A questo problema però quanti avevano coscienza dello stato vero delle cose, da Garibaldi all’ultimo ufficiale, s’erano dati gravemente a pensare. Il generale Fabrizi, aiutato da Alberto Mario, lavorava alacremente a ordinare il suo stato maggiore, e la prima opera a cui mostrava intendere era la riorganizzazione. Un tribunale militare con poteri eccezionali era improvvisato, e se non gli fosse venuto meno il tempo, avrebbe fatta rigorosa giustizia; la ferrovia tra Orte e Corese già interrotta, era restaurata, e l’arrivo de’ più indispensabili oggetti d’equipaggiamento, elemento principalissimo d’ogni organizzazione, affrettato. Si tentava inoltre di formare una scelta e numerosa guardia del campo, posta agli ordini d’un capo energico ed autorevole che avrebbe dovuto fare la polizia dell’esercito, che ne avea tanto bisogno, e marciando col quartier generale proteggere la persona di Garibaldi, ad ogni momento esposto a’ più rischiosi sbaragli.

E tutto ciò era un nulla, a petto del vero, del supremo problema dominante tutti gli altri. Che si faceva a Monte Rotondo? Che si faceva oggimai nello stesso Agro romano? Al Cialdini, cui la composizione di un Gabinetto di conciliazione era fallita, subentrava il generale Menabrea con un Ministero così detto di resistenza, il cui primo atto era stato un bando del Re che apertamente sconfessava il conato garibaldino e del quale furono ben tosto chiaro commento lo scioglimento del Comitato centrale di soccorso, la fermata al confine dei viveri diretti al campo garibaldino, il consenso all’intervento francese in Roma, e la sottomissione infine a tutti i voleri dell’imperatore Napoleone III e alle disfide oltraggiose de’ suoi ministri.[366]

Infatti tra la sera del 30 e la mattina del 31 la voce era cominciata a propagarsi che i Francesi fossero sbarcati a Civitavecchia, anzi già entrati in Roma, e quantunque al generale Garibaldi nessuno avesse pensato a darne l’annuncio ufficiale, la sola probabilità del fatto era anche per l’eroe più temerario d’una importanza capitale. Infine contemporanea a quella notizia ne era corsa subito un’altra, che le truppe italiane avessero varcato la frontiera pontificia occupandovi i punti più prossimi, col mandato, dicevano i dispacci del Menabrea, di tutelarvi l’ordine, di evitare ogni cozzo colle truppe francesi e di procedere, potendo, d’accordo con esse.

Ora la gravità di questi fatti era manifesta a chicchessia. La impresa garibaldina veniva a trovarsi interamente abbandonata a sè stessa, posta da un giorno all’altro al cimento di dover combattere, insieme al pontificio, l’esercito francese e fors’anco scontrarsi coll’italiano, giacchè le intenzioni del Governo di Firenze non erano su questo proposito ben chiare. Che fare? Garibaldi non era mai stato così cupo e cogitabondo! In quella mattina del 31 parecchi amici, tra i quali Cairoli e Guastalla, venuti da Firenze a visitarlo a Monte Rotondo, l’avevano consigliato a desistere da una lotta, il cui ultimo resultato non poteva essere oramai che un infruttuoso e cruento sacrificio; ma ciò che appariva semplice e chiaro ai più volgari, non lo era altrettanto agli occhi dell’Eroe! Cedere in faccia allo straniero fino allora sfidato; cedere senza aver tentato un supremo sforzo per riafferrare la vittoria, o almeno glorificare la sconfitta, non era da lui! E non era nemmeno il parere degli amici militari che l’avevan seguito fino allora. Anche per essi, come per Garibaldi, l’impresa non per anco era disperata, la resistenza poteva essere ancora possibile, tanto più che a nessuno era dato prevedere quale sarebbe stato il sentimento dell’Italia innanzi ad una guerra combattuta da’ suoi figli, anco con mediocre fortuna, contro uno straniero invasore! Però Garibaldi, concorde con tutti i principali suoi Luogotenenti, deliberò di continuare la lotta a oltranza; e nel 31 stesso provvide al da farsi.

Se non che prendere quella risoluzione e veder che Monte Rotondo non era più stanza adatta ad una campagna di guerriglie, di volteggiamenti, di meditati indugi e di accorte ritirate, quale era quella cui bisognava prepararsi, fu per Garibaldi un punto.

Posizione forte contro la fanteria Monte Rotondo non lo è più quando abbia di contro un nemico munito d’artiglierie, che possa coronare le alture circostanti e batterlo in breccia da ogni punto. Però i veri pericoli della dimora a Monte Rotondo, senza dire che le lunghe scorrerie militari l’avevan dissanguato d’ogni cosa necessaria al vivere quotidiano, eran principalmente queste: la troppa vicinanza al confine che apriva una comoda via al flusso già cominciato delle diserzioni; la sua posizione isolata e facilmente aggirabile, la quale non lasciava ai difensori altra scelta che di seppellirsi uno ad uno sotto le sue pietre o di capitolare a discrezione.

L’abbandonarlo dunque era più che saggezza, necessità; e poichè d’altro canto Tivoli era città prossima a Roma quanto Monte Rotondo, in posizione ancora più forte, con un fiume davanti, una catena di contrafforti a’ fianchi, due o tre strade di ritirata in caso di rovescio; più lontana da Acerbi, ma più vicina a Nicotera; un vasto territorio alle spalle; popolosa, ampia, fornita di vettovaglie, così Garibaldi prescelse Tivoli.

XIV.

Tuttavia, convien confessarlo, il Generale prima di risolversi al partito che da ogni parte gli veniva proposto, ed egli stesso aveva chiaramente indovinato, esitò. Qual pensiero lo trattenne? Noi nol potremmo mallevare: appena ci periteremmo a supporre che egli sperasse ad ogni istante di veder l’esercito italiano marciare contro il nuovo invasore e chiedergli così ragione del violato suolo della patria. Nessuno stupisca: son pensieri di Garibaldi! Il condottiero di Volontari che lietamente si sarebbe messo alla coda dell’armi nazionali, non voleva con una mossa apparentemente ostile aggravare la situazione politica, nè guastare quelle che per lui erano buone intenzioni del Governo italiano e nelle quali ancora confidava. Comunque, l’esitazione di Garibaldi, fosse pur figlia d’un’alta e patriottica ragione, pesò sulla bilancia degli eventi che il futuro prossimo maturava.

Nel dopo pranzo del 2 novembre parecchi messaggeri al quartier generale recarono che le truppe pontificie, non si diceva ancora le francesi, si apparecchiavano ad uscir da Roma per venire ad attaccare i Garibaldini a Monte Rotondo. Queste notizie, sebbene non certe, tolsero Garibaldi ad ogni incertezza, e tutte le disposizioni per la marcia su Tivoli furono prese, caute e sapienti come l’arte più rigorosa poteva suggerire.