Non si potè naturalmente partire che a mezzogiorno. Garibaldi poco prima aveva spedito un altro messo all’Orsini, subentrato al Nicotera, perchè sollecitasse la sua marcia su Tivoli, e quando vennero ad avvertirlo che tutto era pronto per la marcia, si mosse senza dir verbo, pensieroso e triste, zufolando per le scale una sua vecchia canzone d’America,[367] quasi volesse dai ricordi di quei giorni gloriosi trarre gli auspicii del destino al quale andava incontro. Indi montò a cavallo ed al galoppo, cosa insolita in lui, passò via, rapido e silenzioso davanti ai battaglioni schierati in battaglia lungo la strada di Mentana, e poco dopo dietro a lui tutta la colonna si pose in cammino.
Il servizio d’esploratori e fiancheggiatori, oltre ad un manipolo di guide mal montate e per la maggior parte nuove a quel delicatissimo servizio, fu affidato al 1º battaglione dei Bersaglieri genovesi, comandati dal maggiore Stallo. Dietro dovevano seguire, sempre come avanguardia, i due altri battaglioni di bersaglieri, il 2º de’ Genovesi, comandato da Burlando, e il 3º dei Lombardi e Romagnoli comandato da Missori, e con essi la compagnia de’ Carabinieri livornesi, forte non più di 70 uomini, sotto gli ordini del capitano Mayer. Ora senza rivangare qui le molte ragioni che possono avervi influito, ma incontrastabilmente per la principalissima che la distribuzione del mattino avea disturbato le ordinanze, il fatto sta, e importa notarlo, che tra l’avanguardia e il corpo principale sparì, appena staccata la marcia, ogni intervallo, talchè persino l’estrema punta del maggiore Stallo non potè che assai malamente adempiere all’ufficio suo di scoprire il nemico e di proteggere la testa e il fianco della colonna marnante. D’altra parte il colonnello Paggi, che avea spedito al comando generale a prendere nuove istruzioni, riceveva firmato dal signor Berna, capo di stato maggiore del colonnello Menotti, l’ordine di lasciare Monte Porci e Monte Lupari e di andare colle stesse forze ad occupare Palombara (se il Paggi aveva letto bene), paese a settentrione delle posizioni prima occupate, rivolto a tutt’altra direzione e che nulla avea a che fare nè colla via Nomentana nè con nessun’altra via onde il nemico potesse sboccare. Quest’ordine accrebbe nella mente del Paggi la confusione, laonde la sorveglianza che egli stesso dovea esercitare sulla via Nomentana, divenne disforme interamente dalle istruzioni del Generale in capo, e affatto illusoria. A sommar tutto, gli ordini chiari, accurati e precisi dati da Garibaldi non furono che imperfettamente eseguiti e negligentemente sorvegliati, onde non sarà gran meraviglia se il nemico potrà quasi improvviso piombare sulla testa della colonna garibaldina e prima ancora che ella si fosse riavuta dalla sorpresa costringerla a duro cimento.
XV.
Garibaldi collo stato maggiore e il quartier generale erano appena entrati in Mentana, che le guide a cavallo venivano ad annunziare la comparsa de’ Pontificii. Nello stesso tempo le fucilate degli avamposti confermavano la notizia. Garibaldi ordinò tosto alla colonna di arrestarsi, ma indarno cercava un luogo onde poter riconoscere l’inimico. Mentana è quasi incassata in un avvallamento, e tutti i poggi circostanti la dominano. Questo solo fatto mostrava già fin dalle prime che la posizione era sfavorevole, e che la difesa di Mentana sarebbe stata difficile. O bisognava avere il tempo e la possibilità di spingersi ad occupare le posizioni davanti il villaggio, o abbandonarlo interamente per difendere le posizioni indietro, tra Mentana e Monte Rotondo, a noi d’altronde già note e in parte non ancora abbandonate. Ci fu allora chi si peritò a profferire al Generale quest’ultimo consiglio.[368] Garibaldi rispose: «Udite quel che ne dice Menotti, e se crede che le posizioni davanti siano tenibili.» Menotti assicurò «che davanti stava benissimo,» e.... un quarto d’ora dopo eravamo tutti ricacciati nel villaggio.
Tuttavia ogni segno rendeva manifesto che il nemico, benchè abilmente coperto dalle macchie e dalle pieghe del suolo, avanzava dalla destra, e Garibaldi non titubò un istante. Ordinò ai battaglioni di Burlando, di Missori ed ai Cacciatori livornesi di spiegarsi prontamente sulle alture di destra; mentre il figlio Menotti portava avanti a sinistra e sul centro altre forze in sostegno dei combattenti. Allora il combattimento si propagò vivo ed energico su tutta la linea dell’avanguardia. In sulle prime però parve che il nemico mirasse a concentrare l’attacco sulla destra e sulla fronte di Mentana, e soltanto dopo avere seriamente impegnati i Garibaldini in questi punti si decise ad assalire anche la sinistra, sulla quale rovesciò il nerbo principale delle sue forze. Frattanto la sua manovra era smascherata: l’attacco di destra e di fronte, benchè gagliardo, non era che una finta per coprire il vero attacco di sinistra e ingannarci sulle sue intenzioni. Ma nessuno cascò nell’inganno, meno poi Garibaldi. A destra e di fronte i battaglioni di Missori, di Burlando, di Carlo Mayer, ai quali si erano venute a riunire le genti di Stallo risospinte, furono lasciati soli a sostenere l’urto, certi che l’avrebbero fatto bravamente, e non furono più rinforzati. D’altronde la strada era stata quasi subitamente perduta, e non restava altro che arrestare l’impeto de’ nemici, asserragliando alla meglio l’entrata del paese. Così fu fatto: e lì dietro poche tavole tarlate e qualche frantume di mobilia, simulacro squallido di barricata, i più volenterosi tenevano testa intanto che col grosso delle forze si provvedeva alla sinistra del villaggio, sempre più gravemente minacciata. Non v’era un attimo da indugiare. Coperti dalle ortaglie e dai vigneti della villa Santucci, dove era venuto a piantarsi il quartier generale del nemico, fitti gruppi di Zuavi e Carabinieri esteri s’erano spinti fin presso alle prime case, avvolgendo in un arco di fuoco i pochi Garibaldini che al riparo de’ pagliai e delle fronteggianti finestre cercavano di arrestarne la marcia. Ma il numero de’ nemici soperchiava: ufficiali e soldati non s’erano ancora riscossi dalla prima sorpresa dell’inopinato attacco; tutti consigliavano, comandavano, strafacevano: v’erano quelli che gridavano «avanti» rimpiattati dietro le muraglie; v’erano gli altri che stavano soli in mezzo alle palle a sfidare i battaglioni: era un vocío, una confusione, un tumulto, sul quale, anche chi non aveva perduta la testa mal riusciva a dominare. Mentana parve per un istante perduta. Indarno ogni valoroso, soldato od ufficiale che fosse, cercava far testa colla voce, col comando, coll’esempio, colla vita; l’onda de’ nemici invadeva e sospingeva innanzi a sè l’onda non meno rapida dei fuggenti. Molti si rifugiavano nelle case, ma pochi per continuarvi la difesa, i più, doloroso a confessarsi se meritassero pietà, per nascondersi e peggio. Tuttavia i nemici non avevano ancora vinto, e purchè si fosse potuto rimettere un po’ d’ordine, di calma e di silenzio — oh di silenzio soprattutto! — così negli allarmanti come negli allarmati, e formare punta con una schiera di risoluti, le forze fresche erano molte ancora, e le parti potevano essere mutate.
Lo pensò Garibaldi, e sapendo quanto possa e sui nemici non solo, ma sull’anima facilmente elettrizzabile de’ suoi Volontari il tuono del cannone, corse egli stesso a postare e puntare contro il centro nemico i due pezzi predati a Monte Rotondo, onde appena partirono i primi colpi, giusti come in un bersaglio, se ne vide subito il magico effetto. Il nemico si arrestò: i Volontari fra grida di gioia parvero pronti a ripigliare l’assalto. Era il momento decisivo, e Garibaldi slanciò quanta gente avea d’intorno alla baionetta. Fu davvero una carica stupenda. Si rientrò in Mentana, si risalì ai perduti pagliai, si ricaricò il nemico di siepe in siepe, di dosso in dosso, fin dentro la cinta degli orti Santucci. Ancora uno sforzo, e la villa, chiave della posizione, è presa e la giornata è nostra. Ad animare e dirigere questo sforzo, Fabrizi, Menotti, Mario, Bezzi, Canzio, il Generale non sono di troppo; ma una moschetteria diabolica partiva dalle file nemiche sempre rinnovate, che ributtava sul terreno morti e feriti i più audaci. Tuttavia si avanzava, e per un istante la fucilata nemica parve allentare. Che era? Pur troppo non era che una sostituzione di linee.
Ad un tratto, all’estrema nostra sinistra, due zone nere nere apparvero traverso le ondulazioni dei colli di San Sulpizio: erano i due freschi battaglioni del 1º di linea francese che entravano in battaglia. Ma nessuno allora ci pensò, nessuno lo credette. La stragrande uniformità delle assise e la somiglianza di linguaggio e di comando li confondevano cogli Antiboini, e le minute distinzioni non erano in quel momento permesse. Del resto un sentimento, una voce interiore più che una ragione politica, facevan credere quella cosa impossibile. «Io non avrei mai creduto — scriveva Garibaldi a Edgardo Quinet — che i soldati di Solferino sarebbero venuti a combattere i fratelli, che avevano col loro sangue liberati, e questa credenza mi valse una disfatta.»
Comunque erano nemici, e trovarono sulle prime degna resistenza. I Francesi avanzavano su due ordini: davanti una catena di bersaglieri; dietro, in sostegno, un battaglione per divisioni, descrivendo, di mano in mano, una conversione a sinistra sempre più pronunciata, coll’evidente intenzione di avviluppare l’esercito ribelle, di tagliarlo interamente dalla sua ritirata. Garibaldi allora corse di nuovo a puntare i due pezzi contro i nuovi nemici, ma ahi! que’ poveri settanta colpi, unico tesoro del parco, erano esauriti. I nostri, finchè ebbero cartucce, tennero fermo; Menotti tentò una carica, ma fu ributtata, e il bravo maggiore Cantoni vi lasciò la vita. Alberto Mario, che fu sempre in tutta la giornata dove più incalzava il pericolo, tentò girare con un battaglione l’estrema destra francese, ma era tardi: per difetto di forze, di munizioni, di fiato, in una parola, nessun movimento approdava e nessun eroismo valeva più.
I Francesi avanzavano sempre. Villa Santucci, ristorata da nuove forze, non avea ceduto; dalla destra un battaglione del 29º di linea francese subentrava ai Pontificii e serrava dappresso gl’indomiti difensori di quel fianco: non c’era più una compagnia disponibile; la giornata vinta alle due, alle quattro era di nuovo perduta.
E non pareva vero. Fabrizi, il vecchio Fabrizi, sereno ed impassibile in mezzo alle palle, quasi solo talvolta a un trar di pistola dal nemico, implorava, dimentico di sè, quasi pregando ancora, pochi istanti di resistenza; Bezzi, rimasto tutto il giorno con Cella ed altri prodi contro Villa Santucci, e tratto anch’esso nel fiotto de’ fuggenti, si strappava i capelli; Mario, Friggesy, Menotti, Missori (parliamo di quelli che ci passarono davanti in quell’ora) si spingevano dove più ardeva la mischia a contrastare il terreno. Garibaldi, pallido, rauco, cupo, invecchiato di vent’anni, seguíto dall’indivisibile Canzio, ululava ai fuggenti: «Sedetevi, chè vincerete.» Invano! tutto rigurgitava, correva, precipitava sulla via finale della ritirata.