Intanto Garibaldi, visitato nuovamente a Torino dal Crispi, dal Medici, dal Finzi, dal Bertani, e presi con loro gli ultimi accordi, partiva il giorno 20 aprile per Genova, e dalla casa del suo amico Coltelletti passato tostamente nella Villa Spinola presso Quarto, offertagli dall’altro suo amico Candido Augusto Vecchi, piantava colà il Quartier generale della spedizione.

Questa infatti pareva irrevocabilmente deliberata. Il Bixio, cercato indarno un bastimento che assumesse il viaggio periglioso, pel puro noleggio, era riuscito più fortunatamente a persuadere Raffaele Rubattino a lasciarsi rapire, con un simulacro di pirateria, e mercè la sola malleveria della firma di Garibaldi, due de’ suoi piroscafi, e al più era provveduto.

Le carabine di Milano si potevan dire perdute; ma i mille cinquecento fucili e le cinque casse di munizioni, promessi dal La Farina, e qualche diecina di carabine e di rivoltelle raccolte a Genova, parevan bastare al bisogno. I danari penuriavano, ma si contava sulla cassa del Milione di fucili e intanto si suppliva alle prime spese con ottomila lire mandate dai Pavesi e con qualche dono venuto a Garibaldi da Montevideo.

La gioventù abbondava e passeggiava anche troppo rumorosamente le strade di Genova: l’accordo infine tra i capi delle varie parti, o meglio dire tra i membri dei varii Comitati patriottici (quello di Soccorso degli Esuli siciliani; quello della Società nazionale; quello del Partito d’azione), pareva più o meno affettuosamente stabilito; e una voce già correva da Villa Spinola per tutte le fila che la notte del 27 aprile si sarebbero salpate le àncore.

Se non che le Bande siciliane toccavano appunto in que’ giorni la rotta di Carini; e un telegramma in cifra spedito da Malta da Nicola Fabrizi a Francesco Crispi venne interpretato così:

«Malta, 26 aprile 1860.

Completo insuccesso nelle provincie e nella città di Palermo. Molti profughi raccolti dalle navi inglesi giunti in Malta.[24]»

Era quanto dire tutto finito; e se i più, gli esuli principalmente, non potevano ancora confessarlo, Garibaldi, il quale fin da principio aveva posto per condizione del suo soccorso la durata dell’insurrezione, e si era mostrato più d’ogni altro impensierito della gravità del cimento, appena udito l’infausto annunzio dichiarò che l’impresa era ormai impossibile, e ne disdisse egli stesso gli apparecchi. Con quale animo i principali attori e cooperatori della spedizione accogliessero l’inattesa risoluzione del loro Capitano, non si potrebbe con una sola parola ridire. I consigli e i propositi furono diversi secondo i caratteri e i temperamenti, gl’interessi e le parti. Chi esclamava, come il La Masa: Garibaldi non necessario, e lui essere sempre pronto a prenderne il posto; chi sconsigliava severamente la spedizione come il Sirtori, ma diceva: «se Garibaldi parte io lo seguo;» chi la dava addirittura per fallita e se ne ritornava rassegnato a Torino, come il La Farina; chi infine, come il Crispi, il Bertani, il Bixio persistevano a crederla sempre effettuabile, e con questa nobile ostinazione nell’animo si stringevano intorno al Generale, scongiurandolo a non desistere dal magnanimo voto, a non privare quella povera Isola combattente del poderoso soccorso della sua spada, a pensare a tanta gioventù accorsa d’ogni dove per combattere o morire con lui: a pensare all’Italia.

Generosi consigli, ma vani: Garibaldi ne’ solenni cimenti non li prende mai che da sè stesso. Però ascoltava cortesemente tutti; ma non dava risposta concludente e decisiva a veruno. Fin dall’arrivo di quell’infausto telegramma aveva mutato d’aspetto. Fattosi anche più pensoso e taciturno del consueto, andava solitario lungo la spiaggia del mare e vi restava lunghe ore immobile, silenzioso, cogli occhi fissi ad un punto dell’orizzonte, come se vi scorgesse tra le ultime brume la immagine dolente e insanguinata della Sicilia, e ognuna di quelle ondate che veniva a frangersi a’ suoi piedi gli portasse dal deserto infinito il responso del suo destino.

Così era fatto Garibaldi! Il consiglio decisivo egli non lo chiedeva più oramai ai sillogismi della ragione; ma lo aspettava da que’ moti istintivi, da quelle ispirazioni inconscie, da quei presagi fatidici che sono il sesto senso, la coscienza privilegiata, il Dio ignoto de’ poeti e degli eroi.