Il dì appresso il Generale montava in ferrovia, col proposito di ricondursi diritto alla sua Caprera, quando, «giunto a Figline (lo diremo colle parole stesse della protesta che i seguaci del Generale stesero in quella circostanza),[372] il convoglio fu fatto arrestare e presentossi al generale Garibaldi il luogotenente colonnello dei Carabinieri, signor cavalier Camozzi, il quale chiese conferire da solo col Generale stesso. La stazione era occupata militarmente da una divisione di Bersaglieri, comandata dal maggiore Fiastri, e da un forte drappello di Carabinieri.

»Dopo pochi istanti il Generale scese dal convoglio, e tutti noi che lo accompagnavamo con lui.

»A un tratto si udì il generale Garibaldi dire ad alta voce al colonnello Camozzi le seguenti parole:

» — Avete il regolare mandato d’arresto? —

»Il Colonnello rispose: — No. Ho l’ordine d’arrestarla. —

»Il Generale replicò: — Voi sapete di commettere una illegalità. Io non sono colpevole d’alcuna ostilità contro lo Stato italiano, nè contro le sue leggi. Sono deputato italiano, generale romano eletto da un governo legalmente costituito e cittadino americano. Come tale, non essendo colto in flagrante di nessun delitto, non posso essere arrestato, e voi e chi vi manda, violate la legge. Però vi dichiaro che non cederò che ad un atto di violenza, e che, se volete arrestarmi, vi converrà trasportarmi a forza. —

»A queste sue parole noi tutti (s’intendano i sottoscrittori della protesta) eravamo risoluti a difendere anche colle armi, nella persona del Generale, la legge e il diritto. Ma egli ci dichiarò «che alla violenza, che si intendeva usare contro di lui, non voleva si rispondesse con altra violenza; che non avrebbe mai consentito ad un conflitto con soldati italiani, e ci impose di tralasciare ogni pensiero di resistenza armata.»

» — Perchè (soggiunse) se avessi voluto resistere colle armi, io pel primo avrei usato di quelle che aveva sotto i miei ordini. —

»Noi ubbidimmo.

»Accorsa molta gente, la quale poteva far temere una collisione, e nel desiderio di evitare uno spettacolo così umiliante per il paese, il deputato Crispi telegrafò due volte al Presidente del Consiglio dei ministri, chiedendo una revocazione degli ordini in nome d’Italia, ed affermando replicatamente che il Generale voleva andare a casa sua, a Caprera. Perciò fu chiesta al colonnello Camozzi la breve dilazione necessaria per ottenere da Firenze una risposta telegrafica, come era stata domandata.