Nella sera stessa in cui Garibaldi arrivava a Terni, la tanto promessa e invocata e sudata insurrezione romana scoppiava;... ma ohimè! eterno apologo delle montagne partorienti!
A tutto rigore, nonostante i prodigi d’operosità e d’ardire del Cucchi e de’ suoi compagni, gli apparecchi dell’impresa non erano ancora compíti; e non foss’altro, le armi, quelle armi, senza le quali i congiurati romani si protestavano impotenti a qualunque sforzo, non erano per anco potute penetrare in Roma; e gli unici duecento fucili su cui gl’insorti potevano contare, dopo essere rimasti sepolti per alquanti giorni sotto la pozzolana della riva sinistra del Tevere, era parso grande fortuna disotterrarli e nasconderli in certa Vigna Matteini, a circa un miglio da Porta San Paolo. Però tutto l’arsenale dell’insurrezione consisteva in alcune serque di bombe Orsini e di rewolvers e in qualche barile di polvere. Ma il Comitato di Firenze a nome del Rattazzi stesso, il generale Fabrizi da Terni, tutti scrivevano o facevano dire al Cucchi: «una schioppettata, una sola schioppettata, per carità,» e la schioppettata fu tirata.
Nel disegno de’ congiurati, troppo a dir vero complicato, il più grosso drappello, guidato dal Cucchi stesso, doveva assalire il Campidoglio, e se gli veniva fatto d’impadronirsene, asserragliarvisi; un’altra squadra, comandata dal colonnello Bossi, tentare lo stesso colpo sul corpo di guardia di Piazza Colonna: Guerzoni con cento uomini condurre, sforzando la Porta San Paolo, il carico delle armi dalla Villa Matteini entro la città, e presso Campo Vaccino distribuirle: Giuseppe Monti minar la caserma Serristori: Francesco Zoffetti ed altri sette cannonieri inchiodare le artiglierie di Sant’Angelo: i fratelli Cairoli infine (benchè il loro magnanimo tentativo non potesse dirsi concertato, almeno quanto al tempo e al modo, col Comitato Romano) dovevan scendere pel Tevere fino a Ripetta, apportando ai Romani parte delle armi di Terni, e, quel che più montava, l’aiuto d’un manipolo di valorosi, le cui forze potevansi dire centuplicate e dalla prodezza singolare dei Capitani e dall’apparire inopinato.
E tutto ciò a giorno e ora fissa: il 22 ottobre alle ore sette della sera.
Se non che coteste fila erano troppe, perchè potessero essere tutte forti del pari e qualcuna spezzandosi non producesse lo sfasciamento dell’intera trama. La polizia era già in sull’all’erta: tutti i particolari forse non conosceva; ma pareva certa del giorno e dell’ora, e frattanto il generale Zappi, governatore di Roma, faceva murare sei delle dodici porte della città; raddoppiava i posti di Piazza Colonna e del Campidoglio; tratteneva in quartiere le truppe ed altre siffatte precauzioni. Però il Guerzoni (che in luogo dei cento promessi, compagni n’aveva sette), sorpreso quasi tosto nella Villa Matteini e assalito da una compagnia di Zuavi rinfrancata da Gendarmi e Dragoni, era costretto, dopo breve lotta, ad abbandonare le armi agli aggressori; l’assalto del Campidoglio, alla cui difesa stava nascosto il De Curten con due compagnie, fallì; quello di Piazza Colonna, dispersi i congiurati anche prima dell’ora, non potè nemmeno essere tentato; la caserma Serristori saltò in parte; ma gli Zuavi, quei medesimi che erano andati ad assalire Vigna Matteini, ne erano usciti; sicchè fu assai più il rumore che il danno; i Cairoli infine, del cui arrivo nè Cucchi nè alcun altro era stato avvertito in tempo, pervenuti nella notte del 22 con settantasei compagni all’altezza di Ponte Molle, e udito di là il fallimento della sperata sollevazione, eran stati costretti a tenersi rimpiattati nella notte fra i canneti della riva ed a cercarsi, alla prim’alba, un rifugio meno periglioso nella Villa Glori sui Monti Parioli. Scoperti anche colà, assaliti nel pomeriggio da un nemico tre volte soverchiante, piagato a morte Enrico, rotto da ben dieci ferite Giovannino, l’un fratello spirante nelle braccia dell’altro esangue, decimata in breve la più bella schiera di prodi che l’Italia da molto tempo avesse partorito, il campo restò al numero ed alla forza, miserabile conquista dei vincitori, ara perenne di gloria al sacro stuolo dei vinti.[363]
E tuttavia non fu quella la catastrofe più tragica di quell’infelice conato. Nel lanificio Ajani in Trastevere, alcuni patriotti avevano raccolte poche armi col proposito di usarle, se, come speravasi, Roma era decisa a ritentare la riscossa. Se non che scoperto per l’imprudenza d’un fanciullo il ricovero, circuita e battuta da ogni lato la casa, gli assaliti infiammati dallo spartano esempio di Giuditta Tavani-Arquati si preparano a disperata difesa. Combattono prima dagli abbaini, dalle finestre, dalle porte; poscia, penetrata l’onda degli aggressori, invase le scale, sfondati gli ultimi serragli che il furore aveva innalzati, il combattimento si muta in zuffa feroce, al pugnale, coll’ugne, co’ denti; dominante in mezzo a tutti la eroica Giuditta, che incuora, comanda, combatte, fino a che, già cadutole al fianco il marito e il figlio giovanetto, essa medesima ai replicati colpi soccombe, ingombrando con altri nove cadaveri la memorabile casa, fumante di orrida strage.
E il magnanimo fatto bastò esso solo a scontar l’inerzia di Roma nel 1867. Nè più operose e risolute s’eran mostrate le provincie. Viterbo, che da tanto tempo andava promettendo all’Acerbi, già grosso di mille uomini, di insorgere, non ne aveva ancora trovato, fino al 22, nè la forza nè la opportunità, sicchè il Prodittatore era sempre alla sua famosa Torre Alfina: Menotti, da parte sua, dopo il combattimento del 14 ottobre, sospettoso di nuovi assalti, costretto a cercarsi una stanza più propizia al vivere e all’ordinarsi, dopo aver errato un po’ alla ventura da Nerola a Monte Calvario e da questo a Pericle, finiva col riparare a Scandriglia nel territorio del Regno; similmente il Nicotera tra il 23 e il 24 mattina non s’era ancora mosso da Veroli; talchè quando Garibaldi giunse sul teatro della guerra trovò la insurrezione delle provincie paralizzata, quella della capitale soffocata, le bande scoraggite e disordinate; e insomma l’insieme della situazione anco peggiore di quella in cui l’aveva lasciata al suo partire per Caprera.
E tuttavia al suo giungere sul teatro della guerra uomini e cose risentirono tosto l’impulso della sua mano poderosa. Tutte le colonne del centro, tanto quella che Menotti aveva riportata a Scandriglia come le altre che stavano organizzandosi a Terni od erano già in cammino per passare il confine, ricevevano tutte insieme e nel giorno stesso (22 ottobre) l’ordine di muovere senza ritardo e di venirsi a concentrare a Monte Maggiore e Passo Corese. Però la sera del 25 Garibaldi stesso poteva telegrafare al Comitato Centrale di Firenze: «Occupo Passo Corese e Monte Maggiore con le forze riunite di Menotti, Caldesi, Salomone, Mosto e Friggesy.» Concentramento, diciamolo subito, ammirabile, favorito di certo dalla inerzia de’ Pontifici, ma che per la rapidità di pensiero con cui fu concepito e d’azione con cui fu eseguito, merita nota come quello che assicurava al piccolo esercito insurrezionale la prima condizione della vittoria: l’unità delle forze.
Ma che cos’erano codeste forze di cui parla il telegramma di Garibaldi, com’erano formate, ed a quanto salivano?
Che fossero colonne, quali di due, quali di tre o quattro battaglioni formanti, come i Bersaglieri dell’esercito, unità tattica ed amministrativa da sè, ma riuniti sotto il comando dei colonnelli già nominati, lo possiamo dire; ma conoscere ed accertare a quanto ascendessero i loro uomini, cioè, per dirla militarmente, a quanto sommasse la loro forza, fu impossibile cosa a noi, ma crediamo lo sia stato, e lo sarà sempre ai comandanti stessi, allo Stato Maggiore e a tutti quanti ebbero tra le mani alcune delle fila di quel lavoro di Penelope[364] a cui s’era ridotto, per le ragioni già discorse, l’organismo dell’esercito insurrezionale. Pure non temiamo dilungarci troppo dal vero tenendoci intorno ai settemila uomini.