Garibaldi intanto andava molinando come prendere di notte e per sorpresa Monte Rotondo. È desso l’antico Eretum, poi feudo degli Orsini, dei Barberini, dei Grillo ed ora dei Montefeltro, una delle solite cittaduzze della Comarca, lanciata sopra un’altura se non inaccessibile, molto ardua di certo, ricinta da mura non a prova di cannone ma tali da scoraggiare le scalate; ha due porte massicce e gagliardamente sbarrate; ha nel centro, ultimo ridotto, un castello quadrato, solido, fitto di finestre e di feritoie d’ogni guisa: è posizione forte per sè, non solo, ma chiave di posizioni; guarda e domina, a occidente la grande via Salara e la ferrata; a mezzogiorno, per mezzo di Mentana, la Nomentana e Tiburtina, e tutte insomma le principali vie strategiche che dalla sinistra del Tevere sboccano in Roma; munito d’artiglieria, può essere buon punto di ritirata e di difesa a chi lo possiede, un cimento per chi deva impadronirsene, una minaccia per chi l’abbia alle spalle, e finchè si parli o si scriva d’arte militare, resterà sempre arduo il comprendere come lo Stato Maggiore pontificio o non l’abbia guernita anticipatamente di tutte le forze capaci d’una lunga difesa, o, quello che tornava ancora più opportuno appena Garibaldi vi apparve dattorno minaccioso, non siasi tenuto pronto a spedirvi da Roma un nerbo di truppe sufficienti a sostenere gli assediati ed attaccare sul fianco gli assalitori. Lasciarono invece che Garibaldi facesse a sua posta un giorno ed una notte, nè si decisero a partire da Roma che la mattina del 26, due ore dopo che Monte Rotondo aveva già capitolato.
Fallita però, per le consuete ragioni per cui falliscono quasi sempre tutte le imprese notturne, la sorpresa ordinata per la notte del 24, non restò che l’attacco di fronte e fu ordinato per l’alba del 25.
A difesa di Monte Rotondo stavano circa trecento uomini, tutti della Legione d’Antibo, ed ora può ben dirsi, tutti dell’esercito francese, alcuni gendarmi e dragoni a cavallo e due pezzi di artiglieria da sedici. Avevano asserragliate le porte, aperto nelle mura un ordine di feritoie, occupate le finestre delle case che sovrastavano, e non sappiamo se ignorando la presenza di tutto l’esercito di Garibaldi o per alto sentimento d’onore militare, s’apprestarono a vigorosa difesa.
Le colonne di Valzanía, Mosto, Friggesy e Caldesi, erano destinate all’assalto; quella di Salomone fu lasciata a guardia della stazione della ferrovia e della Salaria, d’onde era buona regola attendersi da un istante all’altro un attacco di fianco. Il lato scelto all’attacco fu il meridionale e la Porta San Rocco, ma pare che la scelta non fosse bene ponderata. Se la posizione nemica fosse stata meglio riconosciuta, si sarebbe scoperto che dal lato occidentale, dove le mura cessano e le case cominciano, gli approcci erano assai più agevoli e la presa più facile e meno costosa. Assalita invece di fronte, nel suo punto più forte, dovea essere pagata al caro prezzo di diciannove ore di combattimento e del sangue più prezioso.
Valzanía e Caldesi attaccarono con parte delle loro genti dalla destra, appoggiandosi al convento di Santa Maria; Mosto co’ suoi Genovesi veniva di fronte; da sinistra, sboccando dal convento de’ Cappuccini, Friggesy; Menotti dirigeva, sotto gli ordini del padre, l’azione generale. Malgrado che i nostri soperchiassero di numero, era sempre un combattimento disuguale. I nemici al sicuro dietro le feritoie e armati di squisite armi di precisione; i nostri a petto nudo, scoperti, veri bersagli viventi ai tiri nemici, armati di quegli arnesi che tutti sanno, affranti per giunta dagli stenti per le rapidissime marcie di due giorni, gittati a cozzare contro pareti inaccessibili che vomitavano la morte! pure andavano e morivano al grido di Garibaldi e d’Italia, lietamente. Gli ufficiali, è vero, brillavano tra i primi nello sbaraglio, e molti di loro, i Mosto, i Martinelli, gli Uziel, i Sabbatini, i Giovagnoli cadevano quali morti e quali feriti. Ma tutta la giornata era trascorsa, la sera stava per calare e il nemico continuava il suo fuoco micidiale e non dava alcun segno di resa.
«Ma pur bisogna vincere, grida Garibaldi, bisogna vincere stanotte,» e ordinava che si raccogliessero in fretta tutti i mezzi per incendiare la porta. Ed ecco subitamente ufficiali e soldati formare una mobile catasta di legne e zolfo, e fattasi di quella al tempo stesso una barricata e un brulotto, sospingerla, sotto il grandinar incessante delle fucilate, contro la porta e appiccarvene le fiamme. La porta verso le otto cominciò ad ardere, ed a mezzanotte cascava già carbonizzata e sfasciata da tutte le parti. Però anche questa operazione era costata molte vite generose, tra le quali il capitano Sabbatini di Sogliano, perocchè il nemico non aveva mai smesso un momento dal trarre contro gl’incendiari. Alla fine appena scavato un pertugio i Volontari, proprio come onda che abbia trovato la stura, vi si precipitarono dentro. I Dragoni nella loro caserma esterna si arresero; ma gli Antiboini serrati nel castello non vollero udir parola di dedizione, e appena albeggiato ricominciarono a moschettare, e con fuoco più terribile, i Garibaldini stipati per le strade, onde fu forza rizzare una barricata e appiccare l’incendio anche alla porta del castello. Allora minacciati essi pure dalle fiamme, veduto ormai svanire l’ultimo raggio di quella speranza di soccorso che forse li tenne in vita, verso le nove del mattino stesso alzarono bandiera bianca, e la resa fu stipulata.
Caddero tutti, senza onore d’armi, prigionieri di guerra, lasciando i due cannoni con poco più di settanta cariche e tutte le altre munizioni da bocca e da guerra che possedevano. Una compagnia li scortò a Passo Corese e li consegnò alle truppe italiane, primo ed ultimo trofeo della campagna. Ai nostri questa giornata costò centoquaranta feriti e quaranta morti, cifra che ci venne confermata dal Medico Capo del corpo sanitario dell’esercito insurrezionale, e che possiamo ritenere esatta.
Verso le undici antimeridiane del giorno stesso una colonna di Pontificii di circa duemila uomini di tutte le armi, zuavi, antiboini, cacciatori esteri, mezzo squadrone di dragoni, e mezza sezione d’artiglieria, con tutto comodo, con tutta placidezza, usciva da Porta Pia per andare in soccorso dei difensori di Monte Rotondo, e arrivava verso le quattro del pomeriggio presso alla stazione. Ivi gli avamposti di Salomone accolsero la testa di colonna a fucilate, ond’essa, avvedutasi che tutto era finito su a Monte Rotondo, con molto disordine, quasi tornasse da una rotta (noi stessi ne fummo testimoni oculari) rientrò il giorno dopo in Roma.
XIII.
La giornata di Monte Rotondo produsse lo sgombro di tutto il territorio pontificio e la ritirata dell’intero esercito dietro i ponti del Tevere e del Teverone, onde facevasi omai evidente che tutto lo sforzo papale andava a concentrarsi nella difesa delle mura di Roma, le quali in tutta fretta erano state guernite di batterie e di fortilizi d’ogni natura.