Però ripetiamo qui ciò che scrivemmo in altre pagine, per risposta ai tanti che si vantarono d’avergli persuaso Marsala: nessuno lo persuase; nessuno lo dissuase. Garibaldi non può essere misurato al metro comune, e chi lo dimentichi rischierà quasi sempre di sbagliare la giusta grandezza così delle sue colpe, come delle sue virtù. La Poesia, fatidica interprete della storia umana, attribuì sempre ad una volontà divina le gesta solenni degli eroi; e solo al celeste lume della Poesia convien cercare la spiegazione suprema di Marsala. È l’Araldo di Giove che strappa il Dardanide dai molli talami della Cartaginese, e gli rammenta il grande fato di Roma; è l’Angiolo del Signore che scuote in sogno il pio Goffredo e gli addita il Sepolcro di Cristo; son voci arcane dall’alto che suscitan la Vergine di Domrémy e l’armano per il riscatto della patria sua; e fu certo una gran voce echeggiata dentro le profondità più ascose dell’anima sua, quella che troncò tutti i contrasti, vinse tutte le dubbiezze di Garibaldi, e all’improvviso, imperiosamente, inappellabilmente, come un cenno di Dio, gl’intimò la partenza: «Partiamo,» disse il 1º maggio agli amici raccoltisi ancora intorno a lui a iterare le preghiere e supplicare la risposta: «Partiamo, ma purchè sia domani.» E domani non era possibile; ma quel grido subitaneo d’impazienza, quella fretta quasi febbrile, dopo tanti giorni d’indecisione, attesta una volta di più che l’eroe agiva oramai sotto l’impero d’una volontà arcana, e che scendendo nell’arena egli sentiva intorno a sè, come Achille e Rolando, l’egida d’una protezione divina.

X.

La sera del 4 maggio Genova ferveva d’insolito moto. Le vie brulicavano d’una folla straordinaria; capannelli di cittadini si componevano e scomponevano rapidamente in tutti i canti, e la voce: «Partono stanotte,» volava con accenti alterni di ansietà e di gioia su tutte le labbra. Intanto drappelli di giovani, all’aspetto forastieri, traversavano taciti e affrettati la città e si dirigevano tutti insieme, come mossi da un solo pensiero, fuori di Porta Pila. Poche ore dopo il Bixio, finto pirata, saltava con pochi seguaci a bordo del Piemonte e del Lombardo (i due vapori concessi dal Rubattino) e se ne impadroniva, e Garibaldi in camicia rossa e puncio americano, il sombrero sugli occhi, la sciabola sulle spalle, il rewolver e il pugnale alla cintura, scendeva sul far della mezzanotte da Villa Spinola alla spiaggia di Quarto, e colà attorniato tosto da’ suoi volontari giunti prima di lui al convegno, e tornato sereno e quasi ilare, vi attendeva in placidi ragionari l’arrivo dei predati bastimenti. Il Governo solo in tanto tramenío sembrava dormire profondamente.

Era però succeduto un piccolo incaglio. L’operazione de’ bastimenti era stata più lunga del supposto; la macchina del Lombardo non funzionava bene, talchè era stato mestieri che il Piemonte se lo attaccasse alla poppa e lo traesse a rimorchio; onde Garibaldi, dubitando di qualche inatteso sinistro, fu preso subitamente da una tal quale impazienza, e buttatosi in un canotto faceva vogare a forza di poppa verso Genova per verificare co’ suoi occhi la causa dell’indugio. Fortunatamente i bastimenti erano già in cammino; e Garibaldi balzato a bordo del Piemonte e preso da quel momento il governo della piccola flottiglia, comandò egli stesso la manovra per accostar la spiaggia di Quarto. Colà tutto era pronto: da Villa Spinola eran già stati calati i mille fucili, non più, dati dal La Farina[25] (i viveri, le munizioni e il resto dell’armi dovevano esser presi in mare); il Bertani aveva già consegnato a Garibaldi trentamila franchi in oro, terzo della somma offerta del Milione di fucili;[26] i Legionari «battevano il piede sulla spiaggia, come il corsiero generoso impaziente delle battaglie;[27]» e in brev’ora, senza strepito e senza disordine, tutto fu imbarcato.

Già biancheggiava l’alba del 5 maggio: le camminiere fumavano; la rotta era segnata; tutti gli ordini erano dati; il Bixio al comando del Lombardo, il Castiglia a quello del Piemonte, non attendevano più che il segnale; Garibaldi tuonò un sonoro: Avanti; le àncore furono salpate; le ruote si scossero; le prue si drizzarono verso sirocco, e in brev’ora le due navi non furono che due masse nere, sormontate da un pennacchio grigio, sulla glauca conca del Golfo ligure.

O nimis optato sæclorum tempore nati — Heroes salvete.[28]» Voi portate l’Italia e la sua fortuna; voi state per scrivere una delle più stupende pagine del secolo nostro; voi apparecchiate alla patria l’unità, alla poesia la leggenda, al valore latino una novella apoteosi, e felici o sfortunati siete immortali. Però scegliere tra voi la schiera de’ più eletti sarebbe ingiusto: vi accomuna la fede nella virtù, vi uguaglia la religione del sacrificio, e Omero dovrebbe scrivere il vostro eroico catalogo coll’intero Albo dei Mille.

XI.

Garibaldi non poteva cimentar sè e la causa d’Italia a sì perigliosa avventura senza chiarire alla nazione ed al suo capo i propri intendimenti e, soprattutto, senza stringere co’ suoi amici lasciati sul Continente tutti gli accordi che valessero ad assicurargli alle spalle una base d’operazione ed una fonte durevole di soccorso.

Al Re aveva scritto: non aver consigliato l’insurrezione dei Siciliani, ma dacchè essi s’erano levati in nome dell’unità italiana non poter più esitare a correre in loro aiuto. Sapeva la spedizione pericolosa, ma confidava in Dio e nel valore de’ suoi compagni. «Suo grido sarebbe sempre: Viva l’Unità d’Italia e Vittorio Emanuele, suo primo e più prode soldato. Non avergli comunicato il suo progetto, perchè temeva che la grande devozione che nutriva per lui l’avesse persuaso ad abbandonarlo.[29]»

All’esercito, memore della promessa fatta al Sacchi, raccomandava di non sbandarsi, di sovvenirsi che anche nel Settentrione avevamo nemici e fratelli, di stringersi sempre più ai suoi valorosi ufficiali ed a quel Vittorio, la di cui bravura «può essere rallentata un momento da pusillanimi consiglieri, ma che non tarderà a condurli a definitivi trionfi.[30]»