E libera per tal modo la campagna, Acerbi, cui era fallita due giorni prima (24 ottobre) una sorpresa di Viterbo, se ne impadroniva nella giornata stessa di Monte Rotondo senza colpo ferire, insediandovi la prodittatura e proclamandovi i plebisciti; altrettanto faceva a mezzodì il Nicotera, il quale, dopo l’eroico sacrificio di Raffaele Benedetto e de’ suoi ventidue compagni a Monte San Giovanni, campeggiato altri due giorni nei dintorni di Veroli, saputa sgombra di nemici tutta la provincia di Velletri vi si gettava tosto con tutte le sue genti; trionfando il 28 a Frosinone, il 30 a Velletri, dove egli pure, colla proclamazione dei plebisciti, dissipava i maligni sospetti insorti sul colore della sua bandiera.
Stando così le cose, Garibaldi, regalato un giorno di riposo a’ suoi Volontari, lasciato un battaglione a Monte Rotondo, un altro a Mentana, e speditone un terzo col colonnello Pianciani a Tivoli, ordinato alle colonne dell’Acerbi e del Nicotera di raggiungerlo, mosse difilato con tutte le sue forze verso Roma. La sera del 27 pernottò a Fornuovo: il 29 portò il suo quartier generale a Castel Giubileo, spingendo i suoi avamposti oltre a Villa Spada in vista del ponte Salario, a pochi tiri dall’inimico. I Pontificii pare l’attendessero da questo lato, giacchè Porta del Popolo, Porta Salara e Porta Pia e tutte le ville attigue, la Torlonia, la Patrizi, la Ludovisi, erano state guernite di pezzi coperti e occupate da compagnie imboscate. Monte Mario, contrafforte formidabile che munisce l’entrata di Porta del Popolo, era pure stato posto in istato di difesa, ed una specie di campo trincierato vi si andava alacremente costruendo.
Garibaldi vide le difficoltà e passò tutta la giornata del 29 a studiarle. Tuttavia una falsa notizia, recatagli da un bugiardo messaggiere, «che Roma fosse pronta a ritentare nella notte dal 29 al 30 una seconda riscossa,» lo indusse a persistere nel primo divisamento di attaccare Monte Mario, e pensando rincorare colla promessa di un vicino aiuto i Romani, ordinò si accendessero molti fuochi lungo tutta la linea del campo e si preparassero quante barche potevasi, per il passaggio del Tevere. A chi scrive queste linee toccò l’amaro ufficio di far sentire a Garibaldi, addormentatosi nella forte speranza della battaglia, la sgradita sveglia della delusione. Tutto era spento in Roma. I Romani non potevano fare e non avrebbero fatto di più; chi gli aveva portato quel messaggio era od un ingannato od un ingannatore. Garibaldi ci diede ascolto, e gli eventi risposero se noi avevamo detto il vero.
Allora il Generale si volse ad altri pensieri. Stare accampato lungo le umide rive d’un fiume, senza avanzarsi nè retrocedere, a nulla approdava e molto poteva nuocere, specialmente alla salute de’ soldati, e tutto consigliava a prendere stanza in qualche luogo sicuro e difeso, centrale tra le due colonne di destra e sinistra che dovevano raggiungerlo, aspettando l’occasione propizia per riprendere più decisamente le offese.
Gli restava per altro a riconoscere la postura e il contegno dell’inimico dall’altra parte della città, vedere fino a qual segno fossero guardati i ponti sul Teverone, e infine scandagliare lungo la via il punto più debole per l’assalto futuro.
A tal uopo, la mattina del 30, scortato da due battaglioni di Carabinieri genovesi sotto gli ordini di Burlando e Stallo, da una dozzina di guide e dal suo Stato Maggiore, guidò egli stesso la divisata ricognizione su Ponte Nomentano. Menotti con tutte le sue genti, meno un battaglione rimasto a Castel Giubileo, dovea marciare più tardi in sostegno della ricognizione. E in questa breve e quasi oscura operazione, parve ancora una volta quell’acume militare e quella famigliarità col campo di battaglia, onde Garibaldi terrà mai sempre, contrastato o no, il primo posto tra i primi capitani del mondo.
Egli stesso in un bullettino, che noi scrivemmo sotto la sua dettatura nel suo quartier generale di Monte Rotondo, faceva con brevi e scolpite parole la storia di quella giornata.
«Monte Rotondo, 31 ottobre.
»Ieri, alle sei antimeridiane, giunse una scoperta nostra di pochi uomini a cavallo al Castello dei Pazzi, ed una guida nostra assieme ad un ufficiale di Stato Maggiore, entrati per i primi, s’incontrarono petto a petto con una pattuglia di Pontificii, l’attaccarono co’ rewolvers e la misero in fuga. La guida nostra ebbe una palla nel petto che lo sfiorò felicemente, e fu ferita di poco momento.
»La scoperta era seguita dal primo battaglione di bersaglieri nostri che occuparono il castello suddetto ed il Casale Ceccina. Dopo un’ora circa di soggiorno in quel sito, due colonne di Zuavi e di Antiboini sboccarono una dal Ponte Nomentano e l’altra dal Ponte Mammolo.