E non parea vero! — Triste ritornello che ci torna sulle labbra e ci riempie ancora di tutta l’amarezza di quell’ora! I Francesi inoltravano così lentamente, con tanta cautela, con tale peritanza da non riconoscergli più; non diciamo poi degli Zuavi, degli Antiboini e di tutta la restante masnada. Non una carica, non una mossa risoluta da que’ superbi soldati dell’Impero! Volevano avvilupparci e non osarono; intendevano pigliarci tutti, compreso Garibaldi, e non seppero. Padroni del campo, baionettarono i feriti; questo sì; ma bravura no! Erano diecimila contro quattromila, e se quando incominciò la nostra rotta, un solo sottotenente avesse cacciato su di noi il suo pelottone, ci avrebbe con pochi uomini presi tutti prigionieri! Ma dov’erano gli ufficiali francesi? dove le cariche decantate di Malakoff e di Solferino! In quel supremo istante un’amara parola ci uscì dalle labbra, e la ripetiamo ancora perchè dipinge Mentana a quattro ore pomeridiane: È un combattimento fra gente che fugge e gente che non s’avanza.

Perocchè, vogliamo dire anco questo a onore della verità e per lasciare ai valorosi una gloria senza mistura, anche fra i Volontari ci furono le centinaia di bravi che pagarono per tutti, ma il grosso del corpo non si battè. E infatti come si sarebbe battuto? Il coraggio è dovere, onore, patriottismo, ordine, disciplina, e non era certo da quell’immondo lezzo che potevano scaturire queste virtù. Finchè a vincere bastarono i pochi, i pochi ci furono e ammirandi: quando occorsero tutti, i più mancarono e travolsero nella disfatta i migliori.

Non restava ormai altro partito che la ritirata su Monte Rotondo, e fu operata sotto la sinfonia merveilleuse dei fucili Chassepot. Però, sia ridetto per isbaldanzire ancora una volta un nemico che non seppe aver rispetto nè pei vinti, nè per la verità, i tiratori francesi erano circa a dugento passi dalla via che percorrevamo, vedevano noi a occhio nudo, come noi essi, e non osarono scendere sulla strada.

In Mentana però tutto non era finito: un millecinquecento uomini circa vi restavano sempre; e quali per paura d’uscirne, come coloro che fin da principio corsero a rimpiattarsi nelle case; quali per non saperne trovare la via, come i tardivi o gli sbandati: quali per vender cara la libertà e la vita, come i Bersaglieri di Burlando, che, dopo aver bravamente combattuto tutta la giornata, si buttarono con un centinaio d’altri compagni nel castello e vi si rinchiusero; quali infine per non voler disperare della vittoria, come i Carabinieri livornesi, che già caduto il sole, ultimo quadrato di Waterloo, combattevano ancora; venivano tuttavia per ragioni e con propositi diversi a formare una massa che a prima giunta, a nemico non bene certo della vittoria, poteva parere temibile.

E infatti di fronte a questa folla di feriti, di dispersi, di nascosti, di impotenti, i generali franco-papali s’arrestarono; e non solo non ardirono entrare in Mentana, ma, vedi sapienza! sospesero persino una ricognizione che avevano ordinato per quella sera, accontentandosi di mettere le gran guardie a un mezzo tiro di fucile dal paese.[369] E questo lo scrive proprio il generale francese, e il fatto conferma, almeno in questo punto, il suo rapporto. Una cosa sola inesatta sfuggì al signor De Failly, «che egli dormì sul campo di battaglia.» Il valente Generale dimenticò che il campo di battaglia era Mentana stessa, e che egli per quella notte dormì fuori.

Garibaldi non l’avrebbe mai immaginato, e convinto che Mentana sarebbe stata nella sera stessa in potere del nemico, vedendo omai vana, e più per le ragioni politiche che per le militari, ogni altra resistenza, ordinò per la sera stessa la ritirata di tutto il corpo (circa tremila uomini) su Passo Corese. Egli sapeva, come noi tutti, che a Passo Corese l’attendeva la catastrofe, ma non sarebbe stato da uomini, poichè la era inevitabile, il differirla con un infecondo spargimento di sangue, o con un ludo teatrale di gladiatori, mascherarla.

Al mattino seguente, 4 novembre, al primo apparire del 59º reggimento francese, che, sotto gli ordini del tenente colonnello Bresolles, marciava in ricognizione sopra Mentana, una bandiera bianca issata sul castello annunziava che i Garibaldini ivi rinchiusi intendevano capitolare, e furono tosto intavolate le negoziazioni. Il maggiore Burlando per i suoi stipulò che tutti i Volontari chiusi in Mentana avrebbero deposte le armi e sarebbero stati ricondotti al confine italiano da una scorta francese. I generali franco-papali mostrarono intendere, ed amiamo ancora crederlo, per l’onore di Francia, incolpevole equivoco, che pei soli rinchiusi nel castello fosse pattuito il partire così, laonde tutti quelli che trovarono per le vie di Mentana, circa ottocento, li ritennero prigionieri di guerra e li portarono, trofeo non legittimo, in Roma.

Ridire poi tutte le prove di valore e di sacrificio sarebbe impossibile: empirebbero un poema. I settanta Carabinieri livornesi, la vecchia guardia della giornata, lasciarono circa la metà de’ loro sul terreno, fra i quali dodici morti, dei quali troviamo in un album pietoso registrati i nomi che ci par sacro ripetere.[370] Era stato degno di comandarli fino all’ultimo istante, fino a che gravemente ferito ad un braccio cadde egli stesso, Carlo Mayer, nome in Livorno onorato, già soldato e ferito d’altre campagne, colto intelletto e nobile cuore, fra i rari superstiti di quella generazione di veri volontari, di veri patriotti, e, sia pur detto, di veri uomini, che le battaglie della vita, più ancora che le battaglie del campo, vennero decimando. Cantoni di Bologna, il conte Bolis romagnuolo, bravamente morirono. Egisto Bezzi, di cui basta il nome, Adami livornese, Stallo genovese, Erba e Vigo Pellizzari di Milano, molti altri de’ quali il nome non si conosce, caddero feriti e con uno stuolo non meno ammirando di usciti illesi per prodigio da ogni più disperato sbaraglio, confermarono al nome italiano l’immortalità del valore.

Che cosa faceva intanto il colonnello Paggi co’ suoi tre battaglioni? Aveva egli scoperto il nemico, aveva visto il combattimento, aveva sentito la fucilata ed il cannone? Tanto Menotti Garibaldi quanto il generale Fabrizi gli mossero ne’ loro rapporti grave censura per non aver prima d’ogni altra cosa avvertita la marcia dell’esercito franco-papale per via Nomentana, e non essere disceso, una volta impegnato il combattimento, ad attaccare il nemico alle spalle.

Ma il colonnello Paggi in un suo rapporto, edito da’ giornali, s’è giustificato adducendo che il nemico, girando per le posizioni di Casale e Romitorio su Mentana, passò lontano da’ suoi avamposti otto miglia: che Monte Porci e Monte Lupari, oltre che essere anch’essi assai lontani e fuor d’ogni vista dalle accennate posizioni di Casale e Romitorio, erano stati il giorno prima per ordine di Menotti stesso abbandonati: che egli era stato mandato ad occupare Palombara fuori affatto di linea, mentre dovea occupare il monte Palombino dominante la strada; che infine egli avea udito il cannone soltanto verso il tocco e mezzo, ma che non avendo ricevuto alcun ordine di muoversi, stimò di non poterlo fare sulla sua responsabilità.