E così fu che il posto assegnato, nella mente di Garibaldi alla brigata Reggio, toccò ai Mille. Certo che quell’idea rasentava l’utopía; nè era presumibile che Vittorio Emanuele, re prudente ed accorto se mai ve ne fu, e conscio de’ suoi doveri costituzionali, avrebbe impegnato la sua regia parola in un complotto che gettava il suo Stato novello nell’ignoto d’un’avventura, ed equivaleva ad un’aperta dichiarazione di guerra.
Valga piuttosto il fatto, quale sulla fede di non disputabile testimonianza l’abbiamo narrato,[18] a chiarire sempre più in quale confidente abbandono d’ogni più riposto loro pensiero vivessero a que’ giorni il Re Galantuomo e il Condottiero popolare, ed a riattestare in faccia alla storia, se pur ve n’ha mestieri, quanto fosse grande la complicità della Monarchia in quella congiura fortunata, che ebbe per prologo Marsala e per lieta catastrofe l’unità nazionale.
E sia pur vero che quella complicità sia stata, in sulle prime segnatamente, peritosa, ambigua, negativa: chiunque abbia senso delle necessità d’uno Stato, e memoria de’ pericoli che attorniavano a que’ giorni l’Italia, intende che non poteva essere diversa. La rivoluzione poteva azzardar tutto su una carta; la Monarchia no. L’alleanza della Monarchia colla rivoluzione non poteva essere effettuabile e fruttuosa che a due patti: che entrambe operassero a seconda della loro natura, e che l’una non usurpasse le parti e non intralciasse l’azione dell’altra. Un partito rivoluzionario che si fosse proposto procedere coi riguardi, le cautele, gli scrupoli d’un governo costituito, si sarebbe esausto nelle sterilità; un Governo che avesse voluto seguir gli andamenti, imitare le audacie e affettare la irresponsabilità d’un partito rivoluzionario, si sarebbe infranto contro la lega di tutti gli altri governi costituiti, e avrebbe trascinato nella propria rovina la causa stessa che voleva difendere. Era lecito a Garibaldi ed a’ suoi tentare il magnanimo giuoco, poichè al postutto si arrischiavano bensì molte vite preziose, ma non la patria tutta; il Governo del nuovo Regno d’Italia, responsabile non solo dell’esistenza sua, ma dell’avvenire della nazione intera, non poteva, senza abiura della sua stessa missione, correre la medesima sorte.
Queste pertanto e non altre le ragioni della politica all’aspetto obliqua, dubbiosa e talvolta bifronte del conte di Cavour alla vigilia di Marsala. Il problema che per Garibaldi era semplicissimo, per lui era terribilmente complesso ed aggrovigliato. Egli non poteva certo, senza offendere il sentimento della universalità degl’Italiani, guardar con occhio indifferente la sommossa siciliana, molto meno lasciarla strozzare disperata d’ogni soccorso; ma non poteva nemmanco farsene aperto campione, nè recare ostensibilmente un aiuto che avrebbe svelato anzi tempo il fine ultimo della sua politica, e attirato sopra il giovine Regno italiano la collera sino allora delusa e blandita di tutta l’Europa conservatrice. Poteva però permettere che l’aiuto si recasse, o fingere di non poter impedire che fosse recato; ma perchè questa tattica, non grande per fermo, ma certo utilissima, sortisse tutto il suo pieno effetto, gli era mestieri appunto di quell’arte occulta, sottile, prestigiosa, lesta di mano e larga di coscienza che offende le anime rettilinee e cavalleresche, e spiace in sulle prime ad amici e nemici; ma vien poi sempre perdonata, tanto è umana essa pure, in virtù dello scopo e in grazia del successo.
E così fece. Che il conte di Cavour avesse scorto fin da’ primi giorni la grande importanza del moto siciliano, lo accerti questo solo: che prima ancora di conoscere gl’intendimenti di Garibaldi, egli fece chiedere al generale Ribotti[19] (quel medesimo che aveva comandato i primi corpi volontari di Modena e di Parma), se, venendo il caso, avrebbe consentito d’andare a capitanare anco gl’insorti di Sicilia. Poscia ebbe egli pure, come li avrà più tardi Garibaldi, alcuni giorni di dubbiezza e d’indecisione: le novelle di Sicilia non venivano più così propizie; già correva voce che l’insurrezione agonizzasse nei monti; e naturalmente l’uomo di Stato prima di dar un passo e di scoprire i suoi intendimenti esitava.
Tuttavia, quando intese che la lotta nell’Isola persisteva e che Garibaldi s’era impegnato a soccorrerla; quando udì intorno a sè gli esuli di Napoli e di Sicilia preganti per la loro terra nativa; quando vide tra i complici e i fautori dell’insurrezione i suoi stessi amici e più fidati seguaci; quando s’accorse che il grido per la Sicilia non era artificio d’un sol uomo o d’un sol partito, ma eco schietta e profonda d’un sentimento dell’intera nazione; allora non vacillò più, e concesse a’ soccorritori tutto quello che a governante di Stato ordinato era lecito concedere: la balía di prepararsi, d’armarsi, di salpare all’ombra del suo Governo e sotto l’egida del suo Re.[20]
Così quando il Comitato del Milione di fucili fece intendere che le armi raccolte a Milano dovevano essere trasportate a Genova, finse di non saperlo; che se poi quell’armi furono negate e sequestrate, l’autore del diniego e del sequestro è noto; una appunto di quelle anime rettilinee e cavalleresche che non sapevano seguire la politica molto curvilinea del conte di Cavour; nè intendere si «potesse avere un rappresentante presso il Re di Napoli e mandar de’ fucili in Sicilia.[21]»
Così quando tra il 18 e il 19 aprile Giuseppe La Masa si presentava al conte di Cavour per chiedergli in nome de’ suoi compagni d’esiglio di voler concedere alla insurrezione un aiuto un po’ più efficace della semplice astensione e di risarcire almeno i fucili staggiti a Milano; ecco il Conte fare un altro passo ancor più decisivo, e ordinare al La Farina di somministrare a Garibaldi quante armi avesse disponibili ne’ suoi depositi la Società nazionale. Che se poi quelle armi parvero scarse e pessime, e furon date con avarizia e mala grazia, e rinfacciate poi con acrimonia e superbia, la colpa ricade sull’uomo che il Cavour s’era tolto a Ministro della sua politica segreta, un uomo di nobile mente, di infaticabile e fervido patriottismo; ma invasato di passione partigiana, infatuato nell’idea d’aver egli solo preparato la spedizione siciliana, e morto col rancore male dissimulato[22] di aver rappresentato sulla scena italiana una parte poco vistosa e poco applaudita.
E così finalmente, quando la spedizione fu in procinto di partire, inviava nelle acque di Sardegna l’ammiraglio Persano, coll’ordine di catturare i volontari se toccavano qualche porto dell’Isola, ma di lasciarli procedere nel loro camminino incontrandoli per mare; ordine, a dir vero, che non imponeva all’Ammiraglio alcuno sforzo straordinario d’acume, nè alcuna prova singolare di coraggio per essere nel suo vero senso interpetrato.[23]