamente dichiarandogli che l’avrebbe con tutte le sue forze impedita; invano i principali del partito avanzato e gli stessi suoi più devoti amici, quali il Crispi, il Cairoli, il Miceli, il Guastalla, si mostravano o avversi all’impresa, o sgomenti delle difficoltà e dei pericoli onde essa era piena: Garibaldi, o non accettava discussioni o le troncava con uno de’ suoi soliti motti dittatoriali, e camminava imperturbato per la sua via.

V.

Se non che accadeva a quei giorni un fatto singolarissimo. Un gruppo de’ più avanzati socialisti europei, fra i quali il Barny francese, il Fazy svizzero, il Bakounine russo ed altri, s’era dato l’intesa di convocare a Ginevra pel mese di settembre un Congresso internazionale della pace (per chieder cioè la pace universale perpetua, la soppressione degli eserciti stanziali, la federazione dei nuovi Stati d’Europa ed altre siffatte bazzecole), e naturalmente al Congresso fra i famosi campioni della democrazia cosmopolita era stato invitato il famosissimo fra tutti Giuseppe Garibaldi. Si poteva credere però che quell’invito a discorrere e sentir discorrere di pace, per un uomo tutto affaccendato in apparecchi di guerra non potesse, in quel momento almeno, tornare il più opportuno ed accetto; ma non così per l’Eroe nostro. Nulla anzi a’ suoi occhi di più propizio di quel Concilio ecumenico dei sacerdoti della libertà aperto nella «Roma dell’intelligenza» per dare solennità alla Crociata da lui bandita contro l’altra «Roma bugiarda del Papato;» talchè lasciato a Menotti il mandato di continuare il lavoro incominciato, parte improvviso per Belgirate dove prende seco Benedetto Cairoli, e accompagnato da Giuseppe Missori, Alberto Mario, il professor Ceneri, Vincenzo Caldesi, Mauro Macchi, il dottor Riboli ed altri che non sapremmo dire, continua per Ginevra. E questa volta pure perdoneremo al lettore la cronica delle accoglienze; Ginevra in questo non fu diversa da Londra nè ad alcuno dei tanti luoghi in cui la maliarda figura di quell’uomo comparve. Ivi pure riuscito a gran stento ad aprirsi un varco nella calca, fino alla casa che doveva ospitarlo e presentato dal signor Fazy al popolo ginevrino che dalla piazza lo acclamava, il Generale lo arringa in lingua francese, con un discorso che fu certo uno de’ più nobili che gli uscissero dal labbro in quei giorni e del quale basti il saggio di questi due periodi, ad attestare la eloquenza.