Sbarcò in una insenata della Punta di Sardegna e quivi in una conca (specie di caverna) passò la notte. Al mattino seguente montato sopra uno di que’ ginnetti sardi che ballano sulle roccie, per valli e per monti, su per sentieri dove appena s’inerpica il caprone selvatico, per diciassett’ore di seguito, arrestandosi appena per lasciar rifiatare le bestie, giunse presso Porto San Paolo, dove riposatosi alcune ore nello stazzo del pastore Jaceddu, continuò di lì a poco per Brandinchi; e colà trovati Canzio e Viggiani, colto un vento fresco di poppa in sulle tre e mezzo pomeridiane del 18 mise alla vela per la costa toscana.
E così il vecchio Corsaro tornava signore del regno ampio de’ venti e sarà bravo chi lo arriva. Superato all’alba del 19 il Canale di Piombino, giunse in poche ore in vista della rada di Vado, a poche miglia da Livorno e verso le nove del mattino vi atterrò. Colà però nuovo e non meno fastidioso ostacolo. Tutta quella spiaggia vadese è un impasto così appiccaticcio di rena e di alghe, che mettervi il piede senza restarvi invischiati dentro è quasi impossibile.
Ecco dunque tutta la brigata de’ fuggitivi, ma più Garibaldi cui la ferita d’Aspromonte rendeva penosissimo il camminare, costretta ad aprirsi faticosamente un sentiero tramezzo quei paduli, spesso affondando fino a mezza gamba e avanzando a piccoli passi, talvolta non potendo nè avanzare nè retrocedere; ma pure a forza di volontà e di costanza riuscendo a sfangare da quella melma ed a guadagnare finalmente le case di Vado.
E da quel punto tutto va a seconda. Canzio noleggiati in Vado due baroccini monta egli stesso sul primo col Generale, che aveva ripreso per precauzione il suo vecchio nome di guerra di «Giuseppe Pane;» sul secondo vengon dietro gli altri tre compagni, e via allegramente tutti insieme alla volta di Livorno. E quivi pure il Generale non arrivava a tutti inaspettato. Entrato per vie remote in città, riposatosi alcune ore in casa degli Sgarallino, monta verso la mezzanotte sul legno da posta, che Adriano Lemmi aveva già apparecchiato, e a trotto serrato, senza voltarsi indietro, correndo senza posa quel resto di notte e tutta la mattina successiva, in sul mezzogiorno del 20 arrivava in Firenze.
Ad Empoli gli erano mossi incontro, già edotti del suo arrivo, Enrico Guastalla e Benedetto Cairoli; e tant’era la gioia che sfavillava dall’animo del Generale che buttandosi tra le braccia di Benedetto esclamò: «Di tante rischiate imprese che ho tentato in vita mia la più ardua e la più bella, e di cui sentirò un certo vanto fino che campi, è codesta mia fuga da Caprera.»
XI.
Descrivere la sorpresa, la scossa, la gioia e lo sgomento insieme, cagionati da quell’inaspettata apparizione, noi non lo sapremmo. Governo, Parlamento, cittadini, erano tutti sossopra. I telegrammi della vigilia avevano per l’appunto assicurato che Garibaldi era sempre a Caprera, non solo ben sorvegliato e custodito, ma anche un po’ ammalato e quindi costretto a rimanere in camera; e la mattina dopo eccotelo, come uno spettro balzato di sotterra, a Firenze. Fu detto subito che il Governo l’aveva lasciato scappare, e quanto non fosse vero lo sappiamo! Chi non l’aveva veduto non voleva crederlo. Vedutolo, il fáscino della sua persona riguadagnava tutti i cuori. Il popolo lo contemplava col superstizioso stupore con cui si contemplerebbe un redivivo: gli amici lo consultavano con ansietà: gli avversari lo interrogavano con rispetto: tutti gli si affollavano dintorno trepidi ed inquieti, come se egli portasse nelle pieghe del suo puncho i destini d’Italia.
E quel che è più, nessuna forza poteva pel momento opporglisi. Il Governo non esisteva più che di nome. Fin dal 18 ottobre ad Urbano Rattazzi, dopo aver respinto uno ad uno i partiti che il Governo francese pretendeva imporgli, ora dell’intervento momentaneo sul territorio pontificio per disarmarvi i Volontari; ora dell’intervento misto in Roma, francese e italiano, per tutelarvi il Pontefice e proporvi d’accordo la questione romana ad un Congresso europeo, non era rimasta aperta altra via che quella dell’intervento puro e semplice in Roma, non già coll’intento, dichiarava il Rattazzi medesimo, di tagliar colla spada il nodo della questione romana, ma di tutelare insieme alla indipendenza spirituale del Santo Padre gli interessi de’ Romani rimettendo nelle loro mani l’arbitrio delle loro sorti politiche. Come, però, al solo annuncio di questo disegno il Governo francese s’era tosto inalberato minacciando a sua volta di rioccupare Roma, e se avesse fatto un sol passo innanzi di intimar guerra all’Italia; così il Gabinetto Rattazzi, ridotto al bivio estremo, o di raccogliere il guanto di sfida della Francia, o di sottomettersi a’ suoi voleri, non avendo potuto trovarsi concorde nè sull’uno nè sull’altro partito, rassegnò i suoi poteri indicando al Re il generale Cialdini come l’unica persona politica che in quell’istante potesse succedergli.[361] Ma poichè d’altra parte il Cialdini, giunto in Firenze soltanto nella giornata del 21, era più lontano che mai dal riuscire nella composizione del Gabinetto, così il Rattazzi perchè non era più Ministro, il Cialdini perchè non lo era ancora, nessuno de’ due si sentiva l’autorità e la forza di porre le mani sul grande ribelle, il quale in poche ore era ridivenuto più potente che mai, e oramai padrone di tutti i suoi passi.
Il Cialdini, è vero, tentò nella mattina del 22, prima per mezzo del Crispi, poi direttamente egli stesso, di persuaderlo a fermarsi e a ritirarsi nuovamente nell’ombra, assicurandolo che la questione romana non sarebbe abbandonata, nè l’intervento straniero permesso; ma le scariche a polvere sulle corazze producono lo stesso effetto. Fermo, tenace più che mai nel suo proposito, banditi l’un dopo l’altro due nuovi appelli di guerra,[362] nel secondo de’ quali, credulo immantinente ad una fola, sparsa non si sa come, in Firenze, che i Romani fossero insorti, diceva: «A Roma i nostri fratelli innalzano barricate e da ieri sera si battono cogli sgherri della tirannide papale. L’Italia spera da noi che ognuno faccia il suo dovere;» arringato due volte dal suo albergo in Piazza Santa Maria Novella il popolo fiorentino, scompare improvviso come era venuto; e in sul pomeriggio del giorno stesso con un treno straordinario procacciatogli dal Crispi parte per Terni, dove saputo che il Cialdini ed il Rattazzi, postisi per un istante d’accordo, avevano dato ordine d’inseguirlo (inseguirlo fu detto, ma non raggiungerlo), sconfinò, in sul primo albeggiare del 23, da Passo Corese.