«Alla Giunta Nazionale Romana.
»Genestrello, 16 settembre 1867.
»Il vostro appello agli Italiani non andrà perduto.
»In Italia sonvi molti paolotti, molti gesuiti, molti che sacrificarono sull’altare del ventre. Ma, è pure consolante il dirlo, vi sono molti prodi di San Martino, molti eroici bersaglieri del Re d’Italia, molti soldati della prima artiglieria del mondo, molti nepoti dei trecento Fabii ed un avanzo dei mille di Marsala, i quali, se non m’inganno, hanno prodotto centomila giovani che temono oggi di esser troppi a dividere la misera gloria di cacciar dall’Italia mercenari stranieri e negromanti.
»Circa ai mezzi, l’Italia ebbe sempre la disgrazia d’essere troppo ricca per mantenere eserciti stranieri, e fra i suoi ricchi non mancano patriotti che tosto porgeranno, ne sono sicuro, le loro splendide offerte.
»Avanti adunque, o Romani, spezzate i rottami dei vostri ferri sulle cocolle dei vostri oppressori, e d’avanzo saranno gl’Italiani che divideranno le vostre glorie.
»Vostro
»Garibaldi.»
E ciò detto, partiva al dì vegnente (17) per Firenze.
VI.
Colà giunto però erano tali ancora gli ostacoli e tanti i motivi di indugio e di prudenza, che qualunque altro uomo ne sarebbe stato scosso; non Garibaldi. Roma non era armata ancora, nè per quanto si fossero studiati fin allora tutti i passi di terra e di mare per introdurvi quei pochi fucili che stavan sempre nascosti nei pressi di Terni e di Follonica, nessuno n’aveva ancora trovato la via. I principali fra gli amici del Generale persistevano sempre presso di lui nel concetto di lasciare a Roma l’iniziativa del moto, apparecchiando bensì in silenzio i mezzi per accorrerle in soccorso; ma evitando ogni apparenza di una importazione artificiale e facendo in ogni caso seguire l’irruzione delle bande all’insurrezione della capitale; non questa a quella.