»I nostri, collocati in posizione dal Casale suddetto al Castello, ebbero ordine d’aspettare il nemico a bruciapelo.
»I nemici avvicinandosi a destra e sinistra della posizione ci fecero molti tiri da destra a cui non fu risposto; solamente verso sera avvicinandosi alcuni Pontificii per la destra, furono sparati alcuni tiri, i quali uccisero quattro uomini e non si sa quanti feriti.
»Noi abbiamo tre feriti leggermente. Così passò la giornata e si tennero le posizioni fino alla notte, a un tiro di carabina dal Ponte Nomentano.
»Non essendo l’obiettivo se non che di riconoscere la posizione del nemico sul Teverone, quella notte si diede ordine di ritirarla su Monte Rotondo, lasciando una quantità di fuochi accesi sulla linea. La ritirata si fece in buonissimo ordine, e questa mattina il nemico, credendo che occupassimo ancora le nostre posizioni, vi fece una quantità di cannonate al vento.
»I nostri Volontari scalzi ed affamati si stanno rifocillando in Monte Rotondo e contorni. Il loro contegno di ieri in presenza del nemico fu ammirabile.
»G. Garibaldi.»
Se Garibaldi si fosse lasciato tentare a rispondere con una sola fucilata alle tante che il nemico c’inviava, o se un solo volontario lo avesse disubbidito, noi avremmo dovuto accettare il combattimento, trecento contro le migliaia, in un terreno scoperto e in parte sconosciuto, separati dalle nostre linee (almeno fino all’arrivo di Menotti) mediante un vasto tratto di campagna, e non solo la giornata, ma Garibaldi stesso sarebbe stato posto a grave pericolo. E già poco mancò non lo fosse nel mattino stesso, giacchè fra i primi entrati nel cortile de’ Pazzi v’era Garibaldi in persona! Una palla di un mercenario, e Garibaldi spariva oscuramente sotto le volte d’un castellaccio abbandonato della Comarca romana! Ma il colpo d’occhio di quell’uomo e la fede in lui salva tutto. Gli stette sempre al fianco, interprete intelligente e risoluto de’ suoi ordini, un altro veterano di battaglie rivoluzionarie, il generale Fabrizi, arrivato al campo dal mattino soltanto a riprendere il suo posto di capo di stato maggiore, che Garibaldi gli aveva meritamente conservato.
Questa marcia avanti e indietro, quella ritirata su Monte Rotondo non piacque ai Volontari; e se la parola ai militari sembra strana, chi fu volontario la comprenderà. Il piacere o non piacere, il benedire o maledire, il discutere i movimenti, i disegni, i comandi, il rerum cognoscere causas è uno dei bisogni invincibili e degli abiti incurabili delle baionette intelligenti. Perchè si fosse andati fino a Ponte Nomentano ognuno press’a poco presumeva comprenderlo; ma perchè senza sconfitta, quasi senza combattimento, si desse addietro, e addietro fino a Monte Rotondo, questo nessuno poteva metterselo in capo. E il non intendere rendeva grave e svogliato l’ubbidire. Quindi i commenti, le interpretazioni, le censure, le querimonie infinite. Chi voleva che la ritirata ci fosse imposta dal Governo italiano, e che il ritorno a Monte Rotondo significasse dissoluzione; chi sosteneva che Garibaldi stesso, riconosciuta l’impossibilità di prender Roma con quelle forze, abbandonava l’impresa; e chi andava più innanzi e faceva già sparito, già arrivato a Firenze il Generale, il quale per smentire la puerile diceria, era costretto a mostrarsi e a parlare; chi ci vedeva una tregua, chi un acquartieramento, pochissimi una manovra, ed infine, cosa assai più grave, chi gettava in mezzo ai crocchi dei novellieri e dei disputanti la notizia, vera pur troppo, dell’arrivo in Roma de’ Francesi, e portava così al colmo il malumore, la confusione e lo scoramento.
Pure finchè non erano che ragionari di giovani, o queruli, o curiosi, ma onesti, si potevano presto quetare; una parola di Garibaldi, un ordine del giorno, una promessa qualunque, li avrebbe persuasi: ma in mezzo al fiore degli schietti ed ingenui v’era la mondiglia dei tristi, dei maligni, dei corruttori, degli spacciatori di bugiarde notizie, degli agenti segreti e prezzolati della dissoluzione; peste che aveva ammorbato fin dal loro nascere quelle avveniticcie milizie. Lo sfasciamento pertanto cominciò da costoro e si propagò in breve anco a’ meno peggio; laonde al toccar Monte Rotondo era già visibile e grande. I Volontari, quali col fucile, quali senza, a lor beneplacito, senza chiedere nè accettare licenza, se ne andavano a coppie, a squadre, e per far più presto, giunti alla svolta della strada di Monte Rotondo, non la salivano nemmeno e continuavano su per via Salaria verso il confine. L’onesto partiva dicendo: «Poichè a Roma non si va più, stia ne’ quartieri chi vuole;» il mariuolo partiva pensando: «Poichè non v’è più nulla da bottinare costà, a Roma, ci pensi chi vuole,» e quali istigando, quali scimmiottando, tutti persuadendosi a vicenda che la era finita, e non restava altro da fare, a drappelli, a frotte, se la svignavano. Lo sfacelo durò così vasto e crescente fino alla mattina del 2. In quel giorno però, la voce sparsa d’una marcia in avanti, una rivista passata da Garibaldi, lo sforzo de’ buoni ufficiali rimasti fedeli al posto, lo arrestò. Frattanto potè ben dirsi che circa 2000 uomini erano sfumati a quel modo.[365]
Però finchè la defezione non era che dei tristi, anzichè impedirla era da incuorarla; ma il male era che nè i tristi se n’andavano tutti, nè i buoni restavano tutti; onde si era minacciati dei danni dello sfacelo senza i vantaggi che sarebbero derivati da uno spurgo generale, fatto con criterio e con energia, degli elementi morbosi che infracidavano il corpo anche nelle sue parti più sane. In altre parole, la diserzione complicava anzichè risolvere il problema della riorganizzazione, e lo rendeva sempre più urgente e pericoloso.